sabato 7 dicembre 2024

Gastone Breccia, "Lo scudo di Cristo - Le guerre dell'impero romano d'Oriente", Laterza 2016 - Una recensione di Ettore Martinez


 

"Gastone Breccia "Lo scudo di Cristo – Le guerre dell'Impero romano d'Oriente", Laterza 2016.

La prima cosa da constatare è come, dell'Impero romano d'Oriente o Bizantino, si parli generalmente assai poco. Nonostante l'enorme importanza che ha rivestito per secoli e sotto tutti gli aspetti.

Eppure l'impero di Costantinopoli,la "Nuova Roma" inaugurata da Costantino nel 330 ed espugnata dai Turchi Osmanli solamente nel 1453, è durato più di mille anni.

Per questo suo studio di Storia militare che copre i secoli che vanno dal IV al X, Gastone Breccia prende le mosse dalla disastrosa battaglia persa dai Romani contro i Goti ad Adrianopoli, scontro che vide l'annientamento dell'esercito imperiale, compreso della maggior parte del suo "stato maggiore" e dello stesso imperatore Valente.

Diciamo da subito che Breccia ha dovuto fare i conti per il suo lavoro con una documentazione spesso lacunosa e frammentaria che gli ha impedito su molti punti tecnici di essere preciso come avrebbe voluto.

Adrianopoli quindi segnò la fine del mito della superiorità delle legioni romane impostate sulla centralità della fanteria pesante: ecco allora che, visto anche il decremento demografico in atto, Teodosio pensò di riorganizzare l'esercito e la difesa in un modo alquanto diverso rispetto alla tradizione precedente.

Con Leone III e Costantino V, a seguito di altre criticità, proseguirà l'opera di ri-adattamento delle forze, della loro dislocazione logistica nonché delle risorse e della strategia da parte di un impero perennemente in guerra. Contro Barbari, Persiani, Arabi, Slavi, Bulgari, tutti sempre ansiosi di mettere le mani sulla Città e il suo porto.

Qui sta, a nostro avviso, il cuore della ricostruzione di Breccia: la sottolineatura della flessibilità, militare e più ancora diplomatica, come unica risposta possibile davanti ad attacchi spesso provenienti da più di una parte. Militarmente centrale diventa una cavalleria agile e spesso armata alla leggera; fondamentale l'addestramento dei vari contingenti per potere imporre al nemico una decisiva superiorità organizzativa e strategica.

La fanteria, un tempo gloriosa regina delle battaglie,viene destinata quindi a difese prevalentemente statiche,sia nelle fortezze e i trinceramenti che sul campo.

Soprattutto dopo Giustiniano e il suo progetto di "renovatio imperii", che costò alle casse dello Stato un autentico tesoro, la "Nuova Roma" dovette essere sempre sulla difensiva. Bisanzio, porta dell'Oriente, faceva gola a troppi e per giunta era perennemente insidiata, se non squassata, al suo interno -e per giunta proprio nei momenti peggiori- da lotte religiose, rivolte militari, crudeli scontri tra fazioni per il potere imperiale.

Si salvò, a duro prezzo, grazie all'imponente cinta muraria realizzata da Teodosio II -che cederà soltanto alle artiglierie turche- alla sua flotta e infine anche al provvidenziale "fuoco greco".

Ma soprattutto in virtù della capacità che seppe sviluppare di adattare la difesa al suo tessuto produttivo, alle disponibilità economiche e sociali, alle nuove esigenze belliche. Pervenendo infine all'astuta strategia della "Paradronès", la guerriglia.

Si stagliano su questo orizzonte di perenne e pericolosa incertezza, figure tragiche di imperatori -giusto per citarne solo altri tre- particolarmente bravi e sfortunati come Maurizio (582-602)o eroici quali Eraclio (610-641) e Leone III (675-741).

Il libro (420 pagine, note comprese) si legge, non proprio tutto d'un fiato perché è un saggio teoricamente piuttosto denso, ma sicuramente a lunghe sorsate per via di una accattivante prosa scorrevole e partecipata.

Breccia concorda in gran parte con Archer Jones nel constatare che "i fattori militari bastano a spiegare la maggior parte degli eventi militari" (1987). Questo però non toglie che la sua ricostruzione sia ricca di riferimenti e rimandi ad altri campi storici.

Ettore Martinez



lunedì 25 novembre 2024

Giuseppe Governale, "Sapevamo già tutto" - "Perché la Mafia resiste e dovevamo combatterla prima", 2021. Una nota di Ettore Martinez


 MEGLIO ONESTI

Un articolo di Francesco Alberoni uscito il 26 Marzo del 2007 sul Corriere della Sera è stato ripreso da Giuseppe Governale in questo suo "Sapevamo già tutto" - "Perché la Mafia resiste e dovevamo combatterla prima", 2021.
L'articolo si intitola "Perché l'onesto è più creativo ed efficiente"
« Ora domandiamoci: gli onesti, coloro che hanno la bussola dell'integrità, come possono operare in un mondo dove ci sono tanti potenti corrotti e tanti spregiudicati? Non verranno sempre sconfitti? »

IL LIBRO

« ... la presa d'atto da parte dell'opinione pubblica che, per la repressione del fenomeno, non si andava oltre ad "affermazioni di principio" senza porre sul campo "strumenti o tempestivi esempi di concreta volontà per la neutralizzazione del loro sussistere [...] anche quando si sono dovuti registrare altri gravissimi eventi" » (pag. 152)
Giuseppe Governale un carabiniere siciliano. O forse, meglio ancora: un siciliano carabiniere. In questo libro l'amore per la sua terra da parte di questo generale, che ha comandato i ROS e che ha diretto la DIA, è più che tangibile. A momenti letterario.
Il libro, per quanto sfiori le 350 pagine non ha -dichiaratamente- la pretesa di ricostruire tutta la storia della Mafia. Ne esamina però dei momenti cruciali, delle boe storiche -diciamo, e li analizza con precisione e senso critico. Senza rinunciare mai a denunciare le collusioni fra i politici e gli apparati dello Stato con Cosa Nostra.
La Mafia siciliana, per quanto al momento surclassata dalla 'Ndrangheta calabrese e militarmente indebolita, ci dice Governale, è tutt'altro che morta.
Troppi ritardi nell'avvedersi della sua pericolosità e troppe coperture hanno sempre evitato un'azione risolutiva politica-culturale-economica da parte dello Stato.
Al riguardo ci viene in mente il lavoro di Tranfaglia, "Mafia, Politica e Affari", che riproduce nel testo le varie inchieste parlamentari e che documenta, fra le altre cose, il colpevole ritardo nel prendere atto del fenomeno a livello istituzionale. "Campieri"-si diceva un tempo per sminuire il fenomeno.
In una ricostruzione storica -inframmezzata da considerazioni sociali, culturali e psico-antropologiche, non poteva mancare il riferimento alle famose bande di "picciotti" che affiancarono Garibaldi. Argomento sul quale si soffermò a suo tempo Salvatore Romano nel suo classico "Storia della Mafia". Ci pare però che le conclusioni cui pervengono i due autori siano divergenti; Romano infatti salva le bande composte da artieri e condanna le contro-bande armate dai latifondisti; da queste ultime sarebbe stata costituita la Mafia.
Ci sembra invece che Governale sia pervenuto ad un riconoscimento più disincantato del fenomeno: erano proprio prevalentemente composte e dirette da mafiosi. La Mafia, dice Governale, sostiene sempre le rivolte -ma solo per i propri scopi.
In Sicilia, a parte le collusioni, non sono mai mancati neanche coloro i quali hanno combattuto la Mafia con mezzi mafiosi o che hanno goduto di privilegi impropri che hanno caricato il popolo siciliano di ulteriore rassegnazione e disincanto.
La lucidità e il curriculum di Governale ci fanno ben sperare.

domenica 25 agosto 2024

LA “STANCHEZZA IMPERIALE” secondo Dario Fabbri fine dell'Imperialismo oppure imperialismo 2.0? Una recensione di Mauro Scorzato


 

LA “STANCHEZZA IMPERIALE” secondo Dario Fabbri
fine dell'Imperialismo oppure imperialismo 2.0?
di Mauro Scorzato

Secondo Fabbri , e non solo secondo lui, l’impero americano o, altrimenti detta, “globalizzazione” sta giungendo alla fine. Non tanto per il sorgere di un altro impero alternativo che genererebbe la Limesiana “transizione egemonica” , quanto perché l’impero è “stanco”.
Una parte di esso, quello che giace lungo le coste degli Stati Uniti, si è resa improvvisamente conto che la gran parte del mondo a cui si è cercato di imporre il modello americano (o “occidentale”, che dir si voglia), non lo vuole, non lo accetta e anzi lo osteggia.
I valori che hanno guidato la globalizzazione rimangono estranei alla vita di quei popoli che ne hanno degli altri e che non ci pensano proprio a buttarli alle ortiche per dare spazio a modelli che sono in antitesi ai loro.
E così , rifiutando l’idea stessa che qualcuno non possa adottare quel mondo che loro hanno creato ad uso e consumo altrui, gli americano “costieri “ se ne fanno una colpa: sicuramente non sono riusciti a spiegare tutti i vantaggi di quelli che sono i modelli di sviluppo occidentali e questo fallimento è sicuramente colpa loro, degli americani colti. E questo genera depressione.
Al contrario, gli americani del centro, del Midwest, quelli che della creazione del modello hanno pagato il prezzo più caro, quella classe media che con le sue tasse mantiene l’industria degli armamenti e delle guerra, che con i suoi figli ne paga il prezzo in sangue e PTSD (Post Traumatic Stress Disorder), quelli che guardano desolati le loro industrie arrugginire per dare spazio a quelle importazioni che avrebbero generato una dipendenza perenne ai loro alleati, sono arrabbiati.
Il resto del mondo se ne frega di quanti figli essi abbiano sacrificati, di quanto benessere abbiano buttato per tenere dietro alle aspirazioni imperiali: non c’è niente da fare, non vogliono diventare Americani nonostante tutto e allora che se ne vadano a quel paese! Arridatece le nostre industrie, il nostro hamburger, il nostro vivere lontano da tutto il resto in piccole comunità dove d’inverno si gela e d’estate si arrostisce. E votano Trump.
Ma anche loro vanno in depressione, anzi, votano Trump proprio perché sono in depressione.
Dario Fabbri ci informa che un americano su tre è stato diagnosticato patologicamente depresso e questo effettivamente rappresenterebbe un dato che, riferito ad altri farebbe sorgere il dubbio che quanto a volontà di potenza, di mantenere il primato mondiale, di rappresentare il poliziotto del mondo e la guida, siamo proprio arrivati alla frutta, negli Stati Uniti.
Effettivamente l’analisi non fa una piega: andando a verificare quanto accade ora negli “States” i sintomi di quanto espresso da Fabbri si riscontrano tutti. La disaffezione verso le istituzioni, il fenomeno woke, l’aumento della violenza inconsulta, la difficoltà a reclutare militari per le Forze Armate a causa di carente forma fisica, dipendenza da psicofarmaci e precedenti penali.

È però andando alla storia degli Stati Uniti che una inquietante riflessione si affaccia. In effetti, gli Stati Uniti si “nutrono” di depressione come una neoplasia si nutre di zuccheri. Tutte le espansioni che hanno portato quella nazione a quello che vediamo oggi hanno avuto origine da lunghi periodi di depressione: per dirla in termini psichiatrici la “fase reattiva“ della sindrome ansioso-depressiva statunitense si è sempre estrinsecata, a volte non in modo immediato, in una espansione del modello uscito dalla crisi.

Così è stato alla fine della Guerra di Secessione, quando al termine del conflitto il Paese era ridotto in pessime condizioni soprattutto morali: crimine rampante, faide tra famiglie risvegliate dalla vittoria di un partito, malessere sociale sia nel Midwest che nelle grandi città costiere. Lo stato uscito dalla guerra sembrava non fosse “attrezzato” per affrontare queste sfide che un grande paese unito poneva.
Ma una costante riforma delle istituzioni e un ricucire la parte ideologica faceva si che in meno di vent’anni un Mc Kinley già ponesse le basi per il primo impero americano: la generazione che aveva difeso le fattorie dai razziatori e dagli sbandati della guerra civile, che aveva tenuto gli indiani lontani dai pascoli mentre i padri cadevano a Shiloh Church, ora si lanciava alla conquista della parte del mondo più vicina. Ricomposta non solo nel tessuto ma anche nell’ideologia arrivando così a presenziare nel Mediterraneo dopo aver dissolto la Spagna, con un Teddy Roosevelt (Theodore) pronto a dire all’onnipossente Europa “ci siamo anche noi”.

Possiamo affermare che i vantaggi di quella reazione si protrassero fino al primo Conflitto Mondiale, quando sazi delle prime conquiste, gli americani come gli europei di oggi si spostarono sull’economia. Ma dopo un po’, una trentina d’anni, nel 1929 arrivò un’altra depressione, la depressione con la “D” maiuscola, quella degli Hobos, delle file per mangiare, del lavorare per un tozzo di pane. Masse di depressi si aggiravano per il paese aspirando a una nuova vita dopo essere stati presi in giro dalla parte più deteriore dell’economia: la finanza. Ma anche qui un altro Roosevelt (FDR) innescò una reazione con il suo New Deal che porterà gli Stati Uniti ad affrontare il secondo conflitto mondiale nelle condizioni economico-industriali (anche se non militari, settore questo dove infatti si era fatta invece molta economia) che conosciamo. E da cui nasce l’impero di cui discutiamo oggi.
Ma non è finita, dopo circa trent’anni, che sembra essere il ciclo di “depressione reazione affermazione” , la sconfitta nella guerra del Vietnam fa precipitare un’altra volta il paese nella depressione: l’apparato industriale militare su cui si era costruito l’impero del primo dopoguerra crollava miseramente lasciando nella disperazione e nella depressione soprattutto politica gli interi Stati Uniti. Questa volta ci si impiega molto meno per uscire dalla depressione ed entrare nel Reaganismo, che rifiutando la guerra “by proxy “, impegna una sfida con l’URSS che alla fine la farà capitolare, mettendo così fine alla Guerra Fredda.

Oggi, dopo circa 35 anni da allora, l’impero sembra ricaduto nella depressione: una leadership inadeguata (mi scusi Fabbri se ancora parlo di leadership), una nazione arrancante e sempre più disunita, l’incapacità di assimilare le ultime ondate di migranti che sembrano più disgregare che unire il Paese, anche se le minoranze ispanofone hanno dimostrato uno spirito di sacrificio molto più grande delle minoranze afro-americane durante le ultime sfortunate guerre.

Sarà questa l’ultima grande depressione che metterà fine all’impero che abbiamo conosciuto fino ad oggi , quell’impero che scenderà a patti con altri imperi emergenti , accettando un ruolo seppur importante ma non più esclusivo e di fatto non più il dominatore globale? Azzardare un pronostico non sembra particolarmente agevole. Non penso si possa ancora escludere che, specialmente nel prossimo mandato presidenziale, possa riaccadere quel “colpo di reni “ che già nel passato ha spiazzato imperi molto più radicati nella realtà del tempo. Nel caso questa fosse la “depressione fatale” non mi sento, come fanno molti altri personaggi, di gioirne: già schiere di ex servitori si preparano a passare alla corte del futuro imperatore, giacché la caratteristica di questa generazione occidentale sembra essere la mancanza di aspirazioni, ma temo che -in tal caso- il passaggio non sarà indolore e non solo per chi dovrà lasciare il primato. Ricordiamoci che la prima cosa che fa un leone appena ha spodestato il vecchio capobranco è quella di ucciderne i cuccioli per far andare ancora in calore le leonesse e garantirsi una prole propria. E non dovrebbe passarci neppure per la testa che noi siamo le leonesse. [Mauro Scorzato]

sabato 22 giugno 2024

Dario Fabbri, "Geopolitica umana" - Una nota di Ettore Martinez


Dario Fabbri, "Geopolitica umana - capire il mondo dalle civiltà antiche alle potenze odierne" ediz. Gribaudo 2024

Che cos'è la Geopolitica? Leggiamo e sintetizziamo dal web una definizione generale: essa sta a indicare un modo di riferirsi e di studiare le relazioni esistenti fra la geografia fisica, la geografia umana e l'azione politica.

In altri termini i rapporti fra i popoli.

Dario Fabbri, proveniente dal gruppo di "Limes", ha da tempo dato vita a una propria tendenza analitica che chiama "Geopolitica umana".

Sua caratteristica saliente è quella di studiare l'interazione fra una collettività (i leader a suo avviso non sono mai determinanti ma semmai agìti) e la Storia, perché "soltanto ciò che è stato incide sul presente". Incrocia quindi la geopolitica classica, oltre che con la storia, con l'antropologia e con la psicologia collettiva. Cioè con il "comune sentire" di una popolazione, entrando così anche nel suo "parlato", che ne rappresenta sempre l'espressione inconsapevole.

Si interessa allora di etnografia e della pedagogia nazionale. Quest'ultima è la Storia insegnata a scuola. Potremmo dire che con ciò realizza si un "Erlebnis", un'immedesimazione che sola ci permette di entrare nell'orizzonte di senso di un popolo e di intuirne la "traiettoria".

Praticando questo genere di gnoseologia, per esempio, ci si rende conto che non tutti i popoli desiderano ardentemente la nostra Democrazia o la Pace e che sono spesso lontanissimi dai nostri Valori e dai nostri sensi di colpa.

Ho parlato di "popoli" ma Fabbri chiarisce subito che i veri attori geopolitici sono sempre le nazioni o gli imperi.

Fra questi, il discrimine fra stati "massimalisti" -cioè tendenti più alla potenza che all'economia- e stati "post-storici", cioè in fase di arresto e/o di soggezione ad altri stati o imperi, è dato dalla *demografia*.

I popoli invecchiati, composti cioé da una maggioranza di anziani, tendono -secondo Fabbri- a ritenere superata e inutile la guerra; sono propensi ad evitare il dolore e le privazioni. Rifiutano finché è possibile la violenza perché ingiusta e inutile e ritengono così di averla eliminata. Non è detto però che anche gli altri concordino con questa loro decisione.

Popolazioni massimaliste e "imperiali", per Storia e vocazione, sono gli USA che, con l'assimilazione, reintegrano i giovani e contrastano l'invecchiamento, la Russia, la Cina, la Turchia e il *giovane* Iran.

Di quest'ultimo si tende spesso a fraintendere l'opposizione interna che tutto significa tranne desiderio di praticare la Democrazia occidentale (di origine americana-francese) che viene storicamente praticata in Occidente.

Questi massimalisti sono imperi e praticano l'assimilazione (che ha i suoi aspetti coattivi) in funzione, sempre, della potenza, laddove noi in Italia, per esempio, alla ricerca dell'economia, pratichiamo l'integrazione che ci mantiene nella multiculturalità.

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Al punto - ma questa è una mia opinione personale- di rinunciare spesso ai nostri usi e costumi tradizionali per compiacere gli ospiti; questo per via di sensi di colpa e di un civilissimo relativismo culturale. Qui vorrei però continuare a seguire Fabbri e astenermi da valutazioni morali e/o politiche.

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In questa analisi "demologica", mi si passi la curvatura di un termine oggi desueto, sta a mio avviso il cuore gnoseologico della geopolitica umana di Fabbri.

Il libro, che consta di 210 pagine suddivise in XII capitoli, mostrandoci di questa ottica l'applicazione a situazioni specifiche e a momenti storici , ci dice ovviamente molto di più. Le implicazioni geopolitiche infatti, come si può ben vedere, sono tante.

Ettore Martinez

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“temprando lo scettro a' regnatori
gli allòr ne sfronda, ed alle genti svela
di che lagrime grondi e di che sangue”

Ugo Foscolo, “I Sepolcri”

Nel suo recente “Geopolitica umana – capire il mondo dalle civiltà antiche alle potenze odierne” (Edizioni Gribaudo, 2024), Dario Fabbri si preoccupa innanzitutto di chiarire in che cosa consista propriamente la sua Geopolitica, di che cosa si interessi e con quale approccio metodologico-epistemologico.

« In formula: la geopolitica umana studia l'interazione tra collettività collocate nello spazio geografico calandosi nello sguardo altrui. Oggetto della sua analisi sono le aggregazioni umane, in ogni realizzazione storica. Tribù poleis, comuni. Fino all'epoca corrente, dominata dagli stati-nazione, dagli imperi. Mai i singoli individui. Tantomeno i leader » (op.cit. pag.12).

Più avanti -ed eccoci al punto che maggiormente ci ha interessato- Fabbri aggiunge: «Come nella gnoseologia di Alexandre Kojève, questa geopolitica indaga il “mondo storico”, frutto del lavoro degli uomini, non quello naturale » (pag. 13).

Secondo Giulia Merlino - laureata in Filosofia con la tesi “Aporie della fine – Il pensiero di Alexandre Kojève” (1)- “il parallelismo tra geopolitica e gnoseologia kojèviana è sicuramente da rintracciare nel ruolo della negazione (dialettica ma non solo): ossia, si dà discorso solo dell'azione umana, mai della natura, perché l'uomo conosce solo ciò che nega, cioè *ciò che trasforma*.(2)

Ci sembra di capire quindi che Diego Fabbri ritenga fondamentale, per conoscere bene gli assetti e le “traiettorie” di un popolo, riferirsi al suo patrimonio storico,cercando di acquisirne dall'interno vissuti e credenze; direi addirittura dai suoi “Erlebnis” collettivi più che da logiche o modelli che rispondono ai nostri criteri culturali.
Ci sono infatti, a suo avviso, popoli che mettono al primo posto la potenza, anche a scapito dell'interesse economico. Sono i popoli che Fabbri chiama “massimalisti”.

Giulia Merlino sottolinea nel suo lavoro come Kojève si differenzi anche da Marx, al pensiero del quale pure fa solitamente ricorso per curvare Hegel, nel mettere hegelianamente al primo posto come motore della Storia la propria personale visione del famosissimo rapporto (3) ”Signoria-Servitù, cioè la lotta mortale per il “riconoscimento”, nella quale chi ha paura diventa servo.

Infatti
“« ... laddove per Marx la storia si originava nella creazione dei mezzi di produzione per il soddisfacimento dei bisogni elementari dell'uomo, per Kojève essa aveva con la Lotta “per il puro prestigio”:
[scrive infatti Kojève]
“(…) Marx ha avuto il torto di semplificare e di amputare la concezione hegeliana. Per Hegel, l'atto di lavorare ne presuppone un altro, quello della lotta per il puro prestigio, che Marx non ha riconosciuto nel suo giusto valore.” (4) »

Prestigio, “volontà di potenza” che nella Geopolitica umana di Fabbri sta invece al centro dell'attenzione, quando vogliamo individuare le “traiettorie” dei popoli dominanti, laddove quelli dominati (spesso anche demograficamente anziani) ricercano piuttosto la pace e i vantaggi economici.

Giulia Merlino prosegue sottolineando come questa forzatura del pensiero di Hegel da parte di Kojève, conduca quest'ultimo a credere in « uno Stato fondato sulla “gloria” (…) invece che sull'appropriazione dei mezzi di produzione da parte della classe lavoratrice»

“Nessun ricorso alla virtù o alla moralità, come propone Leo Strauss, potrà cambiare la realtà. Al contrario Kojève vi contrappone l'«immoralità», perché è la storia a incaricarsi di giudicare, «attraverso la 'riuscita' o il 'successo', le azioni degli uomini di Stato o dei tiranni».
Marco Filoni, in “liMes – rivista italiana di geopolitica”, novembre 2023

Per questa nota sintetica si ringrazia vivamente la Prof.ssa Giulia Merlino di Messina.

NOTE

(1) Università di Messina (Triennio accademico 2006-2008)
Relatore Prof. Girolamo Cotroneo.

(2) “In questo senso, esiste - certo - una gnoseologia kojèviana, nei termini di una teoria della conoscenza come formazione del discorso, ma chiaramente fa i conti con la dottrina centrale della fine della storia che è anche - in qualche modo - una fine del discorso. Kojève pensa la Storia in termini di un graduale superamento sia dello Stato nazionale che dei popoli in quanto tali, anche se c'è tutta una fase intermedia - quella degli imperi - che ancora mantiene un qualche appiglio con la vecchia geopolitica” Giulia Merlino.

Ricordiamo che la tesi della Prof.ssa Merlino è incentrata prevalentemente sulla “fine della storia” in Kojève (e quindi in Hegel) e che sviluppa una sua propria analisi lungo questa direttrice.

(3) Rapporto che come è noto viene trattato nella “Fenomenologia dello Spirito” di Hegel e che è stato molto studiato e discusso.
(4) A. Kojève, “Linee per una fenomenologia del diritto” 


Ettore Martinez

martedì 20 febbraio 2024

"Comandante", una recensione (2023) di Antonello Ruscazio del film di E. De Angelis



 

Una recensione di Antonello Ruscazio

"Comandante"

film del 2023 diretto da Edoardo De Angelis                                                                          Sceneggiatura Edoardo De Angelis,Sandro Veronesi            Protagonista Pierfrancesco Favino nel ruolo di Salvatore Todaro

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Da italiano, e da italiano orgoglioso di esserlo, non posso che ringraziare la produzione del film per la sua determinazione nel voler portare sugli schermi questo episodio della IIa G.M. e, se esprimerò quindi qualche critica, non vuol dire minimamente che io sconsigli la visione del film, anzi.

Avevo visto, prima dell’uscita del film, alcune foto del set in cui veniva girato ed avevo avuto quindi modo di apprezzare molto positivamente la fedeltà della ricostruzione dell’opera morta (per i non tecnici: la parte della nave che sta sopra la linea di galleggiamento) del R. Smg. “Comandante Cappellini” (sommergibile oceanico della classe Marcello, 1059 tonnellate di dislocamento in superficie, 1313 in immersione), ma immaginavo già prima di vederlo che che nel film ci sarebbero stati molti errori “tecnici”, come in tutti i fim sui sommergibili, per cui ero preparato.

Occorre tenere presente che ho visto il film al cinema e quindi, non potendo chiedere all’operatore di portare indietro la pellicola e farmi un fermo immagine, alcune delle cose che esporrò in queste righe, che non intendono essere un’esegesi dell’opera cinematografica o il resoconto delle missioni del “Cappellini" in Atlantico, sono il frutto di una visione piuttosto fugace, che cercherò di mettere a punto qualora riuscissi a trovare una versione DVD.

Iniziamo con la partenza.

A mia informazione la partenza di un sommergibile, soprattutto nei primi mesi del conflitto, avveniva in maniera ben diversa da quella da tragedia greca mostrata nel film: mi sembra strano che il Comandante della Squadriglia sommergibili (almeno...) alla quale il “Cappellini” apparteneva sia rimasto sotto le coltri, non fosse presente una banda musicale e le signorine in abbigliamento non dico da da moderna “influencer” ma di certo non consono agli standard di dignità delle donne dell’epoca che si vedono nel film non abbiano gettato mazzi di fiori.

Questa chiamiamola così “coreografia” aveva i suoi precisi significati: uno evidentemente propagandistico, e un altro, più importante, che doveva far ricordare all’equipaggio che la Nazione considerava i sommergibilisti la crema della crema delle proprie Forze Armate e che quindi, una volta chiusi in un tubo d’acciaio a decine di metri sotto la superficie del mare e a contatto con il nemico, l’intera Nazione avrebbe contato su di loro.

Non si può essere tuttologi e non sono un esperto di uniformologia, ma la foggia del berretto del Comandante Todaro mi sembrerebbe più simile a quello di un “Seniore” della “Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale” che a quallo di un Capitano di Corvetta della Regia Marina di allora, colore a parte. Mah…

Episodio molto verosimile invece quello in cui il Comandante Todaro ispeziona l’equipaggio e non fa imbarcare un Sottocapo elettricista perché visibilmente sofferente.

Il medesimo episodio si verificò alla partenza di quella che fu l’ultima missione del più famoso e più vittorioso sommergibile italiano ( e forse di tutta la IIa G.M. : non furono molti quelli che misero fuori combattimento due corazzate nella stessa missione...) il R.Smg. “Scirè”, salvandogli in tal modo la vita. Il marimaio in questione, che diventò poi un imprenditore di successo, non si diede mai pace per non aver partecipato a quella missione. (Episodio raccontatomi personalmente dalla Figlia).

Marcon”

Usa il fischietto e sembrerebbe quindi il nostromo, in quanto l’uso del fischietto non si addice alla dignità di un Ufficiale, ma un nostromo, benché persona di grande autorità a bordo, non può di certo avere una tale familiarità con il Comandante.

Ma ancora meno verosimile sono le sue sembianze da vecchio Nettuno decisamente in là con l’età: di certo a bordo dei sommergibili si invecchiava presto (se si invecchiava…) ma era raro che ci fossero a bordo persone oltre i trent’anni, perché solo giovani e giovanissimi avrebbero potuto resistere all’estrema durezza della vita e dei combattimenti a bordo.

Marcon” sarebbe stato quindi sbarcato da parecchi anni. Lo stesso C.C. Salvatore Todaro, nato nel 1908, nel 1940 aveva 32 anni e quindi anche la figura dell’attore protagonista non sembrerebbe forse delle più adeguate.

Ero giovanissimo allora ma ricordo perfettamente: guardavo un film su un sommergibile americano con mio Zio Luigi, fratello di mio Nonno Antioco, entrambi sommergibilisti, mio Nonno durante la Ia G.M., mio Zio negli anni ’20: (qui la sua foto)

https://cliolamusadellastoria.blogspot.com/.../hitlers-u... )

che si mise a ridere fragorosamente quando vide che alcuni marinai avevano la sigaretta in bocca. È vero che si trattava di un film americano, e a bordo dei sommergibili americani, in particolarissime situazioni, poteva essere concesso di fumare una sigaretta ma, di certo, non sui sommergibili dell’Asse.

Sempre a mia conoscenza, a bordo dei sommergibili italiani era vietato radersi senza l’autorizzazione del Comandante. L’acqua dolce infatti non serviva solo per bere, ma soprattutto per le batterie di accumulatori per la propulsione e le utenze di bordo, che la divoravano. Il T.V. Gino Birindelli, in occasione dell’operazione “GB2” chiese al Comandante Junio Valerio Borghese il permesso di farsi la barba, con queste parole: “Signor Comandante, poiché un gentiluomo si rade prima di uscire di casa, e visto che non è improbabile oggi un incontro con qualche gentiluomo inglese, chiedo il permesso di potermi radere. ”

Sui sommergibili americani le cose erano diverse, in quanto, essendo di dislocamento molto maggiore per poter affrontare le lunghissime distanze dell’Oceano Pacifico, avevano a bordo potenti impianti di dissalazione.

Episodio del campo minato.

Episodio quanto mai inverosimile. Non potevano esserci campi minati a Gibilterra per una duplice ragione: la prima perché le acque territoriali attorno e di fronte a Gibilterra sono acque territoriali spagnole o controllate dalla Spagna, e gli spagnoli non avrebbero di certo apprezzato la creazione di campi minati nelle loro acque territoriali; la seconda perché, dal punto di vista tecnico, l’ancoraggio di mine in fondali come qualli attorno a Gibilterra, profondi e percorsi da forti correnti, non era semplicemente possibile. Dato inoltre il vasto traffico britannico da e verso Gibilterra, le mine britanniche avrebbero causato molto probailmente più vittime amiche che nemiche.

Da notare come gli addestratissimi equipaggi dei sommegibili tedeschi ebbero sempre problemi nell’attraversamento dello Stretto, mentre non ne ebbero i sommergibili italiani.

Ma assolutamente inverosimile è la scena del coraggioso marinaio, corallaro di Torre del Greco (se non ricordo male) che esce dal sommergibile con l’A.R.O. (autorespiratore a ossigeno), taglia il cavo di ancoraggio della mina, libera il sommegibile e muore.

Primo. Se il “Cappellini” fosse incappato in un campo minato non ci sarebbe stata nessuna scena del genere: l’equipaggio avrebbe sentito esclusivamente il sinistro stridio dello strisciamento del cavo sulla fiancata e due o tre scondi dopo lo scoppio. Et finis…

Secondo. La pesca del corallo non avveniva, come oggi, con l’immersione di sommozzatori, ma con un particolare attrezzo, detto “ingegno”, che veniva trascinato sul fondo. Comunque, correttamente, nel film il marianaio si preoccupa perché l’autorespiratore a ossigeno è un attrezzo molto pericoloso e può essere usato con sicurezza sino a profondità massime di 18/20 m in quanto, se la pressione parziale dell'ossigeno supera le 1,3-1,4 atmosfere, si ha il fenomeno dell’avvelenamento da ossigeno.

L’A.R.O. viene usato dalle Marine militari perché, a differenza di quello ad aria (utilizzabile sino a 100 m di profondità, e oltre), non emette bolle ed ha una maggiore autonomia.

Nel 1940 l’A.R.O. era un’attrezzatura ancora sperimentale e dubito che fosse presente a bordo del “Cappellini”, men che meno la modernissima versione che indossa il marinaio….

L’attaco dell’aereo avvenne in una missione successiva rispetto a quella di cui il film tratta (ottobre 1940), e precisamente il14 gennaio 1941.

In 1122 8° 53'N, 14° 56'W Alle 11.20, il Cappellini stava per immergersi quando fu avvistato un aereo. Due minuti dopo, sganciò quattro bombe che colpirono il sottomarino all'estremità di prua e al centro della nave. L'attacco era stato effettuato da un Walrus del 710 Squadron (FAA) dell'idrovolante HMS Albatross con base a Freetown. In realtà aveva sganciato tre bombe A/S da 100 libbre.

Il sottomarino venne gravemente danneggiato e dovette rifugiarsi a Luz (Gran Canaria) per le riparazioni.

L’aereo del film non è un idrovilante Walrus ma sembra un Spitfire degli ultimi modelli costruiti durante la guerra, riconoscibile per il doppio radiatore sotto le ali. Nel 1940 gli Spitfire valevano l’oro che pesavano per la difesa delle Isole britanniche e passerà un bel po’ di tempo prima che siano inviati oltremare.

Ma, a parte il modello dell’aereo, ovviamente trovare un Walrus in condizioni di volo oggi è impossibile (btw: il Walus e lo Spitfire vennero progettati entrambi dal famoso progettista aeronautico R. Mitchell) non convince il numero eccessivo di marinai presenti in coperta. Che cosa ci stavano a fare? Per un sommergibile è vitale la velocità di immersione e ogni uomo in più in coperta significa il suo rallentamento, oltre a presentare pericoli di vario genere.

Una certa liberalità era concessa nei primi tempi del conflitto solo nel cosiddetto “air gap”, una zona al centro dell’Atlantico dove l’autonomia degli aerei alleati non riuscì a coprire la zona, per mezzo di quadrimotori a lungo raggio e con le portaerei di scorta, se non a partire dal 1943.

Il sommergibile nel film emette troppo fumo! Aveva un motore diesel, non un motore a vapore!

Quello che un comandante di sommergibile proprio non apprezzerebbe è la possibilità di individuazione del proprio battello a grande distanza. Ergo, se il sommergibile avesse emesso tutto quel fumo, “cazziatone“ del Comandante al Tenente G.N. responsbile e via via, in scala gerarchica, sino all’ultimo dei sottocapi presenti in sala macchine.

A proposito, mi sembrerebbe di aver visto una targhetta “FIAT” apposta sui motori del sommergibile. Se ho visto bene, è è un particolare esatto, in quanto il “Cappellini”, ed il gemello “Comandante Faà di Bruno” ebbero motori diesel FIAT, mentre le nove unità precedenti della medesima classe avevano motori CRDA.

Molto criticato, in tutti i commenti che ho letto, è stato l’episodio delle “patate fritte e del mandolino”.

Certo dal punto di vista cinematografico non mi sembra una scena da Premio Oscar, ma personalmente mi inizia a diventare noiosa la ripetizione del “sempre la solita solfa degli”italiani, brava gente..:”, letto in tutti i commenti.

È certamente fondamentale indagare pienamente su qualsiasi episodio avvenga in guerra, ma questo completo rovesciamento che vedeva le truppe italiane dapprima appunto come “brava gente”, per poi cambiare repentinamente facendo apparire gli italiani come poco diversi dalle truppe delle Divisioni Totenkopf mi sembra solo una ulterione dimostrazione della consueta mancanza di obbiettività di taluni storici (?) italiani ma non solo, soprattutto quelli più schierati ideologicamente.

Per cui penso sia meglio lasciare la parola al “nemico” di allora:

“… L’esercito sovietico marciava verso occidente, i prigionieri di guerra verso oriente. I rumeni avevano cappotti verdi e alti copricapi di astrakan. Sembravano patire il freddo meno dei tedeschi. Guardandoli, Darenskij non vedeva i soldati di un’armata sconfitta, ma una fiumana di migliaia di contadini stanchi e affamati con strani cappelli in testa. Di loro ci si faceva beffe, ma li si guardava con pietoso disprezzo, senza astio. Solo gli italiani, avrebbe visto poi, godevano di un’indulgenza ancora maggiore.”

Grossman, Vasilij. Vita e destino (Italian Edition) (p.955). Adelphi. Edizione del Kindle.

Antonello Ruscazio


venerdì 15 dicembre 2023

"Hitler Il figlio della Germania di Antonio Spinosa", Mondadori, 1991. Una nota di Antonello Ruscazio





Ovviamente questo è argomento sul quale sono state scritte intere biblioteche, ma il libro risulta interessante perché tratta in maniera molto più estesa che in altri testi i rapporti tra la Germania nazista e l’Italia fascista o, meglio, tra quelli che i cinegiornali dell’epoca chiamavano i due “Condottieri”.

Mostra quindi in maniera chiara come si siano rovesciate le parti dal 1933, quando Hitler salì al potere guardando a Mussolini come guida ed esempio, sino agli anni dopo il 1940, o meglio, il 1938, quando le parti si rovesciarono e fu Mussolini ad essere succube di Hitler.

Questo accadde, oltre ad altre cose ovviamente, anche perché il “Duce, che aveva passato alcuni anni in Svizzera come “migrante”, diremmo oggi, si piccava di conoscere benissimo il tedesco e durante i colloqui riservati con il dittatore tedesco rifiutava l’interprete: pertanto questi colloqui si risolvevano in interminabili monologhi da parte di Hitler, senza un vero contraddittorio.

Naturalmente, come nei libri di tutti i giornalisti che scrivono libri di Storia, molti dettagli sono clamorosamente sbagliati e fanno molto riferimento ad una “vulgata” corrente, che rischia di dare nozioni sbagliate al lettore.

Ad esempio, pag. 468:

Invece i suoi generali, come diceva il maresciallo von Paulus, temevano l’apertura di un secondo fronte…”

Errore doppio. Prima di tutto von Pulus non era von Paulus ma era Friedrich Wilhelm Ernst Paulus (Guxhagen, 23 settembre 1890 – Dresda, 1º febbraio 1957) e basta, non facendo l’ufficiale tedesco parte della nobiltà terriera prevalentemente prussiana, essendo figlio di un ragioniere.

Questa svista non è una noiosa pedanteria, perché occorre mettere in evidenza i burrascosi rapporti che Hitler ebbe con i suoi generali e in particolare la predilezione che Hitler sempre ebbe per i generali venuti su “dal popolo” (come Rommel, figlio di un insegnante) rispetto a quelli facenti parte della casta degli “Junkers”, dei quali però non poteva fare a meno per le loro straordinarie capacità professionali.

Sicuramente Paulus era un generale coscienzioso e ben preparato ma, come la storiografia ha ampiamente dimostrato, mancante delle doti di personalità e di visione strategica necessarie per comandare l’Armata più potente messa su dalla Germania nazista durante la IIa G.M.

Inoltre, in quel periodo, Paulus non era “Maresciallo” ma un semplice tenente generale”: venne promosso Feldmaresciallo pochi giorni prima della resa di Stalingrado in quanto Hitler sperava, visto che nessunFelmaresciallo tedesco si era mai arreso al nemico, che Paulus si suicidasse, cosa che non avvenne.

Pag. 490, parlando della seconda battaglia di El Alamein (o terza battaglia di El Alamein per quegli autori che chiamano la battaglia di Alam Halfa seconda battaglia di El Alamein), combattuta tra il 23 ottobre e il 5 novembre 1942:

Le divisioni di Montgomery avevano sfondato le linee italiane del fronte sud…” Ma neanche per idea… Il fronte sud, tenuto dalla dalla mitica Divisione paracadutisti Folgore” e dalla Divisione “Pavia” tenne, anche dove la linea era costituita da un velo, frustrando così i piani del Gen. Montgomery di accerchiare con un unico movimento aggirante tutto lo schieramento italo-tedesco: naturalmente tutta la storiografia britannica afferma che l’attacco a sud fu solamente dimostrativo, e che l’attacco vero e proprio si svolse più a nord, dove avvenne in effetti lo sfondamento, in un’area di cesura tra truppe italiane e truppe tedesche. Vista la resistenza, il Gen. Montgomery spedì il Gen. Horrocks a nord, per completare lo sfondamento in atto. I britannici lasciarono di fronte alla “Folgore” oltre seicento morti accertati, oltre ai feriti e a tutti quelli che morirono poi nelle retrovie, strage non certo da attacco “dimostrativo”.

Pag. 516: Ai disastri in territorio italiano, al crollo del fronte russo, all’ecatombe dei sommergibili (gli Alleati avevano inventato il radar) …

Il radar gli Alleati lo avevano inventato da un pezzo e di certo non era una novità, neppure per i tedeschi, visto che lo usavano con successo per affrontare le formazioni dei bombardieri alleati che imperversavano nei cieli della Germania. Quello che gli alleati inventarono era il magnetron (inventato dagli inglesi, prodotto in quantità industriali dagli americani), un particolare tipo di valvola termoionica che permise la costruzione di apparati radar miniaturizzati tali da poter essere montati sugli aerei ed operanti su frequenze talmente alte da essere inintercettabili per gli apparati di rivelazione tedeschi di allora.

Il magnetron, segretissimo negli anni ’40, oggi è presente in tutte le nostre cucine dentro il forno a microonde… Insomma, un libro di piacevole lettura ma, anche se non si arriva alle piacevolezze montanelliane, talvolta fuorviante per chi abbia passione per la verità storica e per l’informazione precisa.

Antonello Ruscazio


venerdì 8 dicembre 2023

I Mille di Bandi, una recensione di Mauro Scorzato


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Giuseppe Bandi , l’estensore de “I Mille” è il classico toscano dell’800. Nella sua biografia si legge che fu laureato in Giurisprudenza ma non praticò mai,e che da buon repubblicano e mazziniano, dopo la galera di prammatica, preferì arruolarsi subito in un battaglione di volontari toscani (erano quelli tempi in cui gli studenti non irridevano i militari ma ne traevano esempio) per poi transitare nell’esercito dei Savoia (allora Armata Sarda) dopo l’annessione del Granducato.

Durante la sua prima esperienza militare ebbe a conoscere Garibaldi, di cui subito si innamorò, subendone il fascino nel modo in cui solo un uomo d’azione può subirlo. Infatti alla prima occasione preferì abbandonare L’Armata Sarda per l’avventura che lo vide, al fianco del suo leader, portare forse la più grande delle vittorie alla casata per la quale non avrebbe dovuto avere grandi simpatie. La narrazione dell’avventura dei “Mille” avviene, per sua stessa ammissione, in forma memorialistica ma, assai spesso, fa riferimento a fatti e conversazioni di cui gli venne riferito da persone, come egli stesso le definisce, “a me fidate”.

Il ritratto che ne esce dell’impresa dei Mille è senz’altro il ritratto dei personaggi che la condussero, al di là di tutte le difficoltà e di tutte le volontà avverse, di una fede ferrea che oggi, affetti come siamo dal relativismo filosofico, ci risulta incomprensibile. Smontati tutti gli dèi, con un anticlericalismo acerrimo, ma che non disdegna di assorbire quei religiosi che credano anch’essi nella causa ( all’arrivo in Sicilia tutti gli ordini religiosi, con particolare riferimento ai gesuiti, furono sciolti col primo editto), l’unica vera religione diventa la riuscita dell’impresa.

Invano il lettore cercherà dettagli militari che possano spiegare come una masnada di personaggi male in arnese, male armati, con un addestramento approssimativo, scarsi di tutto tranne che di nemici siano riusciti a sbaragliare uno degli eserciti meglio equipaggiati ed addestrati del tempo nella penisola. Ricordiamo infatti che l’esercito Borbonico fu il primo a praticare il tiro mirato anziché le “volate”, cosa di cui anche il nostro farà le spese. Sembra che tutto possa essere risolto con una carica furiosa, con una mischia feroce purché benedetta dalla presenza dell’Eroe dei due Mondi, divinizzato,ancor più che ammirato per le sue capacità di condottiero.

Solo con l’apparire di Mazzini, che ricorda a Bandi, repubblicano della prima ora, che Vittorio Emanuele II rimane pur sempre un sovrano, la fede comincia a mostrare qualche timida crepa subito ricoperta dallo stucco della fiducia sull’unità del Paese.

Solo verso la fine del libro alle formazioni garibaldine si affiancano le più ordinate e disciplinate unità dell’Armata Sarda, che in fondo snobbano (quando non proprio disprezzano) quei militari fai-da-te indisciplinati, scalcagnati ma costantemente pronti al combattimento. Pur sapendo che alla fine quelle strane figure in camicia rossa sarebbero state assorbite in quello che diverrà dopo il 1861 il Regio Esercito Italiano e sarebbero quindi ritornati ad essere “colleghi”, gli ufficiali sabaudi trovavano forse più affinità con gli sconfitti ufficiali borbonici che con quegli ufficiali parte raccolti dalla politica senza alcuna cultura militare, parte addirittura disertori dell’Armata Sarda. Rimane interessante vedere con quanta allegria venisse interpretata la diserzione a quei tempi, quando solo pochi anni dopo i disertori fronteggeranno i plotoni d’esecuzione e non a caso viene spesso citato come esempio Giovanni delle Bande nere, al secolo Giovanni de’Medici, noto Capitano di ventura).

Solo chi ha conosciuto forse più nel dettaglio la Storia dell’Esercito Italiano vedrà la nascita di quei caratteri che da allora fino ad oggi lo caratterizzeranno; da un lato gli ufficiali “sabaudi” ligi all’autorità costituita, e vicini al potere che genereranno negli anni personaggi quali Badoglio e Diaz, dall’altra i “garibaldini” che nel proseguo diverranno gli Arditi nella Prima Guerra Mondiale o gli ufficiali coloniali e le forze speciali italiane che tanto diedero filo da torcere agli anglo americani nella Seconda guerra mondiale.

Il Bandi alla fine diverrà giornalista, fonderà il quotidiano di Livorno “il Telegrafo” (che oggi si chiama “il Tirreno”). Utilizzò tutte le energie fisiche e morali per continuare a difendere quell’ideale di Italia, anche senza rifuggire da quei compromessi che nel divenire di quegli anni si rendevano necessari per perseguire il suo fine ultimo. Come tutti gli idealisti di quel tempo, gli occhi rimanevano fissi sul fine e come dirà qualcuno se mantenendo gli occhi sul fine si calpesta qualcosa di sporco, pazienza.

Terminerà la sua vita accoltellato a morte da due anarchici per la strenua difesa dei valori del Risorgimento che aveva condotto dalle colonne del suo giornale: chi prima di assassinarlo, lo aveva minacciato di morte non aveva capito il calibro dell’uomo che aveva di fronte. Se le pagine del suo libro hanno descritto la sua personalità fedelmente, non avrebbe voluto morire in nessun altro modo.

Mauro Scorzato


"Polizie Speciali - Dal fascismo alla repubblica"", di Vittorio Coco, edizioni Laterza 2017 - Recensione di Mauro Scorzato

Vittorio Coco, “POLIZIE SPECIALI “, ediz. Laterza 2017, recensione  di Mauro Scorzato Il volume scritto da Vittorio Coco ricercatore di Stor...