mercoledì 7 ottobre 2026

“The fringes of power” di John R. Colville. Una recensione di Antonio Ruscazio


 “The fringes of power” di John R. Colville

Ecco un altro interessantissimo libro, “The fringes of power” che in italiano potremmo tradurre con qualcosa del tipo “Ai margini del potere”, un sunto dei diari tenuti dall’Autore, Sir John Rupert "Jock" Colville (28 January 1915 – 19 November 1987), che offrono uno sguardo estremamente interessante sul n. 10 di Downing Street durante il periodo bellico e il mandato di Winston Churchill come Primo Ministro durante la IIa G.M.

Colville apparteneva ad una nobile famiglia inglese cun ottimi rapporti nella Corte e negli ambienti che “contavano” ma, essendo un figlio cadetto e a sua volta figlio di un figlio cadetto, era escluso dal grosso della linea ereditaria, e quindi costretto per necessità a cercarsi un lavoro.
Naturalmente queste Famiglie erano tutt’altro che “indigenti” rispetto alla maggioranza della popolazione del Regno Unito di allora e disponevano sicuramente di tutto il necessario e della maggior parte del superfluo: in questo modo il giovane Colville poté frequentare le migliori scuole britanniche (West Downs School a Winchester; Harrow ed Trinity College a Cambridge) e laurearsi brillantemente in Storia. Nelle famiglie britanniche “bene” i figli cadetti avevano due possibilità: se avevano “gambe” abbracciavano la carriera militare, se avevano “testa” venivano reclutati nella “City” (come i suoi due fratelli maggiori), oppure diventavano dei “
Civil Servants” nell’Amministrazione britannica, facilitati in questo dalle vaste relazioni sociali intrattenute dalle Famiglie (la madre era una Dama di Corte della Regina Mary).


In preparazione ad una carriera da “Civil Servant”, dopo la laurea viaggiò intensamente in Europa, dove soggiornò in Germania per migliorare la conoscenza della lingua tedesca e, seguendo la tradizione del “Grand Tour”, in Italia dove ebbe addirittura Bernard Berenson come guida alla pittura rinascimentale.

Con la contrarietà del Padre, che riteneva gli stipendi offerti dall’Amministrazione pubblica britannica troppo esigui per il tenore di vita al quale era abituato, dopo esami severissimi Colville, a soli ventitré anni!, entrò a far parte del Foreign Office come “Terzo Segretario” nel settembre del 1937 e venne assegnato all’”Eastern Department” che noi definiremmo “Medio Oriente”.

A ventitré anni! Fantascienza oggi.

Il Giovane (oggi verrebbe definito “Ragazzo”..) era molto acuto e intelligente e iniziò a tenere un diario su quanto gli succedeva intorno.
Ecco cosa dice circa i suoi primi tempi in quel Dipartimento:
“I problemi importanti sui quali il Dipartimento si confrontava erano quelli relativi alla Palestina, dove un programma di separazione del territorio tra arabi ed ebrei era riuscito a far infuriare entrambe le parti, mentre si credeva che il Mufti di Gerusalemme fosse a libro paga dei Tedeschi e mentre il Governo britannico veniva spietatamente attaccato sia dai Sionisti, che pretendevano un maggior numero di visti di ingresso garantiti agli Ebrei, sia dagli Arabi che pretendevano la cessazione delle immigrazioni”. (pag. 14. Tutte le traduzioni sono dello scrivente).

Sono passati novant’anni ma il problema ancora persiste.

Scoppia la guerra e il Colville, il 27 settembre (1939) annota:
“Per il momento (dopo la sconfitta della Polonia, N.d.R.) la situazione può essere riassunta con le parole dell’Ambasciatore italiano1 a Parigi a Sir Ericc Phipps2 ‘Io ho visto molte guerre combattute senza essere state dichiarate, ma questa è la prima volta che vedo una guerra dichiarata ma non combattuta.’”

Divertente esempio di commistione tra humor napoletano e inglese.
Il primo ottobre 1939, domenica, Colville annota:

“Pranzato con Doroty Cambridge3 e ascoltato alla radio il motivante discorso di Winston Churchill. È certamente uno che ci dà fiducia e che diventerà, presumo, Primo Ministro prima che la guerra sia terminata. Tuttavia, giudicando dal suo curriculum di inaffidabilità e poca credibilità, potrebbe, in tal caso, metterci in situazioni pericolosissime. Ma è l’unico uomo nel Paese che gode di un universale rispetto, e che forse, con l’età, è diventato meno proclive a intraprendere avventure sconsiderate.”

La guerra in corso e la necessità di potenziare l’organico di Downing Street portano Colville a lasciare il Foreign Office per l’ufficio del Primo Ministro.

Una delle cose più interessanti che questo libro dimostra, e che spiega in maniera chiara e netta perché Gran Bretagna e Francia andarono incontro a rovesci militari così terribili nel corso del 1940, è la tremebonda indecisione mostrata nel porre in essere azioni rapide e decisive nel contrastare la Wehrmacht, quando, nell’autunno e inverno 1940, era ben lungi dall’aver acquisito quella preparazione che dimostrerà poi nel maggio del ’40.

Ad esempio, in Norvegia.

“Sabato, 16 dicembre (1940)

“Un memorandum di Winston(Churchill) sulle forniture tedesche di minerale di ferro. Lui considera essenziale l’uso di misure drastiche, ed anche illegali, per prevenirne il carico dai porti norvegesi...

“Lunedì, 1° gennaio (1940)

Il Gabinetto, istigato da Winston (Churchill) sta considerando una audace azione offensiva nella Scandinavia del Nord, che loro pensano potrebbe mettere la Germania in ginocchio ma che anche, secondo me, è pericolosa, ricordando quanto successo a Gallipoli. Brevemente, hanno deciso che se alla Germania venisse impedito l’accesso al minerale di ferro della Scandinavia essa avrebbe necessariamente dovuto rinunciare alla lotta. ...”

Altrettanta timidezza si manifestò per il Fronte Nord, ben sapendo che le linee di difesa alla frontiera francese con il Belgio erano intenibili:
“Lunedì, 15 gennaioLa crisi belga si è intensificata nel fine settimana e il Gabinetto ha deciso di muovere le truppe direttamente in Belgio se i Belgi inviteranno a farlo, per impadronirsi della linea Wavre-Namur e impedire un’avanzata tedesca all’alba proveniente dall’Olanda.

...”
Belgio e Norvegia rimasero irremovibili nella loro neutralità e la Storia narra come le cose andarono.

Ovviamente, per quanto ci riguarda, sono particolarmente interessanti i riferimenti all’Italia e agli Italiani.

“Lunedì, 11 settembre (1939)

In generale, l’impressione ottenuta dal F.O. da quello che riferiscono i giornali. È probabile che la neutralità di Mussolini sia una messinscena e che sia ancora in ottimi rapporti con Hitler. La neutralità italiana è, tuttavia, la politica più saggia per le Potenze dell’Asse: per quanto riguarda Hitler questo assicura la neutralità della Turchia e rende più difficile per gli Alleati aiutare la Polonia da Est, per le complicazioni, ad esempio, dovute al passaggio degli Stretti; dal punto di vista di Mussolini è del tutto desiderabile, perché il popolo italiano è al presente violentemente opposto alla guerra e Mussolini non può che aumentare il suo prestigio tenendosene lontano.”

“Martedì, 30 gennaio.

Gli Italiani stanno facendo buon uso della loro neutralità e sembra che andremo a spendere milioni di sterline in importazioni non necessarie, come “produzione orticola” per convincerli a fornirci i pochi cannoni e le poche navi che ci servono4 e e convincerli ad acquistare il carbone da noi anziché dalla Germania.

...”

Purtroppo è impossibile riportare in questa sede tutti i numerosi punti di interesse contenuti in questo libro di oltre settecento pagine.

Colville sapeva che la sua carriera nel dopoguerra sarebbe stata compromessa se non avesse, fatto il servizio militare e nonostante Churchill non volesse lasciarlo andare.

«Quanti anni ha?» chiese Winston mentre stavo per lasciare il numero 10 di Downing Street.

«Ventisei», risposi.

«A ventisei anni Napoleone comandava le armate d'Italia».

«Pitt era Primo Ministro a ventiquattro».

«Su questo punto ha vinto lei», ammise il Primo Ministro, che di anni ne aveva sessantasei.”

Questo dà la misura della prontezza di lingua del Giovane di fronte a un Maestro della parola come Winston Churchill.


Il giovane tanto fece che riuscì a farsi arruolare nel ruolo che agognava, vale a dire come pilota nella R.A.F. nonostante qualche lieve difetto fisico (qualche potente raccomandazione? mah...) anche se venne destinato ad un Reparto che svolgeva un compito tattico rischiosissimo che comportava notevoli perdite, vale a dire l’attacco al suolo con caccia monomotori.


Dopo aver terminato l’addestramento e il periodo si servizio (RAFVR, 1941–1943), su insistenza del medesimo Churchill ritornò a Downing Street, dove continuò la stesura dei suoi diari.

Occorre anche dire che però, mentre la prima parte dei diari è particolarmente ammirabile per la freschezza dello stile e la vivezza delle osservazioni, la seconda parte è redatta in maniera più “istituzionale” e “diplomatica”, anche se ugualmente interessante.

A margine si respira l’aria tipica della Londra della “Upper Class” degli anni ’30, fatta di pranzi e cene in Club esclusivi , week-end in prestigiose residenze di campagna, cavalcate prima del breakfast a Richmond Park, di scarpe fatte su misura per l’allora esorbitante cifra di 1 sterlina e 5 scellini al paio.... Affascinante.


Colville è stato
Assistant Private Secretary di tre Primi Ministri:

Neville Chamberlain, 1939–1940,

Winston Churchill, 1940–1941 e 1943–1945 (e Joint Principal Private Secretary, 1951–1955),

Clement Attlee, 1945

e, dal 1947 al 1949, Private Secretary della allora Pricipessa Elisabetta, poi divenuta Regina. Ne consiglio la lettura a tutti gli appassionati di storia della IIa G.M.

Note

1 Raffaele Guariglia, barone di Vituso (Napoli, 19 febbraio 1889 – Roma, 25 aprile 1970), Ambasciatore a Parigi dal 1938 al 1942.

2 Sir Eric Clare Edmund Phipps (1875 – 1945), Ambasciatore a Parigi dal 1937 al 1939.

3 Nobildonna inglese, nipote della Regina Mary.

4 - Gli Inglesi erano tra le altre cose, interessati al caccia Re.2000 che, snobbato dalla Regia Aeronautica e acquistato e provato in pochi esemplari dalla Regia Marina con ottimi risultati, intendevano, con poche modifiche, imbarcare sulle loro portaerei. (A. R.)

"Times", 21 Novembre 1987



venerdì 27 febbraio 2026

"Polizie Speciali - Dal fascismo alla repubblica"", di Vittorio Coco, edizioni Laterza 2017 - Recensione di Mauro Scorzato


Vittorio Coco, “POLIZIE SPECIALI “, ediz. Laterza 2017, recensione di Mauro Scorzato


Il volume scritto da Vittorio Coco ricercatore di Storia Contemporanea presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Palermo tratta delle polizie speciali prevalentemente durante il regime fascista.

Analizzando il contenuto, si realizza – in verità - che la trattazione verte più che altro su sezioni speciali del Corpo della Guardia di Pubblica sicurezza limitandosi a cenni sulle altre polizie del medesimo periodo, in particolare i Reali carabinieri e l’OVRA (Organizzazione Volontaria Repressione Antifascismo). La ricerca storica si limita alle aree del Nord Est del nostro Paese e alla Sicilia occidentale prendendoli a riferimento come esempi eclatanti dell’azione repressiva dell’attività poliziesca durante il Ventennio.
L’azione repressiva del prefetto Cesare Mori in Sicilia e quella del suo successore Giuseppe Gueli poi trasferito a Trieste, che l’autore definisce “antipartigiana”, sono il focus della ricerca di Coco.
Alcune osservazioni.

Ad un primo esame appare evidente che il campo d’indagine è sicuramente limitato rispetto all’azione, ben più ampia, nello stesso periodo, di tanti altri reparti. Una visione complessiva sarebbe stata, sicuramente, più emblematica e rappresentativa dell’intera azione poliziesca del regime; inoltre, già nell’introduzione si ritrovano affermazioni che inducono a qualche perplessità, Ad esempio Coco definisce “di stampo terroristico” la campagna antimafia condotta da Mori tra il 1925 e il 1929 e “anti-partigiana” quella di Giuseppe Gueli nell’area Giuliana.

Tralasciando per il momento l’azione del prefetto Gueli a nord est del nostro Paese, di cui tratteremo più avanti, la singolare definizione di “operazione di stampo terroristico” della campagna antimafia di Mori non appare ben calibrata rispetto al quadro storico di riferimento e sul significato di “azione di Polizia”.
Infatti, agevolmente si può affermare che Mori, seppur con azioni violente in un’area fuori controllo come quella della Sicilia nel primo dopoguerra, ha agito secondo una visione che settanta anni dopo sarebbe stata codificata nei manuali delle operazioni contro-insurrezionali, includendo nel termine “insurrezione” non solo il tentativo di cambiare in forma violenta la forma legittima di governo di una Nazione, ma anche la perdita di sovranità dovuta a vasti fenomeni di tipo criminale come il business della coca in Colombia o quello del papavero da oppio in Afghanistan.
Le operazioni, per essere efficaci, secondo le linee strategiche di fondo chieste dal regime, avrebbero dovuto basarsi non tanto e non solo sui “risultati” quanto sugli “effetti”, ritenendo gli “effetti” la percezione che la popolazione siciliana avrebbe avvertito circa l’andamento dello scontro tra Stato (in quel momento lo Stato fascista) e mafia.

Mori, che non era affatto un fascista, aveva ben compreso che la missione a lui affidata era quella di accrescere il consenso del regime attorno alle sue azioni, come espressioni dell’autorità, della forza dello Stato: l’autore, invece, in maniera, diciamocelo, semplicistica attribuisce solo alla vanagloria del “prefetto di ferro” il supporto mediatico alle sue azioni, ritenendo usurpata anche la fama dell’operazione anti brigantaggio, che si sarebbe conclusa positivamente con l’assedio della cittadina di Gangi e la cattura del bandito Andaloro, esclusivamente grazie all’apporto di un suo collaboratore, il Delegato Francesco Spanò.

Oggi non vi è operazione di polizia (e lo vediamo quotidianamente nei telegiornali) che non venga opportunamente trattata nei media ed enfatizzata da chi la esegue; e, quindi, cento anni fa tutto ciò costituì una grande intuizione, come una grande qualità denota chi si circonda di collaboratori capaci, particolarmente affidabili, in grado di interfacciarsi efficacemente con un avversario subdolo, malevolo, difficile da “maneggiare”. Una sensibilità tutta particolare che pochi “piemontesi” avrebbero dimostrato in prosieguo su un terreno infido, come è quello del meridione d’Italia. E nella creazione della leggenda, in un ambiente gravemente degradato, anche la reputazione della capacità al ricorso non dosato della violenza gioca il suo ruolo, specialmente nei conflitti asimmetrici, quando si deve pure infrangere l’aura della leggenda degli “uomini di rispetto”.

“Con Mori … la mafia fu sfrondata, potata, quasi intaccata nel tronco, ma la base e le radici rimasero intatte, perché costituite dai cosiddetti Stati maggiori, ormai notoriamente composti da professionisti, titolati e da individui, in generale di elevata estrazione sociale [...] tanto più pericolosi quanto più vaste sono le loro relazioni.”

Così cita l’autore in “Relazioni mafiose. La mafia ai tempi del Fascismo”, scritto alcuni anni prima. Ma la domanda che sorge spontanea, è: ”Può un poliziotto fare di più?” Veramente crediamo nel messianico concetto che basta un unico individuo, ancorché attorniato da collaboratori competenti e seppur dotato di poteri eccezionali, per sradicare la mala pianta e soprattutto, è auspicabile?

Penso che una analoga domanda si sia posta allorquando, nella ricerca dei capitali mafiosi, ci si rese conto che la loro confisca avrebbe irrimediabilmente compromesso l’economia di intere aree che da essi dipendeva.

In sintesi, dobbiamo riconoscere che Mori fece quanto fu umanamente possibile, in una azione instancabile che durò un decennio e forse di più. Forse la gabbia ideologica dell’autore non permette di valutarne appieno le prerogative ma l’errore tipico dell’analisi di sistemi autoritari si basa sul saper distinguere gli “uomini dello Stato” dagli “uomini del regime”, ponendone in rilevo le differenze. L’omologazione altro non fa che demotivare quelli che oggi servono lo stesso Stato e non lo stesso regime, con lo stesso spirito.

Per capire, invece, le vicissitudini dell’Ispettorato Giuliano, ma soprattutto l’ambiente umano in cui esse ebbero a svolgersi e che dovrebbe essere il prerequisito per comprendere qualsiasi operazione di polizia, dovremo rivolgerci all’analisi storica ma non facendola risalire alla Prima Guerra mondiale come propone l’autore bensì agli anni ‘80 del 1800 come ci indica la relazione della “Commissione storico-culturale italo slovena”. Il documento fa chiara menzione dell’insorgere della conflittualità tra le due popolazioni allorquando l’Impero Austro-Ungarico iniziò la deportazione delle popolazioni di etnia slava nelle aree del litorale dalmato istriano per controbilanciare l’influenza italiana in quello che un tempo fu territorio della Repubblica di Venezia e i cui abitanti guardavano naturalmente alla controparte veneta ora parte del Regno d’Italia.

La conflittualità venne acuita dalla naturale inclinazione delle popolazioni di etnia dalmata-veneta alla navigazione e ai commerci, quindi di natura prettamente costiero cittadina contrapposta alla natura agricola delle colonie slave stanziate nella campagna dell’entroterra.

Il primo conflitto mondiale fece semplicemente detonare la conflittualità contrapponendo l’irredentismo veneto dalmata filo-italiano al lealismo slavo (sloveno e croato) all’aquila bicipite. Ci spiega il fatto il comandante della Quinta Armata A.U. spostata in tutta fretta dal fronte orientale alla frontiera italiana e composta principalmente da sloveni e croati, il quale commentò: “I miei soldati hanno combattuto i russi con la testa, invece hanno combattuto gli italiani con il cuore”.

Alla fine della guerra, ritenendo giustamente la componente slava non troppo filo-italiana, si procedette all’assimilazione forzata delle minoranze, tenuto oltremodo conto della creazione del regno dei Serbi, Croati e Sloveni (poi divenuto regno di Jugoslavia nel 1929) già dalla fine della conferenza di Parigi.

Ma non si dovette attendere il 1929 per vedere la nascita di opposizione al dominio italiano: nel 1921 nasceva ORJUNA, organizzazione che si apponeva all’irredentismo italiano in Dalmazia e a quello ungherese in Vojvodina. Nel 1927 quattro fuoriusciti da questa organizzazione fondarono il TIGR (iniziali in serbo croato di Trieste, Istia, Gorizia e Fiume) dando inizio ad una campagna di terrorismo che ebbe come obbiettivi non solo le forze militari e di polizia italiane, ma anche civili come scuole, asili (in cui si insegnava l’italiano) e persone che avevano a che fare con la cultura italiana, come accennato nella relazione di cui sopra e dettagliato nel libro “il Terrorismo Jugoslavo in Italia negli anni ‘20 e ‘30”.

Alla fine della guerra questo movimento, che ricordiamo bene era una costola del movimento ORJUNA confluì nel Partito Comunista di Tito dove vennero emarginato per l’acceso nazionalismo ma l’autore (e altri) ricordano i fucilati del TIGR come martiri “antifascisti”. Vale ovviamente ricordare che in quella che veniva da loro definita Slavia Veneta e in particolare le convalli del Natisone, l’azione degli sloveni confluiti nel Partito Comunista portò ad una “pulizia etnica” del movimento partigiano con le strage dei partigiani “bianchi” a Malga Porzus, al Bosco Romagno nonché a una serie di omicidi mirati di cui fu vittima anche il fidanzato di Paola Del Din (medaglia d’oro al valor militare della Resistenza), il tenente Vinicio Lago (medaglia d’argento al valor militare della lotta partigiana). Le efferatezze di queste formazioni slave furono tante e tali che nella metà degli anni ‘80 del 900, quando si deponeva la corona d’alloro ai caduti della Resistenza nella Caserma “Francescatto” (comando tedesco durante la guerra) si dovettero interporre reparti militari tra le due ali dei rappresentanti delle associazioni partigiane per evitare zuffe.

Ritornando comunque alle vicende esposte nel libro, tutta questa articolazione della situazione in Venezia Giulia, che vede l’intreccio di violenza di natura etnica, politica ed economica non si evince: ogni persona colpita dalle operazioni di polizia viene sollevata al rango di vittima del Fascismo o quantomeno di una polizia fascista che usava metodi violenti. La definizione di “brigantaggio politico” data da operatori di polizia a quanto accadeva, traeva origine dal fatto che nell’origine meridionale della maggior parte di essi l’efferatezza dei crimini commessi dagli appartenenti alle popolazioni slave, con evisceramento di cadaveri, rimozione degli occhi e dei genitali non poteva non riportare ai racconti di chi aveva preso parte alle campagne contro il brigantaggio post-unitario, in cui l’infierire sui corpi era pratica comune.
E purtroppo come spesso accade quando si è quotidianamente a contatto con violenze efferate di cui non si comprende chiaramente la ragione, è possibile venire travolti dagli eventi e entrare nella logica della repressione indiscriminata.

Anche i successi dell’Ispettorato nell’area della Giulia nella lotta cosiddetta “antipartigiana” andrebbero considerati con maggior senso critico: a cadere nelle reti della polizia erano soprattutto membri delle formazioni facenti capo al CLN al di fuori delle formazioni slovene. Il dubbio che le delazioni all’origine dei successi non fossero altro che un modo per sbarazzarsi di concorrenti poco graditi e puntassero ad una resistenza monoetnica rimane ancor oggi nella mente di molti dei combattenti della Resistenza italiana.
In conclusione, l’esposizione sulle “Polizie speciali” non sembra illustrare con obiettività le capacità delle polizie che hanno caratterizzato il periodo fascista e primo repubblicano.
L’autore muove la sua critica più su un piano ideologico, a posteriori, puntando più sulle collusioni col regime che sull’efficacia dell’azione. Sembra non percepire chiaramente che le esigenze di sicurezza di un cittadino non variano in uno stato autoritario o in uno stato liberale: la tutela della vita e della proprietà dovrebbero rimanere sempre al centro dell’azione e il metro di giudizio dovrebbe essere quanto la polizia si sia distanziata da questi principi ispiratori. E, certo, porre elementi diversi in un unico contenitore, secondo la dizione latina “Boves et oves e pecora omnia” non giova né alla polizia odierna né all’antifascismo (quello vero).

Mauro Scorzato 

mercoledì 27 agosto 2025

Gastone Breccia, "Trafalgar", Einaudi - gli struzzi 2024



 

Gastone Breccia, "Trafalgar", Einaudi - gli struzzi  2024
di Ettore Martinez

"Boldest measures are the safest"

Non c'è da stupirsi, conoscendo l'importanza dei fatti, visitando Londra, della maestosità di Trafalgar Square, che celebra la storica vittoria riportata dalla flotta britannica su quella combinata franco-spagnola il 21 ottobre del 1805. Vittoria che per circa un secolo ha sancito il dominio inglese dei mari.

La bibliografia su Orazio Nelson e sulla battaglia navale è imponente e non solo da parte britannica. Questo apprendiamo man mano che ci addentriamo in questo saggio storico. Che non ha necessitato affatto di essere, secondo una discutibile moda del momento,tradotto in romanzo storico, per essere così avvincente.

Nel progredire della sua ricostruzione, Breccia ricostruisce davanti a noi, un po' alla volta,la figura anche fisica e il carattere di Nelson, uomo sicuramente coraggioso al punto di guidare personalmente un abbordaggio a ben due navi nemiche affiancate. Quando Nelson è caduto mortalmente ferito, a Trafalgar, aveva già precedentemente perso in combattimento un occhio e un braccio ed era anche stato ferito leggermente alla pancia. Nelson era uomo anche capace di spendere,eccedendo, cifre da capogiro. Oppure di instaurare, già sposato con Fanny, un particolare ménage a trois con Emma e il marito di lei,rapporto destinato a durare per tutta la vita. 

Ma in questa precisa ricostruzione storica non si parla solo della persona e della carriera di Nelson, di come sia arrivato a comandare una flotta così importante, guidandola in base a principi tattici che, se pure erano già conosciuti, non erano però mai stati ancora adeguatamente applicati.

Leggendo "Trafalgar" veniamo informati, non solo di come fossero organizzati il tempo e lo spazio a bordo delle navi da guerra dei primi dell'Ottocento e di quali armi disponessero allora le "navi di linea" e gli equipaggi (marines e marinai) e di come venissero adoperate, ma anche di parecchie altre cose di Storia materiale, come per esempio, l'alimentazione e la somministrazione agli equipaggi del "grog".

Ma il grande protagonista di questa storia - nell'età dei grandi velieri con 74 e anche più cannoni,con equipaggi anche di centinaia di uomini- è il *vento*. L'autore infatti riscostruisce minuziosamente le vicende del grande duello navale fra Inghilterra e Francia per la supremazia sui mari, dimostrando come tale variabile fosse essenziale.

Infatti la vittoria di Nelson gli è derivata soprattutto dall'avere egli saputo interpretare strategicamente e tatticamente al meglio, il regime dei venti e l'uso delle navi di cui disponeva. All'interno di una sua visione militare basata sull'attacco spregiudicato volto a rompere la linea nemica. Di più, Nelson (che aveva "alzato la sua insegna" sulla Victory) poteva contare su equipaggi molto più addestrati e su ufficiali più disciplinati.A differenza dei Francesi dell'ammiraglio Villeneuve, che non appare in verità proprio come un'aquila e che fu assai probabilmente "mollato" dal contrammiraglio Dumanoire, proprio nel momento di maggior bisogno: Certo è che a lui non bastò il valore e la sagacia del capitano Lucas, che aveva organizzato la sua nave (la Redoutable) dando, cosa rara, la massima importanza alla sua fucileria che aveva molto addestrato) in previsione di una superiorità britannica nel maneggio dei cannoni.

Del resto l'imperatore, non è che avesse sul mare le stesse grandi capacità che aveva sul campo terrestre di battaglia. Capiva poco i venti.






mercoledì 16 aprile 2025

Antonio Spinosa, "D'Annunzio - Il poeta armato" , Mondadori 1991 (1a edizione 1987)

                                                          una nota di Ettore Martinez




 
Quando A. Spinosa scrive questo libro, è già da tempo disponibile, sin dal 1974, il qualificato libro di F. Gerra su "l'impresa di Fiume, testo del quale Spinosa tiene anche conto per la sua descrizione di quel che avvenne a Fiume fra il settembre del 1919 e il dicembre del 1920. Ma il lavoro del giornalista Spinosa è impostato assai diversamente perché punta a dare molto spazio al costume, all'atmosfera culturale e alla psicologia dei personaggi in gioco.

Emerge così un'impresa di Fiume dalle variegate componenti e partecipazioni che non può essere ridotta semplicemente al fatto (innegabile) che, finita la Grande Guerra, ci fossero persone che volevano prolungarne l'atmosfera perché incapaci di adattarsi ad una vita normale. Sicuramente già si faceva sentire il risentimento dei ceti medi, dell'arditismo e dell'ufficialità congedata che si vedevano abbassati di status e non adeguatamente ri-conosciuti per la guerra che avevano sostenuto.

Ma Spinosa centra il suo discorso piuttosto sul vitalismo esistenziale e sulla trasgressività tutta particolare, propria di certe figure militari che si condensò intorno alla figura di D'Annunzio.

Non a caso si sofferma sulla figura del legionario poeta e scrittore Giovanni Comisso, sulla sua estetica omosessuale ("Fiume, senza gli omosessuali, non avrebbe emanato tanta luce", pag. 6) e sulla sua amicizia cameratesca ed erotica con Guido Keller, personaggio questo quanto mai stravagante dell'entourage di D'Annunzio.

En passant: Keller e Comisso diedero anche vita a un gruppo denominato "Yoga".

Politicamente parlando, il "poeta armato" per un certo periodo fu considerato un "duce" capace di riscattare quell'Italia uscita così malconcia e frustrata dalla guerra. Da chi? Non solo da certi settori dell'industria, che lo sovvenzionarono ma anche da molte componenti politiche e culturali: dal futurista Marinetti, pure così distante dall'estetica dannunziana; dall'anarco-sindacalista Alceste De Ambris, che stilò per fiume una costituzione realmente sbalorditiva (la cosiddetta Carta del Carnaro); dalle élites fiumane che volevano stare dentro il Regno d'Italia; da ampi settori dell'opinione pubblica italiana; da molti militari e intellettuali.

A un certo punto si terrà addirittura una riunione a Milano per prendere in considerazione concretamente l'idea di estendere l'esperienza fiumana a tutta l'Italia. Vi parteciparono, fra gli altri, l'anarchico Errico Malatesta e il leader socialista Giacinto Menotti Serrati, che ritirando l'appoggio del suo partito fece naufragare l'iniziativa.

A Fiume successe di tutto e c'era di tutto (dagli idealisti ai delinquenti comuni) e se è vero che alla fine saranno i Fasci di combattimento di Mussolini a raccogliere -insieme a certe ritualità, parole d'ordine e scenografie- molte delle componenti che si erano raccolte intorno a D'Annunzio, è anche vero che, dopo Fiume, ci furono anche un dannunzianesimo, un reducismo e un arditismo anti-fascisti. Non a caso, quando il poeta si ritirerà in esilio sul Garda, Mussolini incaricherà un Commissario di polizia di tenerlo continuamente e minutamente sotto controllo.

Di D'Annunzio, Spinosa con un misto di equanimità, ironia e critica morale, sottolinea l'impulsività, la retorica, la facilità nel cambiare opinione su cose e persone, la grande confusione politica, l'egocentrismo spesso spietato, il coraggio. Era quella di Fiume di per sé un'impresa che non avrebbe mai potuto avere altri sviluppi.

Questo libro, ancorché datato, come pure il sopraccitato e sicuramente più tecnicamente storico, lavoro di F. Gerra, può aiutare a togliere D'Annunzio da quell'appiattimento sul Fascismo e da una fin troppo facile antiretorica a posteriori di cui è stato vittima.














lunedì 3 febbraio 2025

Una recensione di Antonello Angioni - "Diario di Giovanni Sardu, militare “prigioniero” dei tedeschi nel 1944-45" a cura di Angelo Abis, editore Pietro Macchione, 2024.

 

Diario di Giovanni Sardu, militare “prigioniero” dei tedeschi nel 1944-45

di Antonello Angioni

Tra i meriti da ascrivere a Pietro Macchione, editore anticonformista e contro-tendenza, vi è sicuramente quello della recente pubblicazione del Diario di Giovanni Sardu, sotto ufficiale della Regia Marina Militare Italiana durante la seconda guerra mondiale. L’opera, curata da Angelo Abis, fornisce un quadro storiografico sulla condizione (non solo politica ma anche, e forse soprattutto, sociale e umana) degli Internati Militari Italiani (IMI): i militari italiani catturati e fatti prigionieri dagli ex alleati tedeschi, dopo l’8 settembre del 1943, nei diversi fronti di guerra (la Francia, i Balcani e la stessa Italia) e trasferiti in Germania per essere internati nei lager.

Va detto che i vertici tedeschi avevano da tempo messo in conto una possibile defezione italiana (ci sono documenti fin dal 28 luglio 1943) per cui, appena ebbero conferma dei loro sospetti, poterono attuare contromisure tempestive per invadere la penisola, assumerne il controllo e sfruttarne uomini e mezzi al fine di proseguire la guerra da soli. In pochi giorni disarmarono e catturarono circa 1.007.000 militari italiani su un totale di circa 2.000.000 sotto le armi. Ove si consideri che quasi 700.000 soldati erano già stati catturati da inglesi, francesi e americani prima dell’Armistizio, ne deriva che, nell’autunno del 1943, quasi l’intero esercito italiano era stato fatto prigioniero.

A partire dall’Armistizio, due eserciti stranieri (quello tedesco e quello anglo-americano) si scontrarono sul territorio dell’Italia che perse unità e autonomia politica e decisionale. In particolare, l’occupazione nazista si rivelò violenta e immediata mentre le disposizioni impartite alle divisioni sabaude furono confuse e tardive. Molti militari sbandati contribuirono a dare sostanza alle formazioni partigiane che, proprio in quei giorni, si stavano formando.

Nel periodo che va dal settembre 1943 (Armistizio) agli inizi del 1945, circa 800.000 italiani (militari e civili) vennero fatti prigionieri e, dopo interminabili viaggi, trasferiti su dei carri bestiame nel territorio del Terzo Reich. Gli uomini catturati dalle truppe naziste furono considerati “prigionieri di guerra” sino a quando, il 20 settembre 1943, Hitler impose che il gruppo più numeroso, formato da circa 650.000 militari, fosse classificato come Italienische Militarinternierte vale a dire Internati Militari Italiani. Il cambio di condizione giuridica fu ispirato dalla volontà di punire il “tradimento” dell’8 settembre, eludere i controlli della Croce Rossa Internazionale e soprattutto aggirare le limitazioni imposte dalla Convenzione di Ginevra che vieta l’utilizzo dei prigionieri di guerra nell’industria bellica (settore nel quale in Germania, fin dall’inizio delle ostilità, era esploso un crescente fabbisogno di manodopera). Si era in presenza di un trattamento deteriore rispetto a quello riservato ai prigionieri anglo-americani e francesi che potevano godere delle tutele previste dal diritto internazionale.

La singolare vicenda degli IMI ha inizio l’8 settembre 1943, giorno in cui il generale Pietro Badoglio, capo del governo dopo la destituzione di Mussolini, annuncia l’armistizio con gli anglo-americani firmato il 3 settembre a Cassibile: gli Stati che, sino al giorno prima, erano i nostri nemici diventano gli “alleati” e viceversa. La reazione della Germania nazista fu immediata e le truppe italiane, prive di ordini precisi, diventarono facile preda dell’ex alleato. Costretti a consegnare le armi, migliaia di soldati furono posti di fronte all’alternativa di continuare a collaborare con l’esercito tedesco o di finire internati nei lager. La maggior parte dirà “no” a qualsiasi ipotesi di adesione al progetto nazista e trascorrerà circa venti mesi di internamento e lavoro coatto, in condizioni disumane, patendo la fame e il freddo. Tra essi, circa 50.000 perderanno la vita nel corso della “prigionia” per malattie, denutrizione, esecuzioni e bombardamenti. Considerati traditori della comune causa bellica, i militari italiani furono sottoposti a sopraffazioni e angherie tra le più efferate che i tedeschi abbiano posto in essere contro i prigionieri di guerra.

Come dei veri e propri “schiavi”, gli internati italiani vennero sfruttati nelle miniere, presso le fabbriche di armamenti o nell’industria pesante e siderurgica, fino allo stremo delle loro forze. Spesso, oltre che per fame, morivano proprio per collasso cardiaco. Gli IMI subirono più di tutti i soprusi e le violenze da parte del personale di guardia della Wehrmacht (le forze armate tedesche) e dei dipendenti delle varie aziende dove lavoravano. In tal senso giocò un ruolo fondamentale la richiesta, diffusa a ogni livello istituzionale, di una rappresaglia per l’uscita dell’Italia dalla guerra. Gli italiani venivano presentati come “traditori”.

Va anche detto che un numero imprecisato di prigionieri italiani (tra i 13.000 e i 20.000) morì durante il trasporto dalle isole dell’Egeo al continente greco in quanto le navi vennero affondate dall’aviazione anglo-americana. Tra l’altro, nell’Egeo il comportamento degli alti ufficiali non fu sempre eroico. Ad esempio, il generale Angelico Carta di Riola Sardo (classe 1886), comandante a Creta della 51.ma Divisione di Fanteria Siena, fuggì dall’isola imbarcandosi a Tsoutsouro su un sommergibile britannico raggiungendo Mersa Matruh (Egitto) il pomeriggio del 23 settembre 1943. La fuga del generale, ai cui ordini stavano i 20.000 italiani presenti a Creta, destò profondo sconcerto e disorientamento tra le truppe. Rientrato in Italia nel novembre 1943, Carta divenne comandante del XIII Corpo d’Armata e sul caso calò una coltre di silenzio. 

La vicenda che interessò Sardu peraltro fu assai singolare in quanto lo stesso, a seguito dell’Armistizio, non venne mai catturato dai tedeschi né si consegnò agli stessi e, dopo aver vissuto per un certo periodo in uno status di sostanziale latitanza nell’isola di Rodi, dove era di stanza alle dipendenze della Marina come comandante di una batteria antiaerea, per sfuggire alla cattura, si arruolò come lavoratore straniero nella Todt, l’impresa di costruzioni che operava sotto la direzione dei comandi militari tedeschi. 

Sardu, peraltro, più che un lavoratore, si considerò sempre un prigioniero di guerra (ancorché non venne mai internato in un lager). Lo stesso, dal 23 gennaio 1944 al 1° luglio 1945, compilò il suo Diario dove registrava, con certosina puntualità, l’evolversi della situazione sino al rientro in Italia. Non si tratta di un’opera letteraria ma di un “Diario di guerra” - come evidenzia Abis nell’introduzione - ma non per questo è meno importante in quanto fornisce un quadro nitido e immediato sulle vicende che lo videro protagonista.

Col progressivo prevalere di criteri economici razionali in merito all’impiego degli internati come forza lavoro, il loro status di internati, inizialmente definito in relazione alle esigenze della politica di alleanza con la Repubblica Sociale Italiana, subì un ulteriore cambiamento e gli “IMI”, a seguito dei protocolli sottoscritti a Gubern il 30 luglio 1944 tra i governi del Terzo Reich e della Repubblica Sociale, furono trasformati in “lavoratori civili”. Il cambio di strategia fu deciso da Hitler per poter sfruttare ancora di più gli “schiavi” italiani: il passaggio degli IMI allo status di “lavoratori civili” fu solo uno strumento per adibire i prigionieri secondo le mutate esigenze. In ogni caso, su un totale di circa 600.000 internati, quasi 500.000 optarono per il lavoro civile, circa 25.000 si arruolarono nelle forze armate tedesche o della Repubblica Sociale, mentre i restanti 75.000 circa “preferirono” restare internati nei lager.

Il 18 aprile del 1944, Sardu inizia il lungo viaggio che da Rodi lo porterà prima all’aeroporto di Calamata, nei pressi di Atene, e poi in un campo di raccolta e smistamento in Germania da dove, caricato su un treno merci, giunge a Magdeburgo, in Sassonia. Da allora, e sino al 1 aprile del 1945, è un continuo peregrinare, in diversi centri della Germania, come lavoratore della Todt. L’obbligo lavorativo si confonde con le esigenze di procurarsi il cibo e di sfuggire ai continui bombardamenti dell’aviazione anglo-americana: esigenze queste che spesso diventano prevalenti. Dal 1 aprile 1945, Sardu è preso in carico dagli americani e poi dagli inglesi: sono tre mesi di grande incertezza e di frenetica attesa sino a quanto, nel luglio del 1945, fa rientro in Italia. 

Sardu vede la guerra in tutte le sue sfaccettature: non solo la paura di morire, la fame, la sporcizia, le umiliazioni, il ladrocinio, la vigliaccheria umana, ma anche la solidarietà e la speranza alla quale è sempre in grado di attingere grazie anche alla sua radicata fede cattolica. Constata la totale insipienza e l’inadeguatezza degli alti comandi delle forze armate, la mancanza di onestà, il crollo di ogni valore morale, a tutti i livelli.

Il tempo della guerra è scandito dal rombo degli aerei militari, dal tuonare dei cannoni e dal tambureggiare delle mitraglie: da un carico di distruzione e morte. Ma è scandito anche dalla sporcizia, dalla fame e dalla malattia, dallo scoppio di epidemie, da un carico di sofferenze che solo chi crede nella palingenesi è in grado di sopportare e di superare. Sardu descrive “il passaggio di lunghe colonne di profughi fra i quali vari italiani, il loro stato è pietoso, da lunedì sono in viaggio, molte donne e bambini, mal vestiti, sporchi e zoppicanti, tanti sono montati su carriole, trascinate da gente stanca …» (Diario del 7 marzo 1945, p. 58). Spesso Sardu sogna Fiorenza, la moglie che - a seguito delle disposizioni sull’esodo dei civili impartite dal Governatorato di Rodi - si trova a Lecce in attesa che la guerra finisca. Sono sogni all’insegna della speranza ma anche della paura: in un sogno, addirittura, Fiorenza appare sposata con un russo.

Nel 1945, nella fase che caratterizza l’arrivo in Germania degli “alleati” (gli americani) regna il caos più assoluto e aumenta l’incertezza. Le aspettative sono tante e la paura aumenta. Sardu pensa che, in questo inferno umano, tutti abbiano il diritto di salvare la pelle, tedeschi compresi, perché tutti sono uomini e perché tutti «siamo nelle mani di Dio». Sardu assiste a degli assassinii ben premeditati: bombe sganciate un po’ dovunque anche su case inermi, in aperta compagna, dove non vi può essere alcun obiettivo militare. E di tali atrocità si rendono responsabili sia i piloti inglesi della RAF che quegli delle forze aeree statunitensi: «immagino vi sia una forte percentuale di delinquenti e non di soldati», annota Sardu (Diario del 20 marzo 1945, p. 67). 

E aggiunge che, «Se come un tempo diceva la stampa inglese “i tedeschi bombardavano a casaccio senza scelta di obiettivo”, oggi si può dire altrettanto degli alleati e incolparli non solo di bombardare i paesi a casaccio ma di bombardare anche i “lager” ove viviamo gli internati di tutte le nazionalità alleati degli anglo-americani e una piccolissima parte di tedeschi. I signori anglo-americani come bombardarono noi italiani, francesi, belgi, polacchi, serbi, croati, russi ecc. ecc. bombarderanno anche i lager ove sono prigionieri anglo-americani? Questa non è più guerra, è assassinio che disonora i belligeranti».

Nella “Domenica delle Palme” (25 marzo 1945), suona l’allarme e diverse centinaia di quadrimotori rombano sul cielo diretti, col loro carico di bombe a portare distruzione e morte. Sardu invoca: «Grande Iddio, quando dirai basta a questa furia demoniaca della guerra?». Il 31 marzo 1945, “Sabato Santo”, in una giornata fredda, mentre continua il passaggio dei mezzi tedeschi in ritirata, è tutto un fiorire di americani con carri armati, autoblindi e ogni sorta di mezzi motorizzati. I soldati “alleati” coi loro mezzi schizzano fango e ogni tanto lanciano sigarette ai passanti per evocare un senso dell’abbondanza e dello spreco che in Germania non si vedeva da tempo.

Ma c’è ancora violenza, tanta violenza. I russi, organizzati a gruppi, si danno in modo sistematico allo svaligiamento. Sardu, per ordine degli americani, ha preso parte allo sgombero di un villino «sconquassando e bruciando mobili, mucchi di biancheria di ogni genere, bilance automatiche, servizi di bicchieri, posate, registratori di cassa, ninnoli ecc. ecc. Il padrone torna con la famiglia (una signora, una signorina e una bambina) verso le 9h, a vedere tanto disastro piangono e vorrebbero ritirare qualche cosa che sta per bruciare, un ufficiale lo apostrofa in malo modo e poi lo piglia a calci, la signorina in mezzo a tanta confusione raccoglie qualche straccio e se ne va (una famiglia rovinata completamente). È forse giusto che gli americani agiscano così sebbene i tedeschi ne abbiano combinate tante? Non voglio discutere e se me la posso sfrancare non voglio più andare ad assistere a cose del genere».

Nel Diario del 19 aprile 1945, Sardu fa il conto degli italiani che al 12 aprile sono scappati dalla Todt. La cifra sebbene esigua è consolante: dei 29 italiani presenti al 28 marzo, 13 (tra cui lo stesso Sardu) sono scappati. Lo stesso spera che al gruppo si aggiungano quanto prima gli altri 16 che «non la sfortuna ma la fifa ha fatto proseguire con quegli assassini» (i nazisti). I “liberatori” peraltro stentano ad assumere provvedimenti. Sardu è stufo della vitaccia da cane e non vorrebbe più andare al campo dove, oltre patire la fame, si sta male anche per dormire.

La situazione è drammatica. Pare che un gruppo di prigionieri russi, per la fame sofferta durante il trasporto dalla Russia, si fosse cibato della carne dei compagni morti durante il viaggio (Diario dal 1 al 3 maggio 1945). Poi Sardu lamenta che «gli americani stanno scocciandoci in maniera che siamo già stanchi della loro “liberazione”. Domenica è toccata a un tedesco che senza alcun motivo che quello d’esser tedesco è stato tenuto per varie ore sull’attenti con il berretto calato sugli occhi; ieri mattina idem un operaio venuto al campo dalla fabbrica vicina sorvegliata da americani, per aprire l’acqua è stato schiaffeggiato e poi messo sull’attenti senza alcun motivo, anzi intralciando il lavoro per conto degli americani. Sembra che quanto si diceva anni fa corrisponda a verità, gli americani non sono uomini nel vero senso della parola» (cfr. Diario dal 4 al 9 maggio 1945).

Nelle giornate seguenti, Sardu stigmatizza la condotta immorale delle donne del luogo: «non è raro il caso di vedere mamma e figlia che vanno a … caccia insieme, il numero delle ragazze è addirittura enorme e non mancano quelle che sono appena signorine, v’è poi la non meno grande classe delle vedove che sia per bisogno che per vizio si offrono come cagne, oltre alla fame vi sono quelle che lo fanno per vizio con eccesso tale che sembra che il tempo fugga non a minuti e ad ore ma ad anni. Specie gli italiani sono ricercati e non è difficile che uno anche non tanto intraprendente riesca in poche ore a farsi la fidanzata e poco dopo l’amante. Ciò che si vede è semplicemente nauseante» (cfr. Diario del 10 maggio 1945). «L’afflusso di donne continua con crescente nausea, sembra che 32 internati abbiano contratto malattie poco simpatiche» (Diario del 16 maggio 1945). Nel Diario, dal 28 al 31 maggio 1945, Sardu registra che «il bordello delle tedesche è sempre in aumento, brigate di ragazze in cerca di viveri si danno alla … pazza gioia». 

Nel mentre arrivano notizie sull’evolversi della situazione politica internazionale. «… Secondo ciò che hanno detto vari americani, in Italia ci sarebbe un bel bordello, l’Jugoslavia vorrebbe Trieste e cioè tutta l’Istria e naturalmente Fiume e forse Zara, a che è servito il passaggio della flotta agli alleati, il concorso alla guerra contro i tedeschi? È inutile, ci vogliono mutilare e mutilandoci domani dovremo fare una nuova guerra, ebbene mutilateci Liberatori d’oltremare, domani vi daremo filo da torcere ancora» (Diario del 18-19 maggio 1945). «… L’occupazione dell’Istria da parte di Tito voglio sperare siano chiacchiere insulse, siano in diversi a pronosticare in tal caso una guerra tra Italia e Jugoslavia e naturalmente verranno in aiuto dell’Italia gli Anglo-americani e per gli slavi i russi. Certamente in tutto ciò lo zampino dell’orso moscovita c’è» (Diario del 20 maggio 1945). 

Intanto, annota Sardu, «Un altro mese è sfumato e di rimpatrio non se ne parla. Stanotte all’ospedale è morto un calabrese malato di tubercolosi, meningite o un’altra malattia di cui mi sfugge il nome. Il mio pensiero va a quella povera madre che in attesa del rimpatrio del figlio riceverà il suo annunzio di morte. Quante mamme, quante spose, quanti figli, col finir della guerra, aperto il cuore alla speranza di poter finalmente riabbracciare i loro cari, dovranno contentarsi di un laconico annuncio di morte senza saper né come né dove il povero è deceduto. Quanti poi fra i morti italiani, polacchi e russi non han trovato riposo neanche in un cimitero ma arsi completamente, le loro ceneri lasciate in balia dei venti. La radio alleata comunica che dei 650.000 prigionieri italiani solo 3/4 siano ancora vivi. Dio sa cosa penseranno le nostre famiglie! Barbari tedeschi, la state pagando però! Branchi di femmine d’ogni età s’aggirano per le strade, per un pezzo di pane o un po' di segale si danno come cagne. Dov’è il vostro orgoglio? Non ricordate quando vedevate un russo, un polacco e anche un italiano ci guardavate come se fossimo appestati? Di novità niente» (Diario, dal 1 al 3 giugno 1945).

«Di nuovo nulla. Ci han dato una specie di tesserino e basta. Il troiume è sempre in aumento, anzi da qualche giorno si nota qualche infiltrazione sul campo addirittura» (Diario dal 4 al 7 giugno 1945). «Nulla di nuovo, fa freddo, ogni tanto pioviggina e si ha fame. Dicono che deve venire un generale inglese a ispezionare il campo e già si preparano a dirgliene circa i viveri» (Diario dell’11-12 giugno 1945). «… Italiani provenienti da Wesel sono in giro diretti a Munster in cerca di lavoro per sfamarsi. Altro che liberatori e alleati!» (Diario dal 13 al 15 giugno 1945). «… Domenica sono stato in chiesa, il prete ha fatto un sermone per le donne tedesche rimproverandole per il loro troiume. Fatto degno di nota: un tedesco prigioniero proveniente dall’Italia parlando con un gruppo di italiani ha fatto sfoggio di non poche avventure amorose e fra tante fotografie di donne v’era quella della moglie d’un italiano presente all’intervista. Ha conservato la foto in attesa di ritornare a casa e sistemare i conti con la moglie …» (Diario del 21-27 giugno 1945).

«Da vari giorni giungono notizie da altri campi che fra italiani e tedeschi avvengono fatti poco simpatici. I tedeschi che ce l’hanno a morte con gli italiani per la faccenda del (verraten) tradimento, per quelli d’oggi che si sono accaparrate le loro donne e sono senza moglie, figlie, sorelle ecc. ecc., tanto è vero che molti mariti devono andare ai comandi inglesi per far ridare le donne e gl’inglesi per lo più se la ridono. Riporto un fatterello. Marito, moglie e figlia in cerca di cibo si fermano nelle vicinanze d’un “lager” d’italiani a Reckinghausen. Il marito poggia la bicicletta al reticolato e va in cerca di cibo, intanto la moglie e la figlia aspettano, ingranano discussione con vari italiani che le invitano al lager per uno spuntino a tavola e a … letto. La bicicletta restata incustodita non viene più trovata dal marito che dopo tanto trova le sue donne in dolce colloquio con gli italiani e affatto ideate di seguirlo. Il povero marito deve quindi seguire la sua strada a piedi e senza moglie né figlia. Altro ancora: le donne di Reckinghausen di sera vanno a ballare in “lager”, i poliziotti tedeschi fanno irruzione …» (Diario del 28 giugno 1945). Di queste storie, fatte di miseria e violenza, Sardu ne racconta diverse.

E si arriva così al 1 luglio 1945: è una domenica, giorno dei preparativi. Sardu parte da Haltern su un treno «stracarico di internati e donne tedesche, la maggior parte di dubbia moralità». Si vedono «coppie di ragazze accompagnate da italiani, la solita lussuria, la spaventosa corruzione iniziata con la capitolazione…», un quadro desolante di miserie umane che la guerra non ha fatto altro che ingigantire. Sin qui il “Diario” di Giovanni Sardu che costituisce un contributo importante alla ricostruzione di una vicenda poco conosciuta.

Infatti, la storiografia riguardante gli IMI, sul piano nazionale ed europeo, è ancora a uno stato del tutto insufficiente se si considera l’ampiezza, la complessità e la gravità del fenomeno, anche alla luce del numero assai elevato dei prigionieri coinvolti. Lo studio, relativamente recente, delle vicende dei deportati italiani in Germania nella seconda guerra mondiale ha sollevato il velo di omertà che, per molti decenni, ha coperto una verità agghiacciante.

Alessandro Natta (1918-2001), già internato militare italiano e segretario del Partito Comunista Italiano dal 1984 al 1988, pubblicò nel 1996 il volume “L’altra Resistenza” nel tentativo di porre le basi per un riconoscimento della Resistenza dei militari italiani internati in Germania, con lo scopo di “riabilitare” un esercito “uscito moralmente sconfitto dalla guerra”. Natta, sottotenente di artiglieria, nei giorni successivi all’Armistizio, partecipò alla difesa dell’aeroporto di Gaddurrà, nell’isola di Rodi. Venne ferito e internato in un campo nella stessa isola per essere poi condotto, agli inizi del 1944, nei lager in Germania.

Il volume è di grande interesse anche se forse risente del desiderio dell’autore di ricomporre la dolorosa frattura tra internati militari e partigiani venutasi a creare nel dopoguerra. In realtà - ad avviso di chi scrive - ricondurre la peculiare e complessa esperienza dell’Internamento alle vicende della Resistenza in senso classico significa non comprendere le premesse dell’Internamento stesso e le conseguenze storiche di quella specifica esperienza. Gli internati, a differenza dei partigiani, furono pressoché emarginati dalla storiografia del dopoguerra e dalla memoria collettiva. Furono in qualche misura “costretti” a doversi sentire “partigiani” pur di essere ammessi a un riconoscimento pubblico della loro esperienza, quasi dovessero essere sottoposti a una sorta di riabilitazione della loro memoria. Questo stretto corridoio ideologico ha di fatto contribuito a impedire un sereno e rigoroso sviluppo della ricerca storica sugli internati militari italiani.

La questione del resto si ricollega alle resistenze politiche, piuttosto forti e assai indicative, che Natta incontrò, negli anni Cinquanta, all’interno della dirigenza politica del partito comunista italiano, quando intendeva pubblicare le sue memorie. Nell’immediato dopoguerra e per diversi decenni, l’accostamento tra partigiani (in senso stretto) e internati militari italiani era mal digerita dall’intellighenzia comunista che paragonava l’esperienza di questi ultimi a un fenomeno “reducistico” se non corporativo. In conseguenza di ciò, il suo libro dovette attendere quarant’anni prima di essere pubblicato.

Di queste resistenze ebbe modo di parlare lo stesso Natta agli inizi degli anni Novanta ricordando di avere scritto una testimonianza sull’esperienza dell’internamento e di aver incontrato il veto alla pubblicazione da parte degli Editori Riuniti, la casa editrice vicina al PCI. Natta riteneva utile l’avvio di una riflessione storico-politica sulla deportazione in Germania dopo l’8 settembre 1943 e sulla resistenza opposta dai soldati e dagli ufficiali italiani. Nel libro, Natta mette in luce il carattere peculiare dell’internamento di centinaia di migliaia di militari italiani nei campi di concentramento del Terzo Reich: peculiarità che non fa certo venir meno il valore di quell’esperienza.


Antonello Angioni

“The fringes of power” di John R. Colville. Una recensione di Antonio Ruscazio

  “ The fringes of power” di John R. Colville Ecco un altro interessantissimo libro, “The fringes of power” che in italiano potremmo tradu...