venerdì 27 febbraio 2026

"Polizie Speciali - Dal fascismo alla repubblica"", di Vittorio Coco, edizioni Laterza 2017 - Recensione di Mauro Scorzato


Vittorio Coco, “POLIZIE SPECIALI “, ediz. Laterza 2017, recensione di Mauro Scorzato


Il volume scritto da Vittorio Coco ricercatore di Storia Contemporanea presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Palermo tratta delle polizie speciali prevalentemente durante il regime fascista.

Analizzando il contenuto, si realizza – in verità - che la trattazione verte più che altro su sezioni speciali del Corpo della Guardia di Pubblica sicurezza limitandosi a cenni sulle altre polizie del medesimo periodo, in particolare i Reali carabinieri e l’OVRA (Organizzazione Volontaria Repressione Antifascismo). La ricerca storica si limita alle aree del Nord Est del nostro Paese e alla Sicilia occidentale prendendoli a riferimento come esempi eclatanti dell’azione repressiva dell’attività poliziesca durante il Ventennio.
L’azione repressiva del prefetto Cesare Mori in Sicilia e quella del suo successore Giuseppe Gueli poi trasferito a Trieste, che l’autore definisce “antipartigiana”, sono il focus della ricerca di Coco.
Alcune osservazioni.

Ad un primo esame appare evidente che il campo d’indagine è sicuramente limitato rispetto all’azione, ben più ampia, nello stesso periodo, di tanti altri reparti. Una visione complessiva sarebbe stata, sicuramente, più emblematica e rappresentativa dell’intera azione poliziesca del regime; inoltre, già nell’introduzione si ritrovano affermazioni che inducono a qualche perplessità, Ad esempio Coco definisce “di stampo terroristico” la campagna antimafia condotta da Mori tra il 1925 e il 1929 e “anti-partigiana” quella di Giuseppe Gueli nell’area Giuliana.

Tralasciando per il momento l’azione del prefetto Gueli a nord est del nostro Paese, di cui tratteremo più avanti, la singolare definizione di “operazione di stampo terroristico” della campagna antimafia di Mori non appare ben calibrata rispetto al quadro storico di riferimento e sul significato di “azione di Polizia”.
Infatti, agevolmente si può affermare che Mori, seppur con azioni violente in un’area fuori controllo come quella della Sicilia nel primo dopoguerra, ha agito secondo una visione che settanta anni dopo sarebbe stata codificata nei manuali delle operazioni contro-insurrezionali, includendo nel termine “insurrezione” non solo il tentativo di cambiare in forma violenta la forma legittima di governo di una Nazione, ma anche la perdita di sovranità dovuta a vasti fenomeni di tipo criminale come il business della coca in Colombia o quello del papavero da oppio in Afghanistan.
Le operazioni, per essere efficaci, secondo le linee strategiche di fondo chieste dal regime, avrebbero dovuto basarsi non tanto e non solo sui “risultati” quanto sugli “effetti”, ritenendo gli “effetti” la percezione che la popolazione siciliana avrebbe avvertito circa l’andamento dello scontro tra Stato (in quel momento lo Stato fascista) e mafia.

Mori, che non era affatto un fascista, aveva ben compreso che la missione a lui affidata era quella di accrescere il consenso del regime attorno alle sue azioni, come espressioni dell’autorità, della forza dello Stato: l’autore, invece, in maniera, diciamocelo, semplicistica attribuisce solo alla vanagloria del “prefetto di ferro” il supporto mediatico alle sue azioni, ritenendo usurpata anche la fama dell’operazione anti brigantaggio, che si sarebbe conclusa positivamente con l’assedio della cittadina di Gangi e la cattura del bandito Andaloro, esclusivamente grazie all’apporto di un suo collaboratore, il Delegato Francesco Spanò.

Oggi non vi è operazione di polizia (e lo vediamo quotidianamente nei telegiornali) che non venga opportunamente trattata nei media ed enfatizzata da chi la esegue; e, quindi, cento anni fa tutto ciò costituì una grande intuizione, come una grande qualità denota chi si circonda di collaboratori capaci, particolarmente affidabili, in grado di interfacciarsi efficacemente con un avversario subdolo, malevolo, difficile da “maneggiare”. Una sensibilità tutta particolare che pochi “piemontesi” avrebbero dimostrato in prosieguo su un terreno infido, come è quello del meridione d’Italia. E nella creazione della leggenda, in un ambiente gravemente degradato, anche la reputazione della capacità al ricorso non dosato della violenza gioca il suo ruolo, specialmente nei conflitti asimmetrici, quando si deve pure infrangere l’aura della leggenda degli “uomini di rispetto”.

“Con Mori … la mafia fu sfrondata, potata, quasi intaccata nel tronco, ma la base e le radici rimasero intatte, perché costituite dai cosiddetti Stati maggiori, ormai notoriamente composti da professionisti, titolati e da individui, in generale di elevata estrazione sociale [...] tanto più pericolosi quanto più vaste sono le loro relazioni.”

Così cita l’autore in “Relazioni mafiose. La mafia ai tempi del Fascismo”, scritto alcuni anni prima. Ma la domanda che sorge spontanea, è: ”Può un poliziotto fare di più?” Veramente crediamo nel messianico concetto che basta un unico individuo, ancorché attorniato da collaboratori competenti e seppur dotato di poteri eccezionali, per sradicare la mala pianta e soprattutto, è auspicabile?

Penso che una analoga domanda si sia posta allorquando, nella ricerca dei capitali mafiosi, ci si rese conto che la loro confisca avrebbe irrimediabilmente compromesso l’economia di intere aree che da essi dipendeva.

In sintesi, dobbiamo riconoscere che Mori fece quanto fu umanamente possibile, in una azione instancabile che durò un decennio e forse di più. Forse la gabbia ideologica dell’autore non permette di valutarne appieno le prerogative ma l’errore tipico dell’analisi di sistemi autoritari si basa sul saper distinguere gli “uomini dello Stato” dagli “uomini del regime”, ponendone in rilevo le differenze. L’omologazione altro non fa che demotivare quelli che oggi servono lo stesso Stato e non lo stesso regime, con lo stesso spirito.

Per capire, invece, le vicissitudini dell’Ispettorato Giuliano, ma soprattutto l’ambiente umano in cui esse ebbero a svolgersi e che dovrebbe essere il prerequisito per comprendere qualsiasi operazione di polizia, dovremo rivolgerci all’analisi storica ma non facendola risalire alla Prima Guerra mondiale come propone l’autore bensì agli anni ‘80 del 1800 come ci indica la relazione della “Commissione storico-culturale italo slovena”. Il documento fa chiara menzione dell’insorgere della conflittualità tra le due popolazioni allorquando l’Impero Austro-Ungarico iniziò la deportazione delle popolazioni di etnia slava nelle aree del litorale dalmato istriano per controbilanciare l’influenza italiana in quello che un tempo fu territorio della Repubblica di Venezia e i cui abitanti guardavano naturalmente alla controparte veneta ora parte del Regno d’Italia.

La conflittualità venne acuita dalla naturale inclinazione delle popolazioni di etnia dalmata-veneta alla navigazione e ai commerci, quindi di natura prettamente costiero cittadina contrapposta alla natura agricola delle colonie slave stanziate nella campagna dell’entroterra.

Il primo conflitto mondiale fece semplicemente detonare la conflittualità contrapponendo l’irredentismo veneto dalmata filo-italiano al lealismo slavo (sloveno e croato) all’aquila bicipite. Ci spiega il fatto il comandante della Quinta Armata A.U. spostata in tutta fretta dal fronte orientale alla frontiera italiana e composta principalmente da sloveni e croati, il quale commentò: “I miei soldati hanno combattuto i russi con la testa, invece hanno combattuto gli italiani con il cuore”.

Alla fine della guerra, ritenendo giustamente la componente slava non troppo filo-italiana, si procedette all’assimilazione forzata delle minoranze, tenuto oltremodo conto della creazione del regno dei Serbi, Croati e Sloveni (poi divenuto regno di Jugoslavia nel 1929) già dalla fine della conferenza di Parigi.

Ma non si dovette attendere il 1929 per vedere la nascita di opposizione al dominio italiano: nel 1921 nasceva ORJUNA, organizzazione che si apponeva all’irredentismo italiano in Dalmazia e a quello ungherese in Vojvodina. Nel 1927 quattro fuoriusciti da questa organizzazione fondarono il TIGR (iniziali in serbo croato di Trieste, Istia, Gorizia e Fiume) dando inizio ad una campagna di terrorismo che ebbe come obbiettivi non solo le forze militari e di polizia italiane, ma anche civili come scuole, asili (in cui si insegnava l’italiano) e persone che avevano a che fare con la cultura italiana, come accennato nella relazione di cui sopra e dettagliato nel libro “il Terrorismo Jugoslavo in Italia negli anni ‘20 e ‘30”.

Alla fine della guerra questo movimento, che ricordiamo bene era una costola del movimento ORJUNA confluì nel Partito Comunista di Tito dove vennero emarginato per l’acceso nazionalismo ma l’autore (e altri) ricordano i fucilati del TIGR come martiri “antifascisti”. Vale ovviamente ricordare che in quella che veniva da loro definita Slavia Veneta e in particolare le convalli del Natisone, l’azione degli sloveni confluiti nel Partito Comunista portò ad una “pulizia etnica” del movimento partigiano con le strage dei partigiani “bianchi” a Malga Porzus, al Bosco Romagno nonché a una serie di omicidi mirati di cui fu vittima anche il fidanzato di Paola Del Din (medaglia d’oro al valor militare della Resistenza), il tenente Vinicio Lago (medaglia d’argento al valor militare della lotta partigiana). Le efferatezze di queste formazioni slave furono tante e tali che nella metà degli anni ‘80 del 900, quando si deponeva la corona d’alloro ai caduti della Resistenza nella Caserma “Francescatto” (comando tedesco durante la guerra) si dovettero interporre reparti militari tra le due ali dei rappresentanti delle associazioni partigiane per evitare zuffe.

Ritornando comunque alle vicende esposte nel libro, tutta questa articolazione della situazione in Venezia Giulia, che vede l’intreccio di violenza di natura etnica, politica ed economica non si evince: ogni persona colpita dalle operazioni di polizia viene sollevata al rango di vittima del Fascismo o quantomeno di una polizia fascista che usava metodi violenti. La definizione di “brigantaggio politico” data da operatori di polizia a quanto accadeva, traeva origine dal fatto che nell’origine meridionale della maggior parte di essi l’efferatezza dei crimini commessi dagli appartenenti alle popolazioni slave, con evisceramento di cadaveri, rimozione degli occhi e dei genitali non poteva non riportare ai racconti di chi aveva preso parte alle campagne contro il brigantaggio post-unitario, in cui l’infierire sui corpi era pratica comune.
E purtroppo come spesso accade quando si è quotidianamente a contatto con violenze efferate di cui non si comprende chiaramente la ragione, è possibile venire travolti dagli eventi e entrare nella logica della repressione indiscriminata.

Anche i successi dell’Ispettorato nell’area della Giulia nella lotta cosiddetta “antipartigiana” andrebbero considerati con maggior senso critico: a cadere nelle reti della polizia erano soprattutto membri delle formazioni facenti capo al CLN al di fuori delle formazioni slovene. Il dubbio che le delazioni all’origine dei successi non fossero altro che un modo per sbarazzarsi di concorrenti poco graditi e puntassero ad una resistenza monoetnica rimane ancor oggi nella mente di molti dei combattenti della Resistenza italiana.
In conclusione, l’esposizione sulle “Polizie speciali” non sembra illustrare con obiettività le capacità delle polizie che hanno caratterizzato il periodo fascista e primo repubblicano.
L’autore muove la sua critica più su un piano ideologico, a posteriori, puntando più sulle collusioni col regime che sull’efficacia dell’azione. Sembra non percepire chiaramente che le esigenze di sicurezza di un cittadino non variano in uno stato autoritario o in uno stato liberale: la tutela della vita e della proprietà dovrebbero rimanere sempre al centro dell’azione e il metro di giudizio dovrebbe essere quanto la polizia si sia distanziata da questi principi ispiratori. E, certo, porre elementi diversi in un unico contenitore, secondo la dizione latina “Boves et oves e pecora omnia” non giova né alla polizia odierna né all’antifascismo (quello vero).

Mauro Scorzato 

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