domenica 25 agosto 2024
LA “STANCHEZZA IMPERIALE” secondo Dario Fabbri fine dell'Imperialismo oppure imperialismo 2.0? Una recensione di Mauro Scorzato
sabato 22 giugno 2024
Dario Fabbri, "Geopolitica umana" - Una nota di Ettore Martinez
Dario Fabbri, "Geopolitica umana - capire il mondo dalle civiltà antiche alle potenze odierne" ediz. Gribaudo 2024
Che cos'è la Geopolitica? Leggiamo e sintetizziamo dal web una definizione generale: essa sta a indicare un modo di riferirsi e di studiare le relazioni esistenti fra la geografia fisica, la geografia umana e l'azione politica.
In altri termini i rapporti fra i popoli.
Dario Fabbri, proveniente dal gruppo di "Limes", ha da tempo dato vita a una propria tendenza analitica che chiama "Geopolitica umana".
Sua caratteristica saliente è quella di studiare l'interazione fra una collettività (i leader a suo avviso non sono mai determinanti ma semmai agìti) e la Storia, perché "soltanto ciò che è stato incide sul presente". Incrocia quindi la geopolitica classica, oltre che con la storia, con l'antropologia e con la psicologia collettiva. Cioè con il "comune sentire" di una popolazione, entrando così anche nel suo "parlato", che ne rappresenta sempre l'espressione inconsapevole.
Si interessa allora di etnografia e della pedagogia nazionale. Quest'ultima è la Storia insegnata a scuola. Potremmo dire che con ciò realizza si un "Erlebnis", un'immedesimazione che sola ci permette di entrare nell'orizzonte di senso di un popolo e di intuirne la "traiettoria".
Praticando questo genere di gnoseologia, per esempio, ci si rende conto che non tutti i popoli desiderano ardentemente la nostra Democrazia o la Pace e che sono spesso lontanissimi dai nostri Valori e dai nostri sensi di colpa.
Ho parlato di "popoli" ma Fabbri chiarisce subito che i veri attori geopolitici sono sempre le nazioni o gli imperi.
Fra questi, il discrimine fra stati "massimalisti" -cioè tendenti più alla potenza che all'economia- e stati "post-storici", cioè in fase di arresto e/o di soggezione ad altri stati o imperi, è dato dalla *demografia*.
I popoli invecchiati, composti cioé da una maggioranza di anziani, tendono -secondo Fabbri- a ritenere superata e inutile la guerra; sono propensi ad evitare il dolore e le privazioni. Rifiutano finché è possibile la violenza perché ingiusta e inutile e ritengono così di averla eliminata. Non è detto però che anche gli altri concordino con questa loro decisione.
Popolazioni massimaliste e "imperiali", per Storia e vocazione, sono gli USA che, con l'assimilazione, reintegrano i giovani e contrastano l'invecchiamento, la Russia, la Cina, la Turchia e il *giovane* Iran.
Di quest'ultimo si tende spesso a fraintendere l'opposizione interna che tutto significa tranne desiderio di praticare la Democrazia occidentale (di origine americana-francese) che viene storicamente praticata in Occidente.
Questi massimalisti sono imperi e praticano l'assimilazione (che ha i suoi aspetti coattivi) in funzione, sempre, della potenza, laddove noi in Italia, per esempio, alla ricerca dell'economia, pratichiamo l'integrazione che ci mantiene nella multiculturalità.
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Al punto - ma questa è una mia opinione personale- di rinunciare spesso ai nostri usi e costumi tradizionali per compiacere gli ospiti; questo per via di sensi di colpa e di un civilissimo relativismo culturale. Qui vorrei però continuare a seguire Fabbri e astenermi da valutazioni morali e/o politiche.
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In questa analisi "demologica", mi si passi la curvatura di un termine oggi desueto, sta a mio avviso il cuore gnoseologico della geopolitica umana di Fabbri.
Il libro, che consta di 210 pagine suddivise in XII capitoli, mostrandoci di questa ottica l'applicazione a situazioni specifiche e a momenti storici , ci dice ovviamente molto di più. Le implicazioni geopolitiche infatti, come si può ben vedere, sono tante.
Ettore Martinez
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“temprando lo scettro a' regnatori
gli allòr ne sfronda, ed alle genti svela
di che lagrime grondi e di che sangue”
Ugo Foscolo, “I Sepolcri”
Nel suo recente “Geopolitica umana – capire il mondo dalle civiltà antiche alle potenze odierne” (Edizioni Gribaudo, 2024), Dario Fabbri si preoccupa innanzitutto di chiarire in che cosa consista propriamente la sua Geopolitica, di che cosa si interessi e con quale approccio metodologico-epistemologico.
« In formula: la geopolitica umana studia l'interazione tra collettività collocate nello spazio geografico calandosi nello sguardo altrui. Oggetto della sua analisi sono le aggregazioni umane, in ogni realizzazione storica. Tribù poleis, comuni. Fino all'epoca corrente, dominata dagli stati-nazione, dagli imperi. Mai i singoli individui. Tantomeno i leader » (op.cit. pag.12).
Più avanti -ed eccoci al punto che maggiormente ci ha interessato- Fabbri aggiunge: «Come nella gnoseologia di Alexandre Kojève, questa geopolitica indaga il “mondo storico”, frutto del lavoro degli uomini, non quello naturale » (pag. 13).
Secondo Giulia Merlino - laureata in Filosofia con la tesi “Aporie della fine – Il pensiero di Alexandre Kojève” (1)- “il parallelismo tra geopolitica e gnoseologia kojèviana è sicuramente da rintracciare nel ruolo della negazione (dialettica ma non solo): ossia, si dà discorso solo dell'azione umana, mai della natura, perché l'uomo conosce solo ciò che nega, cioè *ciò che trasforma*.(2)
Ci sembra di capire quindi che Diego Fabbri ritenga fondamentale, per conoscere bene gli assetti e le “traiettorie” di un popolo, riferirsi al suo patrimonio storico,cercando di acquisirne dall'interno vissuti e credenze; direi addirittura dai suoi “Erlebnis” collettivi più che da logiche o modelli che rispondono ai nostri criteri culturali.
Ci sono infatti, a suo avviso, popoli che mettono al primo posto la potenza, anche a scapito dell'interesse economico. Sono i popoli che Fabbri chiama “massimalisti”.
Giulia Merlino sottolinea nel suo lavoro come Kojève si differenzi anche da Marx, al pensiero del quale pure fa solitamente ricorso per curvare Hegel, nel mettere hegelianamente al primo posto come motore della Storia la propria personale visione del famosissimo rapporto (3) ”Signoria-Servitù, cioè la lotta mortale per il “riconoscimento”, nella quale chi ha paura diventa servo.
Infatti
“« ... laddove per Marx la storia si originava nella creazione dei mezzi di produzione per il soddisfacimento dei bisogni elementari dell'uomo, per Kojève essa aveva con la Lotta “per il puro prestigio”:
[scrive infatti Kojève]
“(…) Marx ha avuto il torto di semplificare e di amputare la concezione hegeliana. Per Hegel, l'atto di lavorare ne presuppone un altro, quello della lotta per il puro prestigio, che Marx non ha riconosciuto nel suo giusto valore.” (4) »
Prestigio, “volontà di potenza” che nella Geopolitica umana di Fabbri sta invece al centro dell'attenzione, quando vogliamo individuare le “traiettorie” dei popoli dominanti, laddove quelli dominati (spesso anche demograficamente anziani) ricercano piuttosto la pace e i vantaggi economici.
Giulia Merlino prosegue sottolineando come questa forzatura del pensiero di Hegel da parte di Kojève, conduca quest'ultimo a credere in « uno Stato fondato sulla “gloria” (…) invece che sull'appropriazione dei mezzi di produzione da parte della classe lavoratrice»
“Nessun ricorso alla virtù o alla moralità, come propone Leo Strauss, potrà cambiare la realtà. Al contrario Kojève vi contrappone l'«immoralità», perché è la storia a incaricarsi di giudicare, «attraverso la 'riuscita' o il 'successo', le azioni degli uomini di Stato o dei tiranni».
Marco Filoni, in “liMes – rivista italiana di geopolitica”, novembre 2023
Per questa nota sintetica si ringrazia vivamente la Prof.ssa Giulia Merlino di Messina.
NOTE
(1) Università di Messina (Triennio accademico 2006-2008)
Relatore Prof. Girolamo Cotroneo.
(2) “In questo senso, esiste - certo - una gnoseologia kojèviana, nei termini di una teoria della conoscenza come formazione del discorso, ma chiaramente fa i conti con la dottrina centrale della fine della storia che è anche - in qualche modo - una fine del discorso. Kojève pensa la Storia in termini di un graduale superamento sia dello Stato nazionale che dei popoli in quanto tali, anche se c'è tutta una fase intermedia - quella degli imperi - che ancora mantiene un qualche appiglio con la vecchia geopolitica” Giulia Merlino.
Ricordiamo che la tesi della Prof.ssa Merlino è incentrata prevalentemente sulla “fine della storia” in Kojève (e quindi in Hegel) e che sviluppa una sua propria analisi lungo questa direttrice.
(3) Rapporto che come è noto viene trattato nella “Fenomenologia dello Spirito” di Hegel e che è stato molto studiato e discusso.
(4) A. Kojève, “Linee per una fenomenologia del diritto”
martedì 20 febbraio 2024
"Comandante", una recensione (2023) di Antonello Ruscazio del film di E. De Angelis
Una recensione di Antonello Ruscazio
"Comandante"
film del 2023 diretto da Edoardo De Angelis Sceneggiatura Edoardo De Angelis,Sandro Veronesi Protagonista Pierfrancesco Favino nel ruolo di Salvatore Todaro
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Da italiano, e da italiano orgoglioso di esserlo, non posso che ringraziare la produzione del film per la sua determinazione nel voler portare sugli schermi questo episodio della IIa G.M. e, se esprimerò quindi qualche critica, non vuol dire minimamente che io sconsigli la visione del film, anzi.
Avevo visto, prima dell’uscita del film, alcune foto del set in cui veniva girato ed avevo avuto quindi modo di apprezzare molto positivamente la fedeltà della ricostruzione dell’opera morta (per i non tecnici: la parte della nave che sta sopra la linea di galleggiamento) del R. Smg. “Comandante Cappellini” (sommergibile oceanico della classe Marcello, 1059 tonnellate di dislocamento in superficie, 1313 in immersione), ma immaginavo già prima di vederlo che che nel film ci sarebbero stati molti errori “tecnici”, come in tutti i fim sui sommergibili, per cui ero preparato.
Occorre tenere presente che ho visto il film al cinema e quindi, non potendo chiedere all’operatore di portare indietro la pellicola e farmi un fermo immagine, alcune delle cose che esporrò in queste righe, che non intendono essere un’esegesi dell’opera cinematografica o il resoconto delle missioni del “Cappellini" in Atlantico, sono il frutto di una visione piuttosto fugace, che cercherò di mettere a punto qualora riuscissi a trovare una versione DVD.
Iniziamo con la partenza.
A mia informazione la partenza di un sommergibile, soprattutto nei primi mesi del conflitto, avveniva in maniera ben diversa da quella da tragedia greca mostrata nel film: mi sembra strano che il Comandante della Squadriglia sommergibili (almeno...) alla quale il “Cappellini” apparteneva sia rimasto sotto le coltri, non fosse presente una banda musicale e le signorine in abbigliamento non dico da da moderna “influencer” ma di certo non consono agli standard di dignità delle donne dell’epoca che si vedono nel film non abbiano gettato mazzi di fiori.
Questa chiamiamola così “coreografia” aveva i suoi precisi significati: uno evidentemente propagandistico, e un altro, più importante, che doveva far ricordare all’equipaggio che la Nazione considerava i sommergibilisti la crema della crema delle proprie Forze Armate e che quindi, una volta chiusi in un tubo d’acciaio a decine di metri sotto la superficie del mare e a contatto con il nemico, l’intera Nazione avrebbe contato su di loro.
Non si può essere tuttologi e non sono un esperto di uniformologia, ma la foggia del berretto del Comandante Todaro mi sembrerebbe più simile a quello di un “Seniore” della “Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale” che a quallo di un Capitano di Corvetta della Regia Marina di allora, colore a parte. Mah…
Episodio molto verosimile invece quello in cui il Comandante Todaro ispeziona l’equipaggio e non fa imbarcare un Sottocapo elettricista perché visibilmente sofferente.
Il medesimo episodio si verificò alla partenza di quella che fu l’ultima missione del più famoso e più vittorioso sommergibile italiano ( e forse di tutta la IIa G.M. : non furono molti quelli che misero fuori combattimento due corazzate nella stessa missione...) il R.Smg. “Scirè”, salvandogli in tal modo la vita. Il marimaio in questione, che diventò poi un imprenditore di successo, non si diede mai pace per non aver partecipato a quella missione. (Episodio raccontatomi personalmente dalla Figlia).
“Marcon”
Usa il fischietto e sembrerebbe quindi il nostromo, in quanto l’uso del fischietto non si addice alla dignità di un Ufficiale, ma un nostromo, benché persona di grande autorità a bordo, non può di certo avere una tale familiarità con il Comandante.
Ma ancora meno verosimile sono le sue sembianze da vecchio Nettuno decisamente in là con l’età: di certo a bordo dei sommergibili si invecchiava presto (se si invecchiava…) ma era raro che ci fossero a bordo persone oltre i trent’anni, perché solo giovani e giovanissimi avrebbero potuto resistere all’estrema durezza della vita e dei combattimenti a bordo.
“Marcon” sarebbe stato quindi sbarcato da parecchi anni. Lo stesso C.C. Salvatore Todaro, nato nel 1908, nel 1940 aveva 32 anni e quindi anche la figura dell’attore protagonista non sembrerebbe forse delle più adeguate.
Ero giovanissimo allora ma ricordo perfettamente: guardavo un film su un sommergibile americano con mio Zio Luigi, fratello di mio Nonno Antioco, entrambi sommergibilisti, mio Nonno durante la Ia G.M., mio Zio negli anni ’20: (qui la sua foto)
https://cliolamusadellastoria.blogspot.com/.../hitlers-u... )
che si mise a ridere fragorosamente quando vide che alcuni marinai avevano la sigaretta in bocca. È vero che si trattava di un film americano, e a bordo dei sommergibili americani, in particolarissime situazioni, poteva essere concesso di fumare una sigaretta ma, di certo, non sui sommergibili dell’Asse.
Sempre a mia conoscenza, a bordo dei sommergibili italiani era vietato radersi senza l’autorizzazione del Comandante. L’acqua dolce infatti non serviva solo per bere, ma soprattutto per le batterie di accumulatori per la propulsione e le utenze di bordo, che la divoravano. Il T.V. Gino Birindelli, in occasione dell’operazione “GB2” chiese al Comandante Junio Valerio Borghese il permesso di farsi la barba, con queste parole: “Signor Comandante, poiché un gentiluomo si rade prima di uscire di casa, e visto che non è improbabile oggi un incontro con qualche gentiluomo inglese, chiedo il permesso di potermi radere. ”
Sui sommergibili americani le cose erano diverse, in quanto, essendo di dislocamento molto maggiore per poter affrontare le lunghissime distanze dell’Oceano Pacifico, avevano a bordo potenti impianti di dissalazione.
Episodio del campo minato.
Episodio quanto mai inverosimile. Non potevano esserci campi minati a Gibilterra per una duplice ragione: la prima perché le acque territoriali attorno e di fronte a Gibilterra sono acque territoriali spagnole o controllate dalla Spagna, e gli spagnoli non avrebbero di certo apprezzato la creazione di campi minati nelle loro acque territoriali; la seconda perché, dal punto di vista tecnico, l’ancoraggio di mine in fondali come qualli attorno a Gibilterra, profondi e percorsi da forti correnti, non era semplicemente possibile. Dato inoltre il vasto traffico britannico da e verso Gibilterra, le mine britanniche avrebbero causato molto probailmente più vittime amiche che nemiche.
Da notare come gli addestratissimi equipaggi dei sommegibili tedeschi ebbero sempre problemi nell’attraversamento dello Stretto, mentre non ne ebbero i sommergibili italiani.
Ma assolutamente inverosimile è la scena del coraggioso marinaio, corallaro di Torre del Greco (se non ricordo male) che esce dal sommergibile con l’A.R.O. (autorespiratore a ossigeno), taglia il cavo di ancoraggio della mina, libera il sommegibile e muore.
Primo. Se il “Cappellini” fosse incappato in un campo minato non ci sarebbe stata nessuna scena del genere: l’equipaggio avrebbe sentito esclusivamente il sinistro stridio dello strisciamento del cavo sulla fiancata e due o tre scondi dopo lo scoppio. Et finis…
Secondo. La pesca del corallo non avveniva, come oggi, con l’immersione di sommozzatori, ma con un particolare attrezzo, detto “ingegno”, che veniva trascinato sul fondo. Comunque, correttamente, nel film il marianaio si preoccupa perché l’autorespiratore a ossigeno è un attrezzo molto pericoloso e può essere usato con sicurezza sino a profondità massime di 18/20 m in quanto, se la pressione parziale dell'ossigeno supera le 1,3-1,4 atmosfere, si ha il fenomeno dell’avvelenamento da ossigeno.
L’A.R.O. viene usato dalle Marine militari perché, a differenza di quello ad aria (utilizzabile sino a 100 m di profondità, e oltre), non emette bolle ed ha una maggiore autonomia.
Nel 1940 l’A.R.O. era un’attrezzatura ancora sperimentale e dubito che fosse presente a bordo del “Cappellini”, men che meno la modernissima versione che indossa il marinaio….
L’attaco dell’aereo avvenne in una missione successiva rispetto a quella di cui il film tratta (ottobre 1940), e precisamente il14 gennaio 1941.
In 1122 8° 53'N, 14° 56'W Alle 11.20, il Cappellini stava per immergersi quando fu avvistato un aereo. Due minuti dopo, sganciò quattro bombe che colpirono il sottomarino all'estremità di prua e al centro della nave. L'attacco era stato effettuato da un Walrus del 710 Squadron (FAA) dell'idrovolante HMS Albatross con base a Freetown. In realtà aveva sganciato tre bombe A/S da 100 libbre.
Il sottomarino venne gravemente danneggiato e dovette rifugiarsi a Luz (Gran Canaria) per le riparazioni.
L’aereo del film non è un idrovilante Walrus ma sembra un Spitfire degli ultimi modelli costruiti durante la guerra, riconoscibile per il doppio radiatore sotto le ali. Nel 1940 gli Spitfire valevano l’oro che pesavano per la difesa delle Isole britanniche e passerà un bel po’ di tempo prima che siano inviati oltremare.
Ma, a parte il modello dell’aereo, ovviamente trovare un Walrus in condizioni di volo oggi è impossibile (btw: il Walus e lo Spitfire vennero progettati entrambi dal famoso progettista aeronautico R. Mitchell) non convince il numero eccessivo di marinai presenti in coperta. Che cosa ci stavano a fare? Per un sommergibile è vitale la velocità di immersione e ogni uomo in più in coperta significa il suo rallentamento, oltre a presentare pericoli di vario genere.
Una certa liberalità era concessa nei primi tempi del conflitto solo nel cosiddetto “air gap”, una zona al centro dell’Atlantico dove l’autonomia degli aerei alleati non riuscì a coprire la zona, per mezzo di quadrimotori a lungo raggio e con le portaerei di scorta, se non a partire dal 1943.
Il sommergibile nel film emette troppo fumo! Aveva un motore diesel, non un motore a vapore!
Quello che un comandante di sommergibile proprio non apprezzerebbe è la possibilità di individuazione del proprio battello a grande distanza. Ergo, se il sommergibile avesse emesso tutto quel fumo, “cazziatone“ del Comandante al Tenente G.N. responsbile e via via, in scala gerarchica, sino all’ultimo dei sottocapi presenti in sala macchine.
A proposito, mi sembrerebbe di aver visto una targhetta “FIAT” apposta sui motori del sommergibile. Se ho visto bene, è è un particolare esatto, in quanto il “Cappellini”, ed il gemello “Comandante Faà di Bruno” ebbero motori diesel FIAT, mentre le nove unità precedenti della medesima classe avevano motori CRDA.
Molto criticato, in tutti i commenti che ho letto, è stato l’episodio delle “patate fritte e del mandolino”.
Certo dal punto di vista cinematografico non mi sembra una scena da Premio Oscar, ma personalmente mi inizia a diventare noiosa la ripetizione del “sempre la solita solfa degli”italiani, brava gente..:”, letto in tutti i commenti.
È certamente fondamentale indagare pienamente su qualsiasi episodio avvenga in guerra, ma questo completo rovesciamento che vedeva le truppe italiane dapprima appunto come “brava gente”, per poi cambiare repentinamente facendo apparire gli italiani come poco diversi dalle truppe delle Divisioni Totenkopf mi sembra solo una ulterione dimostrazione della consueta mancanza di obbiettività di taluni storici (?) italiani ma non solo, soprattutto quelli più schierati ideologicamente.
Per cui penso sia meglio lasciare la parola al “nemico” di allora:
“… L’esercito sovietico marciava verso occidente, i prigionieri di guerra verso oriente. I rumeni avevano cappotti verdi e alti copricapi di astrakan. Sembravano patire il freddo meno dei tedeschi. Guardandoli, Darenskij non vedeva i soldati di un’armata sconfitta, ma una fiumana di migliaia di contadini stanchi e affamati con strani cappelli in testa. Di loro ci si faceva beffe, ma li si guardava con pietoso disprezzo, senza astio. Solo gli italiani, avrebbe visto poi, godevano di un’indulgenza ancora maggiore.”
Grossman, Vasilij. Vita e destino (Italian Edition) (p.955). Adelphi. Edizione del Kindle.
Antonello Ruscazio
venerdì 15 dicembre 2023
"Hitler Il figlio della Germania di Antonio Spinosa", Mondadori, 1991. Una nota di Antonello Ruscazio
Ovviamente questo è argomento sul quale sono state scritte intere biblioteche, ma il libro risulta interessante perché tratta in maniera molto più estesa che in altri testi i rapporti tra la Germania nazista e l’Italia fascista o, meglio, tra quelli che i cinegiornali dell’epoca chiamavano i due “Condottieri”.
Mostra quindi in maniera chiara come si siano rovesciate le parti dal 1933, quando Hitler salì al potere guardando a Mussolini come guida ed esempio, sino agli anni dopo il 1940, o meglio, il 1938, quando le parti si rovesciarono e fu Mussolini ad essere succube di Hitler.
Questo accadde, oltre ad altre cose ovviamente, anche perché il “Duce, che aveva passato alcuni anni in Svizzera come “migrante”, diremmo oggi, si piccava di conoscere benissimo il tedesco e durante i colloqui riservati con il dittatore tedesco rifiutava l’interprete: pertanto questi colloqui si risolvevano in interminabili monologhi da parte di Hitler, senza un vero contraddittorio.
Naturalmente, come nei libri di tutti i giornalisti che scrivono libri di Storia, molti dettagli sono clamorosamente sbagliati e fanno molto riferimento ad una “vulgata” corrente, che rischia di dare nozioni sbagliate al lettore.
Ad esempio, pag. 468:
“Invece i suoi generali, come diceva il maresciallo von Paulus, temevano l’apertura di un secondo fronte…”
Errore doppio. Prima di tutto von Pulus non era von Paulus ma era Friedrich Wilhelm Ernst Paulus (Guxhagen, 23 settembre 1890 – Dresda, 1º febbraio 1957) e basta, non facendo l’ufficiale tedesco parte della nobiltà terriera prevalentemente prussiana, essendo figlio di un ragioniere.
Questa svista non è una noiosa pedanteria, perché occorre mettere in evidenza i burrascosi rapporti che Hitler ebbe con i suoi generali e in particolare la predilezione che Hitler sempre ebbe per i generali venuti su “dal popolo” (come Rommel, figlio di un insegnante) rispetto a quelli facenti parte della casta degli “Junkers”, dei quali però non poteva fare a meno per le loro straordinarie capacità professionali.
Sicuramente Paulus era un generale coscienzioso e ben preparato ma, come la storiografia ha ampiamente dimostrato, mancante delle doti di personalità e di visione strategica necessarie per comandare l’Armata più potente messa su dalla Germania nazista durante la IIa G.M.
Inoltre, in quel periodo, Paulus non era “Maresciallo” ma un semplice “tenente generale”: venne promosso Feldmaresciallo pochi giorni prima della resa di Stalingrado in quanto Hitler sperava, visto che nessunFelmaresciallo tedesco si era mai arreso al nemico, che Paulus si suicidasse, cosa che non avvenne.
Pag. 490, parlando della seconda battaglia di El Alamein (o terza battaglia di El Alamein per quegli autori che chiamano la battaglia di Alam Halfa seconda battaglia di El Alamein), combattuta tra il 23 ottobre e il 5 novembre 1942:
“Le divisioni di Montgomery avevano sfondato le linee italiane del fronte sud…” Ma neanche per idea… Il fronte sud, tenuto dalla dalla mitica Divisione paracadutisti “Folgore” e dalla Divisione “Pavia” tenne, anche dove la linea era costituita da un velo, frustrando così i piani del Gen. Montgomery di accerchiare con un unico movimento aggirante tutto lo schieramento italo-tedesco: naturalmente tutta la storiografia britannica afferma che l’attacco a sud fu solamente dimostrativo, e che l’attacco vero e proprio si svolse più a nord, dove avvenne in effetti lo sfondamento, in un’area di cesura tra truppe italiane e truppe tedesche. Vista la resistenza, il Gen. Montgomery spedì il Gen. Horrocks a nord, per completare lo sfondamento in atto. I britannici lasciarono di fronte alla “Folgore” oltre seicento morti accertati, oltre ai feriti e a tutti quelli che morirono poi nelle retrovie, strage non certo da attacco “dimostrativo”.
Pag. 516: Ai disastri in territorio italiano, al crollo del fronte russo, all’ecatombe dei sommergibili (gli Alleati avevano inventato il radar) …
Il radar gli Alleati lo avevano inventato da un pezzo e di certo non era una novità, neppure per i tedeschi, visto che lo usavano con successo per affrontare le formazioni dei bombardieri alleati che imperversavano nei cieli della Germania. Quello che gli alleati inventarono era il magnetron (inventato dagli inglesi, prodotto in quantità industriali dagli americani), un particolare tipo di valvola termoionica che permise la costruzione di apparati radar miniaturizzati tali da poter essere montati sugli aerei ed operanti su frequenze talmente alte da essere inintercettabili per gli apparati di rivelazione tedeschi di allora.
Il magnetron, segretissimo negli anni ’40, oggi è presente in tutte le nostre cucine dentro il forno a microonde… Insomma, un libro di piacevole lettura ma, anche se non si arriva alle piacevolezze montanelliane, talvolta fuorviante per chi abbia passione per la verità storica e per l’informazione precisa.
Antonello Ruscazio
venerdì 8 dicembre 2023
I Mille di Bandi, una recensione di Mauro Scorzato
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Giuseppe Bandi , l’estensore de “I Mille” è il classico toscano dell’800. Nella sua biografia si legge che fu laureato in Giurisprudenza ma non praticò mai,e che da buon repubblicano e mazziniano, dopo la galera di prammatica, preferì arruolarsi subito in un battaglione di volontari toscani (erano quelli tempi in cui gli studenti non irridevano i militari ma ne traevano esempio) per poi transitare nell’esercito dei Savoia (allora Armata Sarda) dopo l’annessione del Granducato.
Durante la sua prima esperienza militare ebbe a conoscere Garibaldi, di cui subito si innamorò, subendone il fascino nel modo in cui solo un uomo d’azione può subirlo. Infatti alla prima occasione preferì abbandonare L’Armata Sarda per l’avventura che lo vide, al fianco del suo leader, portare forse la più grande delle vittorie alla casata per la quale non avrebbe dovuto avere grandi simpatie. La narrazione dell’avventura dei “Mille” avviene, per sua stessa ammissione, in forma memorialistica ma, assai spesso, fa riferimento a fatti e conversazioni di cui gli venne riferito da persone, come egli stesso le definisce, “a me fidate”.
Il ritratto che ne esce dell’impresa dei Mille è senz’altro il ritratto dei personaggi che la condussero, al di là di tutte le difficoltà e di tutte le volontà avverse, di una fede ferrea che oggi, affetti come siamo dal relativismo filosofico, ci risulta incomprensibile. Smontati tutti gli dèi, con un anticlericalismo acerrimo, ma che non disdegna di assorbire quei religiosi che credano anch’essi nella causa ( all’arrivo in Sicilia tutti gli ordini religiosi, con particolare riferimento ai gesuiti, furono sciolti col primo editto), l’unica vera religione diventa la riuscita dell’impresa.
Invano il lettore cercherà dettagli militari che possano spiegare come una masnada di personaggi male in arnese, male armati, con un addestramento approssimativo, scarsi di tutto tranne che di nemici siano riusciti a sbaragliare uno degli eserciti meglio equipaggiati ed addestrati del tempo nella penisola. Ricordiamo infatti che l’esercito Borbonico fu il primo a praticare il tiro mirato anziché le “volate”, cosa di cui anche il nostro farà le spese. Sembra che tutto possa essere risolto con una carica furiosa, con una mischia feroce purché benedetta dalla presenza dell’Eroe dei due Mondi, divinizzato,ancor più che ammirato per le sue capacità di condottiero.
Solo con l’apparire di Mazzini, che ricorda a Bandi, repubblicano della prima ora, che Vittorio Emanuele II rimane pur sempre un sovrano, la fede comincia a mostrare qualche timida crepa subito ricoperta dallo stucco della fiducia sull’unità del Paese.
Solo verso la fine del libro alle formazioni garibaldine si affiancano le più ordinate e disciplinate unità dell’Armata Sarda, che in fondo snobbano (quando non proprio disprezzano) quei militari fai-da-te indisciplinati, scalcagnati ma costantemente pronti al combattimento. Pur sapendo che alla fine quelle strane figure in camicia rossa sarebbero state assorbite in quello che diverrà dopo il 1861 il Regio Esercito Italiano e sarebbero quindi ritornati ad essere “colleghi”, gli ufficiali sabaudi trovavano forse più affinità con gli sconfitti ufficiali borbonici che con quegli ufficiali parte raccolti dalla politica senza alcuna cultura militare, parte addirittura disertori dell’Armata Sarda. Rimane interessante vedere con quanta allegria venisse interpretata la diserzione a quei tempi, quando solo pochi anni dopo i disertori fronteggeranno i plotoni d’esecuzione e non a caso viene spesso citato come esempio Giovanni delle Bande nere, al secolo Giovanni de’Medici, noto Capitano di ventura).
Solo chi ha conosciuto forse più nel dettaglio la Storia dell’Esercito Italiano vedrà la nascita di quei caratteri che da allora fino ad oggi lo caratterizzeranno; da un lato gli ufficiali “sabaudi” ligi all’autorità costituita, e vicini al potere che genereranno negli anni personaggi quali Badoglio e Diaz, dall’altra i “garibaldini” che nel proseguo diverranno gli Arditi nella Prima Guerra Mondiale o gli ufficiali coloniali e le forze speciali italiane che tanto diedero filo da torcere agli anglo americani nella Seconda guerra mondiale.
Il Bandi alla fine diverrà giornalista, fonderà il quotidiano di Livorno “il Telegrafo” (che oggi si chiama “il Tirreno”). Utilizzò tutte le energie fisiche e morali per continuare a difendere quell’ideale di Italia, anche senza rifuggire da quei compromessi che nel divenire di quegli anni si rendevano necessari per perseguire il suo fine ultimo. Come tutti gli idealisti di quel tempo, gli occhi rimanevano fissi sul fine e come dirà qualcuno se mantenendo gli occhi sul fine si calpesta qualcosa di sporco, pazienza.
Terminerà la sua vita accoltellato a morte da due anarchici per la strenua difesa dei valori del Risorgimento che aveva condotto dalle colonne del suo giornale: chi prima di assassinarlo, lo aveva minacciato di morte non aveva capito il calibro dell’uomo che aveva di fronte. Se le pagine del suo libro hanno descritto la sua personalità fedelmente, non avrebbe voluto morire in nessun altro modo.
Mauro Scorzato
domenica 23 luglio 2023
"Hitler’s U-Boat war" di Clay Blair. Recensione di Antonio Ruscazio.
Clay Blair (1925 – 1998) Hitler’s U-Boat war
Vol I – The Hunters Vol. II – The Hunted
Ed. 1997
L’autore, Clay Blair (1925 – 1998), lui stesso un sommergibilista che prestò servizio nella U.S. Navy, è stato un giornalista e scrittore americano.
https://it.wikipedia.org/wiki/Piano_Z
Ma l’Inghilterra, dichiarando la guerra il 3 settembre 1939, per così dire “rubò il tempo” ai tedeschi, che si videro così costretti ad archiviare questo piano grandioso.
La forza sottomarina prevista in questo piano era relativamente ristretta, in quanto lo Stato Maggiore della KM giustamente riteneva che il passaggio degli U-boot attraverso il mare del Nord o, ancora di più, nel canale della Manica, sarebbe stato particolarmente pericoloso, dati i nuovi mezzi di scoperta ( ASDIC per gli inglesi, SONAR per gli americani).
https://it.wikipedia.org/wiki/Sonar
Inoltre il lungo percorso da effettuare dalle basi germaniche verso le “zone di caccia”, situate in mezzo all’Atlantico , avrebbe consentito ai battelli sottomarini una permanenza operativa in queste zone relativamente breve.
Ma due fatti vennero a mutare questa situazione: con l’ausilio fondamentale della Luftwaffe, la Wehrmacht poté occupare nell’aprile del 1940 la Danimarca e la Norvegia, consentendo così un transito sicuro verso l’Atlantico e, cosa che neppure il più ottimista dei componenti dello SM tedesco avrebbe ritenuto possibile in tempi così rapidi, nel giugno del medesimo anno, addirittura la Francia, assicurandosi in tal modo le basi direttamente sulla costa atlantica.
In questa situazione gli scenari relativi alla guerra sottomarina cambiarono radicalmente: in particolare i tedeschi si videro aprire la possibilità, con la costruzione una numerosa flotta sottomarina, di tagliare definitivamente il flusso di rifornimenti verso la Gran Bretagna.
Da questo punto in poi si può dire si aprì da una parte una guerra propagandistica, con gli Inglesi che accentuavano la minaccia sottomarina tedesca con la scopo di far intervenire gli Stati Uniti nel conflitto, dall’altra con la propaganda tedesca che gonfiava i risultati ottenuti dai sommergibili, risultati a cui lo stesso Comando della KM finì per credere.
A questo punto, come accadde anche nella Ia G.M., si ebbe uno scontro tra la cocciutaggine britannica e la testardaggine tedesca.
Pertanto in Inghilterra la stragrande maggioranza delle risorse venne allocata al Bomber Command, trattando come il parente povero il Coastal Command, che aveva lo scopo di proteggere i convogli marittimi, lesinandogli, perlomeno sino agli inizi del 1943, uomini e mezzi.
La testardaggine tedesca consistette invece nel non tenere conto del fatto che, sostanzialmente, i sommergibili della IIa G.M. erano praticamente identici a quelli della Ia: una velocità massima di 17 nodi ( 32 km/h circa, la velocità di un modesto ciclista), ottenuta a prezzo di un insostenibile consumo di carburante ed una in immersione di soli 8 nodi (anche qui con una autonomia limitata a poche ore), con un’arma, il siluro, del tutto inaffidabile (si veda “Crisi dei siluri”), non adatta a una guerra moderna.
Per non parlare della decrittazione dei codici tedeschi, che i la KM riteneva assolutamente invulnerabili (vedi Alan Turing).
Questo sia per l’enorme superiorità di mezzi messa in campo dagli Alleati, sia perché, vennero destinate al Costal Command sufficienti risorse sottraendole al Bomber Command, in particolare i grandi bombardieri quadrimotori B-24 VLR (Very Long range) muniti di radar particolarmente avanzati operanti su banda centimetrica, di cui i tedeschi non sospettavano neppure l’esistenza, e il cui utilizzo permetteva di scoprire un sommergibile in emersione anche di notte, quando i sommergibili erano soliti agire.
Certamente la guerra sottomarina provocò enormi lutti sia tra i cacciati che tra i cacciatori ( di tutte le Forze Armate, di qualsiasi nazione, i sommergibilisti patirono le percentuali di perdite più elevate, e gli equipaggi delle marine mercantili subirono perdite paragonabili a quelle dei sommergibilisti) ma, fortunatamente per il mondo libero, come questi libri dimostrano, mai i sommergibili misero in pericolo i rifornimenti: al culmine della loro attività (fine 42-inizio 43) i sommergibilisti tedeschi riuscirono ad affondare solo il 5% del tonnellaggio navale da e per l’Inghilterra.
Nella foto: il Sottocapo sommergibilista Luigi Pitzalis, nato a Cagliari nel 1901.
venerdì 10 marzo 2023
Robert B. Stinnet, “ Il giorno dell'inganno - Pearl Harbor un disastro da non evitare”, 2001. Recensione di Antonio Ruscazio
Robert B. Stinnet, “ Il giorno dell'inganno - Pearl Harbor un disastro da non evitare”, 2001.
di Antonio Ruscazio
Per le feste natalizie l’amico Ettore mi ha fatto dono di questo libro, non solo straordinariamente interessante, ma direi anche assolutamente attuale.
Negli Stati Uniti ci sono tre parole che non possono, in nessun caso, essere pronunciate: la prima è “negro”, le altre due sono “Pearl Harbor”.
Negli Stati Uniti la vicenda che causò il loro ingresso nella IIa G.M. viene molto sbrigativamente definita come il “proditorio attacco giapponese a Pearl Harbor”, e tutte le commissioni di inchiesta che si sono succedute dal 1942 al 1996 ben si sono guardate dallo scavare a fondo sull’argomento.
Nel bellissimo libro “La coda di Minosse” scritto dall’Ing. Felice Trojani, collaboratore dell’ing. Umberto Nobile (quello della spedizione del dirigibile “Italia” al Polo Nord, di cui l’ing. Trojani fu uno dei sopravvissuti), si racconta questo interessate episodio.
L’ing. Trojani si recò in Giappone nel 1926-7 per provvedere al rimontaggio di un dirigibile italiano acquistato dalla Marina imperiale giapponese. “Gli ufficiali giapponesi che seguivano il nostro lavoro” racconta Trojani, “non facevano mistero che una guerra con gli S.U. sarebbe sicuramente scoppiata. Ed ecco perché volevano i dirigibili: li volevano per l’esplorazione sul mare. Sarebbe stato sufficiente trovare la flotta americana riunita, anche una sola volta, e la guerra sarebbe stata vinta”. (Cit.)
Durante la IIa G.M., nella notte tra l’11 e il 12 novembre 1940 ,venti obsoleti aerosiluranti britannici misero in ginocchio la flotta italiana ancorata nella base di Taranto (3 corazzate danneggiate di cui una, il Cavour, in maniera tanto grave che non riprese più servizio, 1 incrociatore e 2 cacciatorpediniere). La cosa, da tutti gli “Alti Gradi” delle Marine Militari delle grandi Potenze (tranne la Gran Bretagna..) non veniva creduta possibile a causa del comportamento dei siluri nei bassi fondali.
Naturalmente tutti gli addetti militari presenti in quel periodo a Roma furono interessatissimi all’azione, e c’è da credere che la relazione inoltrata dall’Addetto navale giapponese non sia rimasta in un cassetto del suo Ministero a prendere polvere.
È noto che, negli anni immediatamente successivi alla fine della Ia G.M. la stragrande maggioranza della popolazione statunitense professava sentimenti fortemente isolazionisti: Franklin D. Roosevelt venne eletto in base all’esplicita dichiarazione in campagna elettorale di tener fuori gli S.U. dalla guerra.
Ma le classi dirigenti statunitensi sapevano benissimo che tenersi fuori dal conflitto sarebbe stato non solo impossibile, ma anche nocivo per gli interessi statunitensi, per molte ragioni, e si mossero lungo due direttrici, dirette e indirette.
Venne mandato in Giappone un ufficiale con una vasta conoscenza dell’Oriente, il Com. Arthur H. McCollum (August 4, 1898 – April 1, 1976), il quale era nato a Nagasaki, parlava il giapponese ed era un profondo conoscitore del mondo asiatico.
Il Comandante stilò un documento, definito appunto “memorandum McCollum” in otto punti, che prevedevano:
A. Stabilire un accordo con la Gran Bretagna per l'utilizzo delle basi britanniche nel Pacifico, in particolare a Singapore.
B. Stabilire un accordo con i Paesi Bassi per l'utilizzo delle strutture di base e l'acquisizione di rifornimenti nelle Indie orientali olandesi.
C. Dare tutto l'aiuto possibile al governo cinese di Chang-Kai-Shek.
D. Inviare una divisione di incrociatori pesanti a lungo raggio in Oriente, Filippine o Singapore.
E. Inviare due divisioni di sommergibili in Oriente.
F. Mantenere la forza principale della flotta statunitense ora nel Pacifico in prossimità delle Isole Hawaii.
G. Insistere affinché gli olandesi si rifiutino di accogliere le richieste giapponesi di indebite concessioni economiche, in particolare il petrolio.
H. Mettere completamente sotto embargo tutto il commercio degli Stati Uniti con il Giappone, in collaborazione con un simile embargo imposto dall'Impero britannico.
Tutti questi punti vennero puntualmente soddisfatti.
Dal punto di vista diretto venne sostituito il Comandante della Flotta del Pacifico, l’Amm. Richardson, che si era strenuamente opposto al riposizionamento della flotta da San Diego a Honolulu, con l’Ammiraglio H. Kimmel mentre, nello stesso periodo, il comando delle forze di terra e delle forze aeree (l’aviazione era ancora sotto il comando dell’Esercito) venne affidato al Generale Short.
Tutta la storiografia statunitense si basa su fatti che Sinnet dimostra chiaramente essere falsi, in particolare che i servizi di informazione statunitensi non fossero in grado di intercettare e decrittare i codici giapponesi, mentre la documentazione raccolta dall’autore dimostra il contrario: inoltre sia l’Amm. Kimmel che il Gen. Short vennero sistematicamente tenuti all’oscuro degli importantissimi contenuti di queste intercettazioni.
Quando poi l’Amm. Kimmel, che era un ottimo professionista, e che sapeva che un eventuale assalto sarebbe venuto dal nord, come in effetti avvenne, organizzò una ricognizione in forze in quella direzione, venne “redarguito” da Washington con l’affermazione che “il governo statunitense non voleva creare provocazioni”.
Era infatti esplicita dichiarazione del governo statunitense (leggi: F.D.R.), alla luce delle crescenti tensioni: “Gli S.U. desiderano che il Giappone compia il primo atto diretto”.
Sempre da Washigton pervennero solo vaghi accenni sulla possibilità di eventuali “atti di sabotaggio” e di prendere “provvedimenti senza allarmare la popolazione”.
Pertanto le corazzate, tutte di vecchia concezione, perché costruite durante la Ia G.M., anche se successivamente rimodernate, ma del tutto inadatte ad una guerra moderna perché troppo lente e quindi incapaci di stare al passo con le nuove portaerei, rimasero tranquillamente ancorate in quello che a Honolulu veniva chiamato il “viale delle corazzate”.
Le portaerei invece, che l’episodio di Taranto prima e della Bismark poi avevano dimostrato essere le sole navi veramente importanti in un conflitto navale moderno, vennero su ordine di Washington allontanate con scusa varie da Pearl Harbor. “Ma dove sono le portaerei?” chiesero concitatamente per radio gli equipaggi degli aerei nipponici all’attacco su Pearl Harbor.
Da notare che già al 1939, in risposta sia alle violazioni giapponesi del “Trattato di Washington” (peraltro già ampiamente dimostratosi “carta straccia” per tutte le maggiori Potenze dell’epoca), sia al “Piano “Z” della Kriegsmarine, gli S.U. avevano impostato un piano di riarmo navale di entità colossale, e le vecchie corazzate costruite nella Ia G.M. sarebbero state presto sostituite delle nuovissime corazzate veloci classe “Iowa” il cui servizio proseguì addirittura sino alle Guerre del Golfo.
L’Amm. Isoroku Yamamoto, comandante della “Flotta combinata”, era un ottimo conoscitore degli Stati Uniti, e sapeva quindi perfettamente che una guerra prolungata del Giappone contro gli S.U. era improponibile, per cui ideò un piano alla “o la va, o la spacca”, mirante a infliggere alla U.S. Navy un colpo talmente duro da costringere gli americani a venire perlomeno a patti.
Viceversa, la segretezza con la quale i militari giapponesi circondavano le loro esercitazioni, condotte in isole remote lontane da sguardi indiscreti, cosa facilissima in Giappone, fece probabilmente sottostimare ai militari americani i danni che un attacco giapponese avrebbe potuto provocare, anche se, come detto, la segretezza nipponica, come quella germanica, veniva meno quando si trattava di comunicazioni radiofoniche.
Il resto è Storia.
Come afferma Stinnet “..può darsi che Roosevelt avesse ragione nel comportasi in questo modo…” (cit.).
Può essere questo libro riportato all’attualità? Penso proprio di si, ma lascio ogni ulteriore considerazione al lettore di questi brevi e incomplete note.
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