martedì 15 gennaio 2019

I Carabinieri in Sardegna - di Alessandra Argiolas



di Alessandra Argiolas


I Carabinieri in Sardegna.


Con la regia patente del 12 ottobre 1822, il re Carlo Felice stabilì che dal 1° gennaio 1823 il Corpo dei Cacciatori Reali di Sardegna venisse incorporato in quello dei Carabinieri Reali di Sardegna.
La nuova forza che andava a stanziarsi nell’isola doveva articolarsi in due Divisioni, una a Cagliari e l’altra a Sassari, 5 Compagnie, 12 Luogotenenze e 57 Stazioni.
Un successivo provvedimento del 22 luglio 1823 fissò in 550 il numero dei militari da destinare in Sardegna: 25 ufficiali e 525, tra sottufficiali e carabinieri, di cui 100 a piedi e 425 a cavallo.
Le divisa, di colore turchino, consisteva in una giubba a falde lunghe con cordelline bianche, alamari e bottoni d’argento sul davanti, pantaloni di lana per l’inverno e di nanchino per l’estate; la completava un cappello a due punte laterali su cui spiccava un pennacchio di piuma liscia e sulle falde la granata con la fiamma che diverrà nel tempo il distintivo dell’Arma.
Il comando delle Divisioni venne affidato al colonnello Luigi Richeri di Monticheri che stabilì il suo quartiere generale a Cagliari, in un vecchio e malandato edificio, situato in Santa Croce, di cui l’alto ufficiale ebbe a lamentarsi perchè privo di camera di sicurezza e con una angusta camera di disciplina.
Non furono poche le difficoltà che il nuovo Corpo incontrò per potersi organizzare nel territorio, anche a causa della scarsa disponibilità di alloggi, soprattutto nei piccoli centri, dove sistemare le Stazioni. Quando si riusciva a trovare una qualche sede, questa era per lo più in condizioni disastrose.
Nel giro di pochi anni però la consistenza dell’organico andò via via assottigliandosi: i conflitti a fuoco con i banditi, l’imperversare della malaria e la decisione di sottrarre uomini al contingente impegnato nell’isola, ridussero il numero dei Carabinieri presenti nel territorio a 367, tra i quali se ne contavano 88 tra ammalati, piantoni e scritturali.
La prima fase di attività in Sardegna del Corpo dei Carabinieri si avviava al suo epilogo. Con la regia patente del 9 febbraio 1832 furono soppresse le Divisioni di Cagliari e Sassari.
L’ultimo contingente lasciò l’isola alla fine dell’aprile 1833. Il controllo della criminalità venne affidato al corpo dei Cavalleggeri di Sardegna.
Bisognerà attendere il 1841 anno in cui con il regio decreto del 29 novembre, il governo piemontese decise di ripristinare le due Divisioni soppresse ed inviare un nuovo contingente di Carabinieri in Sardegna. Si trattava di un numero piuttosto esiguo, appena 17 sottufficiali e 24 militari: i cosìdetti Carabinieri Veterani. Erano uomini in età avanzata e malandati che non davano sufficienti garanzie sull’esito delle operazioni di controllo e di repressione della delinquenza che si presentava sempre più rinvigorita. La legge dell’11 luglio 1852 sopprimeva anche questa forza.
L’opinione pubblica reclamava il ritorno dei Carabinieri in Sardegna la cui fama era accresciuta in seguito al loro valoroso comportamento nella battaglia di Pastrengo, episodio saliente del Risorgimento italiano.
Con il decreto del 21 aprile 1853 veniva istituito il Corpo dei Carabinieri Reali di Sardegna, composto da 32 ufficiali e 823 uomini, 500 dei quali a cavallo, ripartito in due Divisioni (Cagliari e Sassari), 6 Compagnie, 12 Luogotenenze e 114 Stazioni, e al comando del colonnello sassarese Antonio Massidda.
Il Corpo veniva assimilato ai Carabinieri di Terraferma, ma dotato di un ordinamento autonomo. L’uniforme era quella dei Cavalleggeri di Sardegna: giubbotto turchino scuro, pantaloni e berretto celesti.
Solo con l’Unità d’Italia si arriverà al potenziamento dell’Arma ed alla sua progressiva estensione a tutto il Regno. Il 24 gennaio 1861 venivano create 13 Legioni Territoriali ed una di Allievi con sede a Torino.
Il 16 agosto 1861 si istituiva definitivamente la Legione di Cagliari, che «porta il numero tre». Essa si articolava nelle due Divisioni di Cagliari e di Sassari.
Scompariva così il Corpo Carabinieri Reali di Sardegna e l’Arma ebbe da allora un assetto unitario in tutto il territorio italiano.
Alessandra Argiolas


Stupinigi, 16 ottobre 1822. Il re Carlo Felice ordina che a partire dal 1 gennaio 1823 il Corpo dei Cacciatori Reali di Sardegna sia incorporato in quello dei Carabinieri Reali e si costituiscano le Divisioni di Cagliari e Sassari.
Archivio di Stato di Cagliari, Atti amministrativi e governativi.

Cagliari, 6 febbraio 1823. Il comandante del Corpo dei Carabinieri Reali del Regno di Sardegna, colonnello Richeri, invia al viceré l’elenco nominativo degli ufficiali presenti a Cagliari al 1° febbraio 1823 con il prospetto dei relativi stipendi annuali e mensili.
Archivio di Stato di Cagliari, Segreteria di Stato e di Guerra.

Cagliari, 4 marzo 1823. Il viceré del Regno di Sardegna, Giuseppe Maria Galleani D’Agliano, emana un pregone con il quale rende noti i provvedimenti del re Carlo Felice relativi al Corpo dei Carabinieri Reali, tra i quali la regia patente del 12 ottobre 1822, contenente le norme circa l’istituzione, le prerogative, la composizione, il reclutamento, le attribuzioni, le gratificazioni e le indennità spettanti all’Arma.
Archivio di Stato di Cagliari, Atti amministrativi e governativi.

Rapporto periodico della Luogotenenza di Sassari sui fatti successi tra il 10 e il 13 maggio 1823.
Archivio di Stato di Cagliari, Segreteria di Stato e di Guerra.

Cagliari 10 giugno 1823. Il Comando delle Divisioni del Corpo dei Carabinieri Reali inoltra al viceré il resoconto degli avvenimenti accaduti nella prima decade del mese di Giugno, tra cui alcuni fatti di sangue a Orgosolo e nel Supramonte.
Archivio di Stato di Cagliari, Segreteria di Stato e di Guerra.

Govone, 22 luglio 1823. Il re Carlo Felice dispone che venga aumentato il numero dei Carabinieri a cavallo e siano complessivamente 550 gli uomini in forza alle due Divisioni del Regno di Sardegna.
Archivio di Stato di Cagliari, Atti amministrativi e governativi

Cagliari, 14 novembre 1823. Estratto matricolare di Domenico Franchini di La Maddalena, classe 1795, maresciallo d’alloggio, ucciso il 7 settembre 1823 da alcuni malviventi nelle campagne di Tempio, mentre si recava con una pattuglia a Santa Teresa di Gallura per assistere e mantenere l’ordine durante lo svolgimento di una festa che si teneva in quel villaggio. Il Franchini, sposato da appena un anno, lasciava la moglie incinta di tre mesi.
Archivio di Stato di Cagliari, Segreteria di Stato e di Guerra.

Resoconto trimestrale degli arresti effettuati dai Carabinieri delle Divisioni nel periodo gennaio-marzo 1824.
Archivio di Stato di Cagliari, Segreteria di Stato e di Guerra.

Genova, 7 maggio 1824. Il re Carlo Felice emana dei provvedimenti economici (soprassoldo anticipato) a favore dei Brigadieri e dei Carabinieri che, allo scadere del loro primo reclutamento, intendono rimanere nell’Arma per altri 5 anni.
Archivio di Stato di Cagliari, Atti amministrativi e governativi.

Cagliari, 21 dicembre 1824. Il colonnello Richeri trasmette al viceré l’elenco degli ufficiali delle Divisioni che, secondo quanto disposto dall’articolo 5 del Regolamento di disciplina militare, devono prestare giuramento di fedeltà al re.
Archivio di Stato di Cagliari, Segreteria di Stato e di Guerra.

Cagliari, 1 agosto 1825. Il colonnello Richeri presenta lo stato della forza del Corpo dei Carabinieri esistente in ogni Stazione delle Divisioni di Cagliari e di Sassari e gli ufficiali componenti lo Stato Maggiore
Archivio di Stato di Cagliari, Segreteria di Stato e di Guerra.

Cagliari, 3 giugno 1831. Il colonnello Richeri informa il vicerè che gli ufficiali, i sottufficiali ed i carabinieri delle Stazioni hanno giurato fedeltà al re Carlo Alberto.
Archivio di Stato di Cagliari, Segreteria di Stato e di Guerra.

Cagliari, 3 agosto 1831. Il colonnello Richeri, rispondendo alla richiesta di un aspirante carabiniere, é del parere che gli uomini di questo Corpo debbano rimanere celibi e precisa che, in base all’articolo 488 del Regolamento generale, potrebbero sposarsi solo se la futura moglie, oltre ai buoni costumi, dimostrerà di possedere una dote di almeno 5.000 lire nuove.
Archivio di Stato di Cagliari, Segreteria di Stato e di Guerra.

Torino, 9 febbraio 1832. Il re Carlo Alberto emana una patente regia con cui modifica l’ordinamento del Corpo dei Carabinieri Reali, sopprime l’Ispezione Generale dell’Arma e le due Divisioni di Sardegna.
Archivio di Stato di Cagliari, Atti del Governo.

Cagliari, 21 marzo 1832. Il maggiore Giacinto Cottalorda, comandante interinale le Divisioni transitorie dei Carabinieri, fa presente al vicerè che Giovanni Porru non può essere riammesso in servizio per la sua condotta.
Archivio di Stato di Cagliari, Segreteria di Stato e di Guerra.

Cagliari, 27 marzo 1832. Il comandante Cottalorda comunica al vicerè che, dopo aver assunto le dovute informazioni, non esiste alcun impedimento all’arruolamento di Matteo Muzzetto di Tempio
Archivio di Stato di Cagliari, Segreteria di Stato e di Guerra.

Cagliari, 5 aprile 1832. Attestato di servizio del carabiniere Giuseppe Pizzorno, rilasciato alla vedova Francesca Debernardi.
Archivio di Stato di Cagliari, Segreteria di Stato e di Guerra.

Cagliari, 4 giugno 1832. Il comandante Cottalorda comunica al viceré che è stata accolta la richiesta di congedo inoltrata dall’appointé a cavallo Michele Cortazza, in servizio presso la Stazione di Cagliari.
Archivio di Stato di Cagliari, Segreteria di Stato e di Guerra.

Cagliari, 17 marzo 1833. Il comandante Cottalorda invia al viceré il resoconto dei fatti criminali accaduti in Sardegna nel mese di Marzo.
Archivio di Stato di Cagliari, Segreteria di Stato e di Guerra.

Torino, 21 aprile 1853. Il re Vittorio Emanuele II emana un decreto con cui istituisce ed organizza il Corpo dei Carabinieri Reali di Sardegna.
Archivio di Stato di Cagliari, Atti del Governo.


venerdì 11 gennaio 2019

"Damnatio ad metalla" - Storie di prigionieri austro-ungarici in Sardegna durante la prima guerra mondiale



di Ettore Martinez


Una pagina di Storia regionale strettamente connessa a quella italiana ed europea è quella dei prigionieri austro-ungarici e tedeschi detenuti in Sardegna. Per essi le condizioni di vita furono tutt'altro che facili. A cominciare dal loro arrivo all'Asinara a ondate, a migliaia, dall'agosto del 1915 con successiva fortissima accelerazione a partire dal dicembre dello stesso anno. A seguito dell'evacuazione dal porto di Valona delle migliaia di prigionieri che l'esercito serbo si era tirato dietro durante la sua ritirata (che per i prigionieri fu piuttosto una vera e propria "marcia della morte"). Fra questi divampava il colera. Come ha illustrato il col. Scorzato nel corso di una conferenza tenuta tempo fa (13 aprile 2018) sull'argomento presso la Biblioteca di Poggio dei pini (Capoterra, CA), si trattò della prima operazione umanitaria dell' Esercito italiano. Ora la storia della Sardegna sin da tempi remoti è stata sempre anche storia di miniere e Giorgio Madeddu vi inserisce con virile compassione anche quella dei prigionieri di guerra nostri nemici che furono destinati ad una loro specifica vera e propria "damnatio ad metalla". Questo libro, come sostenuto nella ricca introduzione storica di Stefano Pira, è anche un libro di grande umanità. In questo ambito morale trova posto, en passant, anche la sportiva rievocazione della fuga romanzesca di un gruppetto di astuti ufficiali austriaci. Essendo in piena ripresa il settore minerario e quello carbonifero per via delle esigenze belliche ed essendo carente la manodopera, in gran parte richiamata alle armi, si pensò dopo molte esitazioni e perplessità, di fare ricorso ai prigionieri di guerra. Qui veramente Madeddu ci apre in sovrapposizone interattiva fra di loro una serie di inaspettati spaccati di storia militare, politica, economica e materiale. Non tutti i prigionieri austro-ungaici finirono a lavorare nei giacimenti: molti di loro vennero impiegati in opere pubbliche, in agricoltura e addirittura in servizio presso privati. In generale le nostre comunità rurali,
quando non restarono indifferenti alla loro presenza, trovarono con essi un modus vivendi basato sul rispetto reciproco e anche sull'accoglienza ospitale. Veniamo così a sapere molte cose sulle modalità della loro prestazione d'opera, regolata da convenzione internazionale, su quanto percepissero per il loro lavoro, sulla corrispondenza che intrattenevano con i familiari, etc.. Madeddu ci racconta insomma molte cose sulla loro vita e sulla loro frequente morte. Il contesto è soprattutto quello dei bacini minerari sardi, con i loro problemi di gestione e organizzazione, con i rapporti che intrattengono con l'apparato burocratico dello Stato,etc. Ma l'autore, di questi prigionieri dell'Imperial-regio esercito austro-ungarico (fatto anche di polacchi, cechi, italiani, etc.) ci racconta anche, finché può, il destino post mortem, le modalità e i luoghi di sepoltura. Il libro, ricco di bellissime e nitide foto a colori comprende un'appendice ricca di tavole contenenti dati e statistiche. Si tratta quindi di un volume seriamente realizzato, di letteratura scientifica, che apre la strada -come auspicato dall'autore- ad altri lavori sull'argomento. Madeddu, sicuramente equanime nella
sua trattazione, ha anche modo di sottolineare la diligenza con la quale l'Italia volle rispettare attentamente le norme stabilite circa il trattamento dei prigionieri di guerra. L'apprezzamento della Croce nera austriaca a questo suo lavoro, insieme a tante iniziative bilaterali, giunge quindi oltre che gradito, bene a proposito.
Giorgio Madeddu, "La damnatio ad metalla – storie di prigionieri dell'impero austro-ungarico nella Sardegna della prima guerra mondiale" 2018, ediz. Gaspari, collana "Leggiamo la grande guerra", pp. 191, € 24,00.

venerdì 14 dicembre 2018

La "decimazione" della Brigata Sassari nella ricostruzione storica di Lorenzo Cadeddu


di Ettore Martinez

L' "Accabadora" di Michela Murgia, come è noto, è un romanzo, quindi un'opera letteraria di grande successo ispirata a un mito che però a molti ha fatto credere che questa antica figura femminile dispensatrice di eutanasia a colpi di mazzuola sul cuore o sul capo del malato terminale sia effettivamente esistita. Eppure sembra che gli ultimi studi accurati sull'argomento abbiano demolito questo mito sul piano storico -senza con ciò niente togliere all'opera letteraria. Allo stesso modo la descrizione romanzata, contenuta nel film antimilitarista "Uomini contro" (1970) di Francesco Rosi, dei fatti di monte Zebio sull'altopiano di Asiago che hanno visto coinvolto un reparto della Brigata Sassari, ricostruzione ispirata al racconto che ne fa Emilio Lussu, è stata per decenni considerata storicamente veritiera. I fatti in sintesi. Una compagnia di sassarini si trovava rifugiata il 10 giugno del 1917 in una grotta perché la linea veniva fatta segno a bombardamento in attesa di andare all'attacco. Era soprattutto "fuoco amico", sembrerebbe proveniente da artiglierie alleate francesi, insistito e massiccio. Su di esso non si è mai indagato. I soldati preferiscono, nonostante gli ordini, abbandonare il rifugio, che dà vistosi segni di cedimento, uscirne e andare a rifugiarsi in un avvallamento contiguo. Un maggiore che comandava il battaglione e che stava in una grotta vicina, informato della cosa, ne pretende la decimazione per ammutinamento. Seguono fasi concitate con gli ufficiali inferiori che si rifiutano di assecondarlo e il sopraggiungere di altri uomini inviati dal Comando di reggimento. Siccome il maggiore dà segni di squilibrio e non vuole sentire ragioni, nessuno gli obbedisce; apre allora il fuoco con la sua pistola su alcuni soldati freddandone uno e ferendone un altro. Viene poi, a sua volta ucciso. L'episodio è raccontato, con i nomi delle persone e della compagnia cambiati ma riconoscibili, da Emilio Lussu ne "Un anno sull'Altopiano" (1936/37). Il col. Lorenzo Cadeddu ha voluto dimostrare con questo suo libro che mentre Lussu ha raccontato i fatti in maniera corretta, Rosi li ha invece piegati agli intenti antimilitaristi del suo film. La pellicola ha una sua coerenza argomentativa e si spiega anch'essa nel suo contesto immediatamente successivo a piazza Fontana (Dicembre 1969); è un film che intende denunciare le crudeltà e le assurdità della guerra e ci riesce bene - ma non è certamente un resoconto storico fedele di quegli avvenimenti. Infatti sul monte Zebio non ci fu nessuna decimazione. Ci fu però, dopo i fatti, un processo militare del quale Lussu nel suo libro non parla. Di questo processo il col. Cadeddu invece ha recuperato non senza difficoltà la sentenza (tutti gli atti processuali di questo genere,eccettuate le sentenze, per disposizione superiore furono distrutti) e ha ovviamente svolto accurate indagini storiche. La sentenza mandò, e per quei tempi non era poco, tutti assolti: il maggiore era stato ucciso dai suoi stessi uomini perché fuori di sé, aveva già sparato su di loro uccidendone uno e ferendone un altro, stava ricaricando l'arma per sparare ancora, rappresentava per la truppa un pericolo; si trattò di legittima difesa. Il libro, denso e agile nello stesso tempo, contiene alcune schede personali una delle quali è dedicata al Generale Andrea Graziani, il tristemente famoso fucilatore della ritirata di Caporetto. Vi troviamo anche riportate delle testimonianze, una delle quali inedita; ed è corredato di un'appendice contenente documenti originali di notevole interesse per gli appassionati di Storia.

martedì 11 dicembre 2018

Perché questo blog


Il mondo storico può essere "rivissuto" (ted. erlebt) dal soggetto che lo conosce, il che non accade per il mondo naturale.” 
 Wilhelm Dilthey (1833 - 1911).

Qualunque sia il nostro orientamento politico, le strutture e le operazioni militari fanno parte integrante dello studio della Storia. Per quanto riguarda la Brigata Sassari, esiste sicuramente un forte legame, anche tradizionale, fra questa formazione militare e la gente sarda -e non solo perché i reduci della '15-'18 andavano a votare in plotoni e hanno dato vita al Sardismo. Gioverà sempre ricordare che tutti speriamo sempre di non dovere mai vivere la terribile esperienza della guerra. In ciò siamo e restiamo umili allievi di Erasmo da Rotterdam.

Sembra necessario valutare gli eventi di Caporetto e in generale tutta la Grande Guerra tenendo presenti valori, mentalità e orizzonti di senso del periodo. Non per sposarle acriticamente ma per non sovrapporci il nostro modo di pensare di adesso. Per capire, quindi -e imparare.

Le considerazioni che propongo hanno a che vedere con il modo che noi italiani abbiamo di rapportarci alla Storia del secolo XX. Chiaramente non si vuole qui pervenire ad un giustificazionismo acritico ma semplicemente esaminare storicamente anche la successiva storiografia dei fatti e delle interpretazioni.

L’ "Erlebnis" di Dilthey è appunto il vissuto di coscienza grazie al quale è possibile immedesimarsi nella mentalità e nei suoi riferimenti, cioè nei Valori che danno significato alla vita in un determinato momento storico. Al di fuori del sistema di Valori di una data epoca risulta impossibile cogliere pienamente azioni storiche, che risultano essere decisamente poco comprensibili alla luce dei nostri. La Psicologia diventa così per Dilthey, fondatore dello Storicismo tedesco, scienza ausiliaria della Storia. Ovviamente i valori sono relativi al loro contesto: per Dilthey quindi non esistono valori assoluti e anche quelli del presente sono destinati a tramontare.

Molti italiani hanno ancora difficoltà ad ammettere che il nostro Paese, come tutti gli altri, ha necessità di una Difesa -e che questa (oltre ad avere rilevanza costituzionale) ha le sue tradizioni. Le ragioni di ciò sono in gran parte storiche: il fascismo è arrivato al potere egemonizzando la memoria della grande Guerra. Qualcuno ricorderà la frase di Mussolini al re dopo la marcia su Roma: "Maestà vi porto l'Italia di Vittorio Veneto", come pure che per tutta una serie di motivi, militari e reduci finirono letteralmente fra le braccia del fascismo. Con il fascismo al potere e la disastrosa Seconda Guerra Mondiale questo fatto si è aggravato e nel secondo dopoguerra, con la Guerra Fredda, si sono condensate e in parte separate, da un lato improprie egemonizzazioni della tradizione patriottico-militare, dall'altro di quella democratico-resistenziale. Nel suo ridicolizzare la retorica e il formalismo, l'onda lunga del Sessantotto ha finito per gettar via il bambino con l'acqua sporca. Adesso però ci accorgiamo della necessità di una operazione di sintesi storica e d'identità collettiva che attui un superamento delle precedenti calcificazioni. Tanto più necessaria perché la nostra Società sta vivendo un brutto momento di crisi dei Valori. E se è vero che questi sono sempre relativi, come ben avevano capito Nietzsche e poi Dilthey- senza di essi non si può decentemente vivere..



giovedì 6 dicembre 2018

Un altro Cadorna - di Mauro Scorzato



Un altro Cadorna
di Mauro Scorzato 

Perché parlare di Cadorna oggi? La necessità di ristabilire un'oggettività storica non sbilanciata, basata su una analisi critica più che sull’invettiva preconfezionata. In effetti Scorzato è stato un precursore della revisione critica relativamente a Cadorna e oggi la sua opinione sembra sempre più condivisa. Ci aspettiamo adesso un ampliamento di questo lavoro.
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Il 27 luglio 1914 il Gen. Luigi Cadorna veniva nominato Capo di Stato Maggiore Generale in sostituzione del defunto generale Alberto Pollio.
La morte del Gen. Pollio (1) per infarto avrebbe suscitato non poche perplessità in seguito: il defunto Capo dell’esercito, tipico prodotto del dell’“esercito del sud”, aveva rappresentato in pieno il prototipo della contrapposizione a livello di Stato Maggiore tra ufficiali di “stirpe piemontese”, fortemente influenzati all’obbedienza alla sola corona e gli ufficiale “di stirpe napoletana” (ivi compresi i “romani”) molto più influenzati dal potere politico a cui dovevano la sopravvivenza nell’esercito, con frequentazioni più nel parlamento e nelle Curie che non a Corte. La sua nomina nel 1908, avvenuta battendo sul filo di lana proprio il Gen. Cadorna aveva dato perfettamente l’idea di quello che sarebbe stata l’idea giolittiana del futuro. Pollio era sempre stato uomo di sentimenti scopertamente triplicisti: ex addetto militare a Vienna aveva sposato un'aristocratica austriaca e poteva vantare ottimi rapporti tanto con von Moltke che con Conrad von Hötzendorf. 
Eminente studioso di arte militare ed esperto di storia militare, aveva stroncato (e ciò aveva contribuito alla sua nomina) lo studio di Cadorna sulla nuova concezione del campo di battaglia con l’impiego delle armi automatiche, opera che poi diventerà la famosa libretta rossa “Attacco frontale e ammaestramenti tattici” una specie di Talmud dell’attacco che troveremo applicato nelle famose offensive sull’Isonzo. (2)
Insieme al generale Conrad, accompagnatore dell'arciduca Francesco Ferdinando durante le manovre germaniche in Slesia del 1913, il Gen. Pollio aveva inoltre discusso i termini del previsto trasferimento ferroviario delle divisioni italiane attraverso le frontiere austriache e tedesche sino al confine renano, ove il piano Schlieffen (il piano elaborato dallo Stato Maggiore Germanico per invadere la Franciaprevedeva che tali forze venissero schierate a rinsaldare l'ala sinistra germanica.
D’altra parte il suo scarso “modernismo” e la sudditanza nei confronti di Giolitti (a cui doveva parte dei suoi “successi” di carriera nonché la nomina a senatore del Regno) fu la causa principale della scarsa organizzazione militare dell’Italia agli albori della 1^ G.M.: il fatto che Giolitti avesse bocciato l’acquisto delle mitragliatrici (solo le Brigate di linea ne erano dotate) e dei cannoni dell’artiglieria pesante nel 1913 aveva influito non poco sullo sviluppo iniziale delle operazioni belliche e se Pollio avesse saputo caldeggiare le proposte di ammodernamento sicuramente l’armamento dell’esercito sarebbe stato più aderente ai requisiti del nuovo conflitto (un punto questo a favore di Cadorna).
Comunque, appena insediatosi, Cadorna si mise immediatamente all’opera per preparare alla guerra l’esercito che era stato messo ai sui ordini: ancora non aveva ben chiaro contro chi, dal momento che nessuno a Roma si era premurato di avvertirlo dei maneggiamenti che avrebbero portato al trattato di Londra (né Cadorna, nel suo profondo disprezzo dei politici suoi contemporanei si era premurato di investigare). Dà in ogni caso l’idea del personaggio il fatto che il 31 Luglio (4 giorni dopo il suo insediamento) avesse già inviato al governo un piano per inviare a supporto della Germania sul fronte del Reno un contingente di 5 Corpi d’armate invece che tre. Il generale austriaco Conrad von Hötzendorf infatti continuava a pressare Cadorna per sapere con quali forze l’Italia avrebbe onorato “accordi verbali che aveva già intavolato in via del tutto confidenziale con Sua Eccellenza il Gen. Pollio ora defunto”. La risposta di Cadorna fu: “Mi trovo nella impossibilità di rispondere in merito all’argomento di cui Vostra Eccellenza si compiacque di intrattenermi nella pregiatissima lettera sopra citata”.
Certo che la sua disistima del sistema politico non si poteva dire mal riposta se nessuno si premurò di informare chi lo doveva combattere che il nemico era cambiato come erano cambiati gli obbiettivi della Guerra!!! Un po’ come se oggi si comunicasse al Gen. Graziano attuale Capo di Stato Maggiore della Difesa, che invece che all’ISIS si fosse deciso di dichiarare guerra agli Stati Uniti.
Ma qui vediamo la parte positiva del Cadorna: oltre che a ripianificare la campagna, dovette porsi un’opera titanica che forse non sfugge neppure ai suoi detrattori. Dovette imporre un cambio di passo all’industria per mettere in grado l’esercito, in quei pochi mesi che mancavano allo scoppio della guerra, per almeno colmare le lacune più gravi. Per dirla con le sue parole: ”La deficienza delle dotazioni normali di mobilitazione, l’assoluta mancanza degli equipaggiamenti invernali, la mancanza di un parco d’assedio…. [quella parte dell’artiglieria che allora sparava a tiro indiretto….in pratica quello che serviva in montagna N.d.R]. E le conseguenze dell’azione politica si videro quando si dovette rivolgere alla Gran Bretagna per avere quelle mitragliatrici che il Giolitti aveva bocciato a cuor leggero e si vide rispondere dall’omologo britannico che prima di fornire le Vickers richieste quest'ultima avrebbe voluto essere ben sicura di sapere contro quali nemici avrebbero sparato (le 250 mitragliatrici Vickers, o Maxim, avrebbero poi equipaggiato le brigate di cavalleria e sarebbero state prestate alla brigata “Sassari “per il suo battesimo del fuoco).
A saper leggere, con poche parole egli aveva delineato le condizioni dell’esercito che aveva avuto in eredità: lui, non noto certamente per la sua tenerezza, un giorno sbottò: “molti buoni ufficiali e soldati pagarono con la vita restando crocefissi nei reticolati perché non avevamo in magazzino oggetti così semplici e poco costosi come le forbici tagliafili”.
Ciononostante continuò a condurre con la stessa cocciuta testardaggine con cui avrebbe condotto le offensive sull’Isonzo la preparazione alla guerra arrivando a militarizzare la produzione (unico esempio nelle nazioni partecipati alla 1^ G.M.) (3) provvedimento impopolare sicuramente ma che aveva messo in grado il paese di affrontare il conflitto che altrimenti si sarebbe concluso con esiti nefasti ben prima dello fine naturale. Perfino il buon cuore napoletano di Diaz si guardò bene di revocare tale provvedimento neppure prima di Vittorio Veneto: anzi proprio in prossimità di Vittorio Veneto si ha il picco di produttività da parte sia di Ansaldo della famiglia Perrone che di Ilva Acciai (ci ricorda nulla???).
Ben lo intese il generale tedesco Alfred Krauss: “Soltanto una potente energica volontà poteva costringere e trascinare a sforzi di così lunga durata e sempre crescenti ad onta degli insuccessi, gli italiani, la natura dei quali non era incline a così ostinati sempre ripetuti attacchi. Infatti stava alla testa dell’esercito italiano questa forte personalità, così poco corrispondente al carattere nazionale: Cadorna.”
E certamente tale ferreo carattere, scevro di ogni empatia con chicchessia, che lo pose per lunghi anni distante sia dal potere politico sia dai suoi stessi dipendenti non poté certo portarlo alla Storia come un campione di simpatia, qualità che molto spesso aiuta gli incompetenti a superare gli scogli delle vicende umane. Il potere politico non poté mai perdonargli i pochi successi che aveva colto e che non potevano essere sicuramente condivisi: la risposta che diede a Salandra, che chiedeva un consiglio di guerra il 24 Maggio 1916, durante i tragici giorni del contenimento della offensiva austriaca sull’altipiano di Asiago (uno dei successi di Cadorna) era emblematica del carattere:
“I consigli di guerra nelle circostanze difficili non servono: colla diversità dei pareri che creano incertezze, dividono le responsabilità e inducono a temporeggiare mentre si richiede fulminea la decisione. Finché avrò l’onore di godere della fiducia di Sua Maestà il Re e del Governo, la responsabilità è  mia e l’assumo interamente.”
E certamente fa capire come non avrebbe goduto le simpatie di chi lo avesse studiato negli anni successivi, in climi assembleari e di decisioni condivise.
Ma non erano solo i superiori a temere il carattere spigoloso e assolutista di questo Fornero della guerra: la stampa che aveva abbandonato i corridoi di Montecitorio per precipitarsi a Udine nel suo Comando che aveva le caratteristiche della città proibita: ma anche lì, un articolo sbagliato e l’ostracismo avrebbe colpito senza pietà. Solo il direttore del Corriere della Sera Luigi Albertini aveva accesso al Generale per semplice fatto che era la testata più letta in Parlamento e riportava integralmente i suoi pareri sulla guerra. Insomma il povero “tecnocrate” bellico sembrava creato apposta per catalizzare le antipatie di tutti coloro rifuggono l’analisi storica per più mondani commenti su presunti “stragismi” esecuzioni di massa da parte dei Carabinieri Reali, o ammutinamenti generalizzati. 
Probabilmente se queste persone avessero conosciuto nomi come Nivelle, (4) Joffre, (5) Haig (6) o altri che i famosi 650.000 morti erano riusciti a farli in una sola battaglia, forse riuscirebbero a capire che tutto sommato c’era molto di peggio sul mercato. Gli scandalizzati delle spallate sull’Isonzo (tutt’ora ignoro dove avrebbe dovuto attaccare se non sull’Isonzo dal momento che tutti gli eserciti dalle invasioni barbariche in poi sono entrati in Italia da quella parte) potrebbero guardare accigliati se gli si nominasse Verdun, colpiti dal dubbio che forse era stata una battaglia sanguinosa
(……forse).
Sicuramente il gen. Luigi Cadorna non era una mente geniale nella sua visione del campo di battaglia, certamente non innovativo e seriamente condizionato dalle mancanza di qualità umane ma quantomeno aveva saputo dimostrare di saperci arrivare e poterci stare. Potremo delegare ad altra sede una disquisizione degli errori commessi e valutare in maniera più esauriente la sua concezione tattica ma sicuramente si può affermare che, bene o male, il generale di Verbano non merita un posto tra gli scellerati.
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(1) Alberto Pollio (Caserta, 21 aprile 1852 – Torino, 1º luglio 1914) è stato un generale italiano.Ricoprì il ruolo di capo di Stato maggiore del Regio Esercito tra il 1908 e il 1914.Ufficiale competente e colto, fu sinceramente favorevole alla Triplice Alleanza. Morì per un improvviso evento cardiocircolatorio nella notte dal 30 giugno al 1º luglio 1914, due giorni dopo l'attentato di Sarajevo che avrebbe provocato lo scoppio della Prima guerra mondiale. Nel 1908 raggiunse la più alta carica militare istituita nel 1882, 4º Capo di Stato Maggiore dell'Esercito Italiano e, tra l'altro, il 3º che proveniva dall'allora Collegio Militare della Nunziatella di Napoli (oggi Scuola Militare) dopo Enrico Cosenz e Domenico Primerano che furono rispettivamente il 1º ed il 2º. Circostanza non da poco visto che la Nunziatella aveva formato i predetti ufficiali durante il Regno Borbonico e che l’imprinting dato dalla scuola di provenienza rappresenta la caratterizzazione di quello che diverrà l’ufficiale. L’antagonismo tra le scuole borboniche e piemontesi rappresenterà una costante di tutto l’ambiente militare del Regno: ne avremo una prova anche con Diaz e Cadorna. A rendere Pollio particolarmente odioso a Cadorna fu inoltre il fatto che il primo avesse brigato per diventare Senatore del Regno a dimostrare com e fosse particolarmente radicato nella politica del tempo: arcinotoè il disprezzo di Cadorna per i politici suoi contemporanei ed in particolare i giolittiani.
(2) La famosa “libretta” (come si definisce in gergo militare un testo dottrinale) è la trasposizione degli studi fatti da Cadorna nel 1895 allorché si impose la necessità di studiare l’impatto tattico delle nuove armi: checché se ne pensi rimane estremamente attuale e certamente postula concetti molto moderni in particolare di diradamento di unità attaccanti e di impiego dell’artiglieria e delle altre armi: purtroppo oltre a non essere compresa oggi da chi studia la storia non è stata compresa dai contemporanei la cui cultura militare era assai ridotta, in particolare da chi si trovava a servire al fronte e non negli Stati Maggiori. Ancora oggi ben pochi si sono dati la pena di leggerla e ancora meno si sono dati la pena di capirne lo spirito.                                             
(3) ”La speciale “legislazione di guerra”, che lo Stato promulga subito dopo lo scoppio delle ostilità, permette agli industriali di reclutare decine di migliaia di donne senza le usuali garanzie; di concentrarle in stabilimenti spesso inadatti e improvvisarti; di occuparle molte ore del giorno e della notte in dispregio alle norme consuete; di moltiplicare e di generalizzare le ore di lavoro supplementari; di adottare misure di estrema gravità per evitare le assenze individuali e collettive dalle fabbriche, i rifiuti di obbedienza, le minacce; di comminare pene severe anche a donne e a bambini. “Intervento dello Stato nell’economia di guerra in Italia” –Giorgio Porisini – La Nuova Italia- Firenze 1975.
Analoghe legislazioni furono adottate da altre nazioni nel proseguo della guerra , quando apparve chiaro l’inadeguatezza della produzione allo sforzo bellico: in Italia la consapevolezza dei problemi produttivi spinse Cadorna a aquesto tipo di legislazione fin dall’inizio.                    
(4) Robert Georges Nivelle (Tulle, 15 ottobre 1857 – Parigi, 22 marzo 1924) è stato un generale francese della Prima guerra mondiale, che a Verdun sostituì Philippe Petain e condusse l’offensiva franco inglese sulla Chemin de dames provocando la perdita di 350,000 uomini. Nivelle continuò tuttavia a seguire la propria strategia e rifiutò di dimettersi anche quando l'esercito iniziò ad ammutinarsi. Fu destituito il 15 maggio
1917 e rimpiazzato da Pétain, che riuscì a restituire alle forze francesi la capacità di combattere
(5) Joseph Jacques Césaire Joffre (Rivesaltes, 12 gennaio 1852 – Parigi, 3 gennaio 1931) è stato Capo di Stato Maggiore dell’esercito francese dal 1911 al 1916.La sua visione tattica della battaglia generò gli scontri della Marna e Vedun che gli costò il comando dell’esercio francese a favore di Nivelle.Pur agendo su terreni decisamente più agevoli delle Alpi fu incapace di focalizzare gli sforzi e concentrare il fuoco in modo che le sue offensive in Alsazia Lorena avessero successo. Il famoso piano XII pianificato dai francesi fin dai tempi di pace (contrariamente a Cadorna che dovette ripianificare tutto in pochissimi mesi) fallì miseramente per le sottovalutazioni del nemico (errata valutazione dell’intelligence).
(6) Douglas Haig , I conte Haig (Edimburgo, 19 giugno 1861 – Londra, 28 gennaio 1928) è stato un generale britannico, comandante durante la Prima guerra mondiale della British Expeditionary Force (BEF) durante la battaglia della Somme e la battaglia di Passchendaele. Diresse molte delle campagne britanniche, compresa la parte avuta nella battaglia della Somme, in cui le forze sotto il suo comando subirono oltre trecentomila perdite, con un piccolo guadagno territoriale, e la battaglia di Passchendaele. Le tattiche seguite da Haig in queste battaglie furono oggetto di controversie e tutt’oggi la battaglia della Somme è considerata dagli storici inglesi come la più sanguinosa sconfitta britannica. Tenuto conto della differenza dell’ambiente naturale in cui la BEF operava confronto di quello italiano le perdite britanniche sicuramente si possono dire superiori a quelle italiane.
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lunedì 3 dicembre 2018

Il giovane Churchill prigioniero degli Italiani




di Mauro Scorzato e Ettore Martinez, con interventi di Roberto Cortis e Anna Porrà

Forse non tutti sanno che il mitico Winston Churchill, da giovane, era stato fatto prigioniero dagli Italiani. Ciò avvenne durante la seconda guerra anglo-boera (1899-1902), quando il treno blindato sul quale viaggiava Churchill, in divisa britannica e armato, per quanto accreditato come giornalista, fu intercettato da volontari italiani arruolati nell'esercito boero. Che ci facevano gli italiani nell'esercito boero?
Addetti alle miniere -e quindi esperti nell'uso degli esplosivi- avevano costituito una Legione Volontaria Italiana, comandata da Camillo Ricchiardi. Personaggio questo che Hugo Pratt non avrebbe esitato a definire un "gentiluomo di ventura". Churchill, trovato in possesso di due caricatori con proiettili esplosivi proibiti, sarebbe stato giustiziato sul posto se Ricchiardi non gli avesse salvato la vita. Ma su questo Churchill ha sempre taciuto.

Il giovane Churchill aveva 24 anni quando venne fatto prigioniero, il 15 novembre del 1899, dai volontari italiani dell'esercito boero. Indossava una divisa da cavalleggero e portava con sé una pistola privata Mauser C96 della quale cercò di disfarsi gettandola poco lontano dal vagone sotto il quale si era rifugiato. Gli furono però trovati addosso due caricatori con pallottole esplosive ad espansione, vietate dalla Convenzione dell'Aja. Sarebbe stato subito fucilato sul posto se Ricchiardi (che comandava la Legione volontari italiani con il grado di colonnello) non lo avesse salvato riconoscendogli la veste di giornalista inviato.

In italia, negli anni Sessanta, quando esisteva ancora una diffusa letteratura per ragazzi, molti di loro appresero dell'esistenza storica di una guerra anglo-boera da "Capitan Rompicollo" (1901) di Louis-Henri Boussenard. Questo romanzo d'avventure, in Italia pubblicato, in edizione presumibilmente ridotta come si usava allora, dalla "Boschi", è apertamente schierato dalla parte dei Boeri. Insiste molto sulla loro tecnica di combattimento, basata sulla guerriglia e sul largo uso di esplosivi. Contiene anche osservazioni sull'adozione del colore caki per le uniformi, dovuta alla micidiale mira dei boeri che si trovavano per giunta inizialmente davanti gli ottimi bersagli forniti loro dalle sgargianti uniformi britanniche.

?”

Bobo Cortis: “Il comandante della piazzaforte di Mafeking che fu sottoposta a un lungo assedio - seconda guerra anglo-boera - era nientemeno che Baden-Powell, che proprio in quella occasione utilizzò dei giovanissimi soldati, inquadrati nei cc.dd. "Mafeking Cadets". L'esperienza con questi ragazzi fece maturare in B.P. l'idea di creare - per gli scopi di servizio civile che conosciamo - il corpo dei boy-scout. La circostanza che lo scautismo nacque dall'utilizzo dei minorenni in un evento bellico è uno dei cavalli di battaglia dei detrattori del movimento che vi additano una sorta di peccato originale, rivelante l'impronta militaresca che alcuni non apprezzano. E' da dire che l'impiego in guerra di questi giovani deve essere inquadrato nella situazione che si creò, dove la difesa della comunità di Mafeking dall'assedio fu possibile grazie alla mobilitazione di un migliaio di irregolari, fra cui gli stessi abitanti del luogo abili alle armi e i figli di questi anche minori di età, che tennero testa a ottomila boeri.  :-)
In ordine alla guerra anglo-boera voglio citare un bel film dell'australiano Bruce Beresford, "Breaker Morant" (1979) su un episodio vero del conflitto, in cui un ufficiale del contingente alleato australiano fece fuciliare senza processo alcuni prigionieri per rappreseglia dell'uccisione di un amico da parte dei guerriglieri boeri, e sul processo che vi fece seguito. Non trovo nulla in italiano su YT ma diverse scene in inglese fra cui l'arringa del difensore che conclude (minuto 3:40): "The fact is that war changes men’s natures. The barbarities of war are seldom committed by abnormal men. The tragedy of war is that the horrors are committed by normal men in abnormal situations … I say that we cannot hope to judge such matters unless we ourselves have been submitted to the same pressures and the same provocations as these men whose actions are on trial" .


LM: “Classico inglese borioso....”

E' nota la cattiva opinione che degli Italiani ha sempre nutrito Churchill che arrivò inizialmente a ritenere il fascismo, lui così parlamentare a casa propria, come l'unico modo per disciplinare un popolo anarchico come il nostro. Famosa è poi la frase che gli viene attribuita secondo la quale "Gli Italiani perdono le partite di calcio come se fossero guerre e perdono le guerre come se fossero partite di calcio". Tutto questo senza nulla togliere alla sua indiscutibile grandezza. Fu lui comunque a insistere per la disastrosa azione diversiva di Gallipoli nel 1915 e fu sempre lui a insistere per colpire il "ventre molle" dell'Asse -cioé l'Italia nel 1943.

Mauro Scorzato: che militavano nelle fila dei Boeri. Non solo la Legione dei Volontari Italiani (meglio noti come "Italian Scouts") quindi, ma della Legione Scandinava, tedesca, olandese e francese. Molto interessante è l'accenno dell'italiano bisnonno della signora (1) che dice sia stato fatto prigioniero: di fatto l'Italia non era coinvolta nella guerra e quindi i suoi cittadini non potevano (legalmente) essere fatti prigionieri, ma questo conferma le mie fonti che citano che la dedizione degli italiani del Transvaal alla causa boera era seconda solo a quella dei Boeri stessi. Gran parte degli italiani dell'Africa del Sud furono infatti rimpatriati (deportati?) alla fine del conflitto e l'immigrazione italiana in Sud Africa non ricominciò fino a dopo la 2^ Guerra Mondiale quando i prigionieri di guerra italiani ebbero un tale benvenuto tra gli afrikaner da portare le loro famiglie colà invece che tornare in Italia.
In risposta all'accenno sul Generale Baden Powell riporto che il B.P. era colonnello al tempo e comandante dell'Accademia Militare di Mafeking: utilizzò i suoi cadetti come staffette durante l'assedio. Non commento sull'impiego dei minorenni in combattimento come cita il Sig. Cortis (2) limitandomi a ricordare un minorenne detto Alessandro il Grande che poca cura ebbe della sua minore età.
Per quanto riguarda poi il tuo commento su Churchill il suo disprezzo per gli italiani era ben noto: più che individuare il ventre molle dell'Asse ( che poi si rivelò molle fino al centro italia tant'è che il tentativo di sbarco alle spalle della linea di resistenza, ad Anzio, si dimostrò un fiasco degno di Gallipoli) sapeva bene che gran parte del sud ancora non era perfettamente assimilato ai Savoia. La diramazione della notizia della capitolazione dell'Italia anzitempo rendendo di fatto impossibile la difesa di Roma sembra si debba proprio a Churchill." 


"Polizie Speciali - Dal fascismo alla repubblica"", di Vittorio Coco, edizioni Laterza 2017 - Recensione di Mauro Scorzato

Vittorio Coco, “POLIZIE SPECIALI “, ediz. Laterza 2017, recensione  di Mauro Scorzato Il volume scritto da Vittorio Coco ricercatore di Stor...