lunedì 24 febbraio 2020

IL FENOMENO DELLE ESECUZIONI SOMMARIE NEL PRIMO CONFLITTO MONDIALE di Mauro Scorzato


Alberto Monticone[1], il più autorevole studioso della giustizia militare durante il primo conflitto mondiale, ci riporta che in quel periodo furono comminate  dai tribunali militari circa 4000 condanne a morte di cui 750 eseguite.  Tale numero non comprende le “esecuzioni sommarie”, ovverosia le esecuzioni avvenute per ordine  dell’autorità militare sul campo, di militari colpevoli o “sorteggiati” come tali, non sottoposti al giudizio della giustizia militare. L’analisi delle condanne effettuate dai Tribunali deve per forza di cose essere effettuata da esperti del diritto e della giurisprudenza, pena il ricadere in discussioni più adatte alle trasmissioni pomeridiane di Barbara d’Urso che non ad un discorso di storia militare. Le esecuzioni sommarie invece si prestano maggiormente ad una traduzione in termini moderni in quanto totalmente, come vedremo, avulse da quello che è il concetto moderno della giurisprudenza.




[1] Alberto Monticone, Il regime penale nell’Esercito Italiano durante la prima guerra mondiale, Gli Italiani in uniforme, 1915-18, Intellettuali, borghesi e disertori

Nel conflitto del 15-18 vigeva il “codice penale per l’Esercito” (la Regia Marina si avvaleva di una diversa regolamentazione) edito nel 1869; l’obbligo di reagire con la soppressione per impedire i reati  collettivi (e talvolta individuali) contro la disciplina, definiti di codardia, era sancito dall’art. 40, che imponeva a qualsiasi persona che rivestisse un grado di reagire contro l’abbandono del posto di combattimento, sbandamento, mancata possibile offesa (tipo il rifiuto di aprire il fuoco contro il nemico), rifiuto di marciare contro il nemico, rifiuto di compiere un servizio di guerra, rivolta, ammutinamento (la differenza tra la prima e il secondo è la presenza delle armi in mano ai colpevoli), forzata consegna, vie di fatto a mano armata contro sentinella o vedetta, attacco o resistenza alla forza armata, diserzione con complotto, ribellione alla giustizia, saccheggio, ammutinamento e rivolta di prigionieri. Condizione necessaria per l’esecuzione sommaria era la flagranza del reato; la “decimazione” (la designazione per sorteggio) era considerata legale quando il comandante non fosse riuscito ad individuare con certezza gli autori del delitto all’interno del reparto, ma fosse necessaria la repressione immediata del reato e sempre che il comandante ritenesse troppo sanguinosa la condanna di tutti i partecipanti. Sempre l’articolo imponeva che il sorteggio fosse preceduto da un coscienzioso accertamento delle colpe, estendendosi anche a coloro su cui gravavano semplici presunzioni o vaghi indizi o nessun sintomo di colpevolezza.
Tuttavia è l’art. 117 la chiave di volta dell’intera architettura: infatti esso puniva con le stesse pene (compresa la pena capitale) il militare che, presente ad un ammutinamento od a una rivolta, non facesse uso di tutti gli strumenti a sua disposizione per impedirla (fermarla o frenarla); in altre parole la reazione con le vie di fatto a tali tipi di reato non era solo consentita bensì imposta  sotto minaccia di soggiacere alla stessa pena. Ad informazione del lettore, anche  oggi il Codice Penale Militare prevede lo stesso (soggiacere alla stessa pena, capitale fino al 1985 in caso di omicidi compiuti al seguito) per i reati di collettivi contro la disciplina.
Ma da dove proveniva tale cura nel prevenire e reprimere tale tipo di reati? L’Esercito Italiano a cui faceva riferimento il codice penale del 1869 era un esercito    in cui erano confluite molteplici componenti ereditate dalle guerre del Risorgimento: ex repubblicani (ad esempio Garibaldini), spezzoni di eserciti di Stati annessi, tipo l’esercito delle due Sicilie, i cui componenti erano considerati ancora più infidi degli stessi repubblicani, visti i sanguinosi episodi in cui erano sfociate le rivolte contro la presenza di ufficiali “piemontesi”. La coscrizione obbligatoria, con cui si era cercato di risolvere il problema di fare “gli italiani”, non era entrata in esercizio  senza problemi: omicidi  e stragi furono abbastanza comuni nelle caserme dell’esercito post-unitario in particolare del ventennio 70-80. Tanto che quando Perocchetti postulò alla fine degli anni ’70  la creazioni di reggimenti con coscritti provenienti dalla stessa valle (gli Alpini) venne così commentato da un generale piemontese; [1]“se lo attuassimo non passerebbero sei mesi e i reggimenti romagnoli darebbero i pronunciamenti” .
Certamente quindi l’esercito che si apprestava a condurre il Primo conflitto mondiale era ben lungi dall’essere un esempio di coesione e saldezza adamantina, tenendo conto dei precedenti non assolutamente incoraggianti. L’impiego, con ingenti spese, delle truppe in Africa e quello contro i milanesi in occasione dei moti del 1898, certo non avevano contribuito a generare un facile ambiente. Cadorna se ne rese conto immediatamente e già la circ. n.1 del 24 Maggio 1915 (primo giorno di guerra) riteneva i comandanti di grandi unità responsabili qualora avessero indugiato, qualora il caso lo richiedesse, ad applicare misure estreme di coercizione e repressione.
Tuttavia la domanda di quanto fossero state  effettivamente le esecuzione sommarie durante il periodo rimane.
L’Ufficio per la giustizia militare nell’estate del ’19 ne elenca 141 mentre in un discorso al parlamento, l’on. Luciani ne indica 148 comprese delle 34 generate dal Gen. Graziani durante la ritirata di Caporetto, ma tali cifre sono largamente sottostimate. Il Pelagalli[2] indica due fonti ritenute più attendibili: una è il Faldella (del quale si parla più sotto), l'altra è la “relazione dell’Avvocato Generale Militare Donato Antonio Tommasi[3] che individua 183 esecuzioni sommarie di cui 64 classificate come “giustificate”(ovverosia compiute sulla base della vigente normativa), 8 “ingiustificate” e il rimanente non classificabili a causa di mancanza di dettagli o perché approvate incondizionatamente dai superiori che avevano esaminato il caso e quindi non perseguibili. Anche il Monticone (op. cit.) produce una lista largamente coincidente con quella di Tommasi e con una prodotta da Filippo Cappellano (Disciplina e giustizia militare nell’ultimo anno della grande guerra- Storia Militare n. 98, anno 2001). La Tabella di seguito ne indica il raffronto:




[1] Cfr. G. ROCHAT, G. MASSOBRIO, Breve storia dell’esercito italiano
[2] Sergio Pelagalli, Esecuzioni sommarie durante la Grande Guerra
[3] Donato Antonio Tommasi, Avvocato generale militare a ministro della Guerra, settembre 1919 (minuta non riportante la data di invio), oggetto “Esecuzioni Sommarie”, risposta a nota n.368 del 28 luglio 1919 presso Museo del Risorgimento -Milano

Anno
Mese
Monticone
Cappellano
1915
ottobre
1
1
1916
febbraio
2
2
maggio
11
11
giugno
1
7
luglio
9
9
agosto
5
5
ottobre
7
7
novembre
1
1
1917
Marzo
0
7
Maggio
5
5
Giugno
20
20
Luglio
28
28
Agosto
2
2
Settembre

7
novembre
49


141
112

Il Pelagalli integra le tabelle includendo altri procedimenti arrivando così ad una cifra approssimativa di 241 esecuzioni sommarie, riportando eventi narrati  dal Gatti e dall Faldella (altra fonte utilizzata dal Pelagalli) nonché atti ufficiali dei tribunali militari[1]; vengono inclusi anche episodi in cui alcuni  disertori vengono abbattuti dal fuoco dei commilitoni, tipo di evento, questo,  non precedentemente contemplato, arrivando così alla seguente tabella che allega al suo saggio




[1] Angelo Gatti, Caporetto. Dal diario di guerra inedito 1917 Bologna 1964
Emilio Faldella , La grande Guerra, volume II, Da Caporetto  al Piave Milano 1965


ANNO
N.
DATA
REPARTI
PASSATI  PER LE ARMI
Flagranza
Decimazione
totale
1915
1
30 giugno
93° fanteria/B. Messina
imprecisati

imprecisati
2
ottobre
imprecisato
1

1
3
5 novembre
85° fanteria/B. verona
1

1
1916
4
Febbraio
imprecisato
2

2
5
21 aprile
18° Bersaglieri
3

3
6
26 maggio
141 fanteria/B.  Catanzaro
4
8
12
7
12 giugno
69° fanteria/B. Ancona
3

3
8
15 giugno
131° fanteria /B. Lazio
1

1
9
16 giugno
14° Bersaglieri
4

4
10
19 giugno
138° fanteria/ B. Barletta
imprecisati

imprecisati
11
1-2 luglio
89° fanteria/B. Salerno

8
8
12
26 luglio
31^Compagnia minatori
1

1
13
10 (?)agosto
85° fanteria/B. verona
5

5
14
agosto
imprecisati
1

1
15
23 ottobre
151° fanteria/ b. Sassari
1

1
16
30 ottobre
75° fanteria/ B. Napoli



17
31 ottobre
6° bersaglieri

2
2
18
11 novembre
27° fanteria/ B. Pavia
1

1
1917
19
13 febbraio
XLVII btg. bersaglieri
3

3
20
21 febbraio
162° fanteria / B. Ivrea
2

2
21
21 marzo
38° fanteria/ B. Ravenna
2
5
7
22
3 aprile
147° fanteria/ B. Caltanissetta
1

1
23
5maggio
Btg. Di marcia/ B. Toscana
4

4
24
13 maggio
9° 10° fanteria/B. Regina
6

6
25
20 maggio
Btg complementi/ B. Palermo
3

3
26
23 maggio
B. Lambro
13-14

13-14
27
24 maggio
262° fanteria/B. Elba
1

1
28
27 maggio
139° fanteria/ B. Bari
1

1
29
maggio
4° Bersaglieri
2

2
30
maggio
74° fanteria/B. Lombardia
10

10
31
maggio
B. Mantova
2

2
32
Giugno
II Corpo d’Armata
1

1
33
giugno
58 divisione
4

4
34
2 giugno
B. Pallanza

4
4
35
4 giugno
113° fanteria/B. Mantova
Imprecisati

imprecisati
36
5 giugno
117° fanteria/B. Padova
11

11
37
14 giugno
48° fanteria/B. Ferrara
1

1
38
23 giugno
77° fanteria/ B. Toscana
2

2
39
16 luglio
B. Catanzaro
16
12
28
40
15 agosto
228° fanteria/B. Rovigo
4

4
41
19 agosto
119° fanteria/B. Emilia
1

1
42
24 agosto
225°/ B. Veneto
1

1
43
24 (?) agosto
89° Fanteria/B. Salerno
3

3
44
27 agosto
imprecisato
1

1
45
28-29agosto
264° fanteria/B.Gaeta
5

5
46
14 settembre
47°fanteria/B. Ferrara

1
1
47
settembre
imprecisato
7

7
48
3 novembre
Imprecisato°°
1

1
49
3 novembre
2^ armata
1

1
50
9 novembre
63^ Divisione
1

1
51
13(?)novembre
78° fanteria/B. Toscana
2

2
52
23 Novembre
158° fanteria/B. Liguria
3

3
53
novembre
Imprecisati °
34

34
54
novembre
imprecisati
8

8
1918
55
12 marzo
928^cp Mitraglieri
2

2
56
8 giugno
6^ divisione cecoslovacca
8

8
57
15 luglio
52° fanteria /B. Alpi
1

1
TOTALE GENERALE
196-197
45
241-242
° 34 Fucilati da parte del Gen. Graziani di cui si parlerà di seguito
°° 1 art. Ruffini fucilato da il Gen Graziani di cui si parlerà in seguito

Ora, ripercorrere uno per  uno tutti gli episodi elencati dai vari autori (Monticone, Cappellano e Pelagalli) esula dallo scopo di questo breve saggio, ma ci si soffermerà su due episodi di cui uno assolutamente ignoto ed uno particolarmente noto (la rivolta della Brigata Catanzaro sull’Altipiano di Asiago e la relativa decimazione); passerò poi a delineare la personalità di colui che fu “il fucilatore” per antonomasia durante la ritirata di Caporetto ovverosia  il Generale Andrea Graziani.
Il primo fatto è riportato in maniera asciutta dal Pelagalli citando fonti dell’Archivio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito. ”23 Ottobre 1916. Un soldato del 151° fanteria (Brigata Sassari) diserta di fronte al nemico: è colpito a morte dal fuoco dei suoi commilitoni prima di raggiungere la trincea avversaria”. Invano si cercherà traccia di questo fatto in tutta la bibliografia sulla Brigata Sassari, anche chi ha scritto criticando fortemente la condotta della guerra, romanzando esecuzioni di tribunali militari (che poi di fatto sappiamo non essere esistite), pur essendo presente nel luogo e nel tempo citato non ha  mai riportato il fatto. Nonostante la maggioranza dei libri sulla Brigata siano stati scritti dopo svariati anni o addirittura decenni dopo la fine della guerra, sembra che la vergogna per un accadimento di questo tipo fosse ancora presente in tutti:  più che un tradimento militare, il silenzio può essere inteso come la copertura di un tradimento di un coniuge fedifrago, che anche se è stato allontanato (in questo caso soppresso), ha infangato indelebilmente un rapporto che ben poco ha a che fare con la disciplina militare. Chi ha mangiato il tuo pane e fumato le tue sigarette, ha ascoltato i tuoi racconti su casa, sulla tua famiglia e sulle tue cose  non sta abbandonando semplicemente un reparto per passare ad un altro: tradisce una fiducia che è più profonda e radicata. Purtroppo questo è un sentimento che può capire solo che ha provato questo tipo di cameratismo e sa che in questo caso il fucile verrebbe alla mano naturalmente.
Per quanto riguarda la decimazione della “Catanzaro”, leggiamo la versione che ne dà l’Avvocato Generale Militare Tommasi nella sua relazione a pag. 40-42: ”la notte sul 16 luglio (1917), la Brigata Catanzaro (141° e 142° fanteria), pur provata dai combattimenti di Maggio e di giugno, deve tornare in linea. Colpi di fucile sono sparati dai baraccamenti del 141°;  la rivolta si estende subito al 142°. I sobillatori asseriscono che, in seguito ad analoga protesta, un’altra brigata non è stata mandata in trincea, ha cambiato fronte e, addirittura, ha ottenuto medaglie al valore. L’ammutinamento degenera in rivolta:  il fuoco delle armi, che dura quasi tutta la notte, colpisce a morte ufficiali e carabinieri. Intervengono cavalleria, auto mitragliatrici e auto cannoni. Il Comando d’Armata ordina “di agire con fulminea prontezza ed estremo salutare vigore”. Scrive nella relazione: “la 6^ compagnia del 142° si era asseragliata in una posizione opportuna e con mitragliatrici faceva fuoco ostinato continuando la resistenza. Desistette dopo che vide piazzati contro gli autocannoni. Sedici militari presi con l’arma ancora scottante furono senz’altro condannati alla fucilazione. Oltre questi si sarebbero dovuti logicamente fucilare tutti i militari (120 uomini) del reparto suddetto che aveva continuato fino allo stremo la resistenza armata, giacchè essi non erano già degli indiziati, m veri e propri rei di rivolta armata sorpresi in flagranza di reato. Ma per evitare le fucilazioni si eseguì il sorteggio di un decimo di essi (dodici) e questi furono condannati alla fucilazione… Si imponeva l’esempio immediato della fucilazione; ritardarla non si poteva per l’estrema gravità del fatto ed anche perché la brigata doveva mettersi in marcia. Riamndare la marcia equivaleva a dare spettacolo di debolezza e ritardare la sanzione significava diminuirne l’efficacia. Per tal modo venne eseguita la fucilazione di 28 militari (16 più 12) in presenza di due compagnie, una per ciascun reggimento.”
Giudizio dell’Avvocato Generale Militare: “La gravità della rivolta dispensa da ogni discussione sul preciso e imprescindibile dovere che si imponeva ai capi di ricorrere agli estremi mezzi di coercizione, per infrenare e reprimere un movimento di ribellione che avrebbe potuto avere conseguenze ben più gravi e dolorose di quelle che si ebbero in effetti a deplorare. La sommaria esecuzione avvenuta immediatamente degli sciagurati che avevano rivolto contro i compagni d’arme e i propri ufficiali le armi loro affidate per la difesa della Patria fu legittima e con lodevole senso di umanità mantenuta dai capi nei precisi limiti fissati dalla legge e richiesti dalla necessità del grave momento”. La Brigata Catanzaro aveva già subito gravissime azioni disciplinari l’anno precedente durante la Battaglia degli Altipiani, dove anche allora una compagnia si diede alla fuga, questa volta incitata da ufficiali di complemento e sottufficiali: in quel caso furono fucilati 1 sottotenente, 3 sergenti e 8 graduati di truppa. Ciononostante giova ricordare che la Catanzaro si distinse in quella battaglia tanto da dare al comandante (Gen. Carlo Sanna di Senorbì) la medaglia d’argento al V.M. e ancora successivamente sul Costone Viola e Monte S. Michele dove lo stesso ricevette Ordine Militare di Savoia. In ogni caso la mano pesante nei confronti della Brigata, che inquadrava prevalentemente militari calabresi, si riconduceva al fatto che era ancora vivo nei ricordi degli avvocati militari e di molti giudici gli avvenimenti del 1884 nella caserma di Pizzofalcone in cui un militare calabrese aveva ucciso coll’arma di ordinanza, dopo un diverbio, 7 militari settentrionali, ferendone 13. Lombroso aveva forgiato dal nome del militare (Misdea)  la definizione di un comportamento criminale tipico detto misdeismo. Irene Guerrini, coautrice del libro “Fucilate i fanti della “Catanzaro” scriverà: La Brigata si era in molte occasioni coperta di onore. Era stanca e sfibrata. Le era stato promesso un lungo turno di riposo e invece gli ufficiali intendevano riportarla al fronte. Ma quello della Catanzaro fu l’unico atto di vera rivolta, peraltro spontanea, che conosciamo. Tutte le altre decimazioni furono attuate, per dare l’esempio, a seguito di avvenimenti molto meno gravi». 


IL GENERALE DELLE FUCILAZIONI – IL GEN. ANDREA GRAZIANI


Sicuramente tra tutte le fucilazioni sul fronte italiano, quelle più famose sono attribuite a quello che passò alla storia come il “generale delle fucilazioni”, il Magg. Gen. Andrea Graziani. Nato nel 1864 a Bardolino, sulla sponda veronese del Garda, sottotenente nel 1882, Andrea Graziani fu in Eritrea nel 1887 e nel 1904 insegnante alla Scuola di Guerra. Durante il terremoto di Reggio e Messina (1908) meritò un encomio speciale e la medaglia d’oro di benemerenza per i soccorsi prestati. Colonnello nel 1914, sopraggiunto il 10 gennaio 1915 il terremoto della Marsica, il Colonnello Graziani, cui fu affidato col suo Reggimento il settore orientale di Avezzano (12 paesi), riconfermò la sua capacità di organizzatore nell’opera di salvataggio e ricostruzione. Con un miracolo di attività, che a molti parve incredibile, ma non a S.M. il Re che frequentemente nel rigore delle nevi e delle tormente percorreva la Marsica, in 45 giorni soltanto poté presentare i 12 paesi della zona completamente baraccati con forni e botteghe ricostruite.  Durante la guerra del ’15-’18, comandò le brigate Jonio e Venezia in Val Sugana e la 44a divisione sul Pasubio durante la Strafexpedition del maggio-giugno 1916. Una divisione «invero gigantesca, questa 44a, addirittura superiore ai normali effettivi d’un corpo d’armata, come ci informa Gianni Pieropan nel suo “1916: le montagne scottano”, ma che in ogni caso riuscì a fermare l’offensiva austro ungarica in Val Sugana.  La motivazione dell’ Ordine Militare di Savoia concessa al generale Graziani per questi combattimenti dice infatti: ” Valsugana 18 aprile, 26 maggio 1916; M.Collo-Bieno-M.Cima,- Comandante di una avanzata linea di difesa, resisteva a ripetuti violenti attacchi con coraggio e perizia;  nonché cedere terreno, contrattaccava ripetutamente infliggendo all’avversario notevoli perdite e prendendogli più di 400 prigionieri.“ (M.Collo, 15-20 maggio 1916). Già in queste occasione il generale diede prova di una incredibile determinazione e durezza nei confronti dei sottoposti. Il battaglione alpini M. Berico incaricato di prendere il Dente dell’Austriaco,  non potè attaccare a causa della nebbia e si levarono grida di incoraggiamento per la nebbia. Il Generale, non trovando i responsabili, decise di far fucilare 10 alpini,  ma il resto del battaglione decise di condividere la sorte e attaccare nonostante la nebbia, conquistando il Dente a carissimo prezzo. Fu così evitata la fucilazione. Ferito più volte per essersi esposto in combattimento, si vantava, come comandante della 44^ Div., di aver mandato all’assalto con la loro truppa gli ufficiale della Brigata Ancona che comandavano all’assalto i loro uomini rimanendo al riparo. 

L’atteggiamento poco conciliante non solo nei confronti della truppa,  ma anche degli ufficiali  che non si dimostravano all’altezza, gli alienò  pure molte simpatie tra gli Alti Comandi. Ma fu con la ritirata di Caporetto, quando divenne Ispettore Generale per il Movimento di Sgombero che accaddero i fatti  più controversi.   
Graziani imperversò a bordo di una autovettura che portava anche 5 carabinieri per tutto il settore affrontando gli sbandati con rivoltella alla mano e rimandandoli indietro nei reparti di appartenenza, reprimendo tutti gli atti criminosi che venivano compiuti. Il 2 novembre 1917, presso Noventa Padovana, il soldato Alessandro Ruffini, di 23 anni, originario di Castelfidardo (Ancona) in servizio nella 10a Batteria del 1° Reggimento di Artiglieria da montagna, che fu fatto da lui fucilare per non aver tolto il sigaro di bocca mentre passava davanti a lui.  La cronaca dell’accaduto è stata così descritta, nel Liber Chronicus della Parrocchia di Noventa Padovana, dal Parroco Don Carlo Celotto, che benedisse con gli Oli sacri la salma di Ruffini e l’accompagnò al cimitero della cittadina padovana. “Novembre. La ritirata. Caporetto. La II Armata passa per le vie del nostro paese. I soldati presentano un aspetto compassionevole. Senz’armi, vestiti male, affamati. Ufficiali e soldati domandano ricovero e pane. Lì 3 novembre il Generale Graziani comandante le retrovie fa fucilare presso la casa Miari, abitata dal Comm. Suppiei, il soldato Ruffini Alessandro da Castelfidardo. Sembra che il Ruffini abbia tenuto un contegno provocante davanti il generale. Il Comm. Suppiei cercò di difenderlo e salvarlo, ma nulla fece: fra la costernazione dei presenti e lo spavento dei soldati l’esecuzione ebbe seguito”. L’episodio è stato anche citato nella relazione dell’Intendenza Generale inviata il 3 novembre 1917 (lo stesso giorno del fatto) al Comando Supremo e firmata dal Gen. Graziani.

Ancora oggi questa è senz’altro la fucilazione più famosa della storia dell’Esercito Italiano; iniziando dall’Avanti nel 19,  nel Corriere e nel Reato del Carlino per arrivare ai saggi di Loverre  e del giornalista Aldo Cazzullo, questo episodio venne portato come esempio di cosa sarebbe accaduto nel periodo della ritirata di Caporetto; probabilmente, fra cent’anni, il caso Cucchi verrà trattato ugualmente per descrivere l’operato dell’Arma dei Carabinieri in questi anni.

La mattina del 13 novembre 1917, Graziani ordinò la fucilazione a S. Maria della Rovere (Treviso) di 13 militari: 7 soldati per aver usato “violenza entro le case abitate”,  in sintesi rapina e stupro accaduti nei pressi di Portogruaro (i Caporali Augusto Pieralli e Salvatore Trigliaro ed i soldati Oreste Bigi, Adolfo Gigli, Giuseppe Pintapoli, Vincenzo Scudella e Bruno Vancalli); 5 soldati per saccheggio (i soldati Felice Cremaschi, Carlo Giavotto, Battista Monti, Pietro Pastorino e Carlo Paveri); il Caporale Lidio Benzi per ribellione e minaccia amano armata ai Carabinieri”.
Il manifesto informativo di questa fucilazione fu pubblicato su l’Avanti! del 13 agosto 1919, che conteneva anche l’articolo di Armando Paleso “Altri manifesti patriottici del generale Graziani!” e che titolò l’intera prima pagina con questa frase: “Caporetto vergogna del militarismo nell’inchiesta parlamentare ed in quella socialista”. Tale testata aveva avviato una vera e propria campagna contro il Generale Graziani, ritenuto il tipico esempio del cadornismo da estirpare, invitando i genitori del Ruffini a chiamare a giudizio l’ufficiale per omicidio. 
Questo drammatico episodio è stato riportato dal Colonnello Angelo Gatti, Dirigente dell’Ufficio Storico del Comando Supremo, che il 13 novembre 1917 annotò nel suo ”Caporetto. Diario di guerra (maggio-dicembre 1917): “Il Generale Graziani… ha fatto affiggere nelle vie di Padova un avviso che diceva che era stata pronunciata la sentenza di fucilazione nella schiena di 13 soldati per violenza”.
L’episodio è stato citato anche nella lettera inviata il 14 novembre dal Vescovo di Treviso, Mons. Andrea Giacinto Longhin (di cui si è già descritta l’opera in un nostro recedente articolo), a Mons. Giuseppe Furlan, prevosto di Montebelluna, nella quale scrive: “Ieri vi furono qui ben 13 esecuzioni capitali contro quelle jene che svaligiavano le case e si gettavano sulla roba del prossimo. Quale obbrobrio!”
Il 16 novembre 1917, sempre Graziani ordinò la fucilazione nella schiena di 21 persone: 18 militari e tre civili. Al riguardo,l’Avanti! il 10 agosto 1919, pubblicò un manifesto, datato 16 novembre, ma senza indicazione del luogo di stampa, che informava della fucilazione di 12 soldati per violenza in case abitate; di 5 soldati per saccheggio e scassinamento; di 1 soldato per saccheggio e uso di della divisa da Ufficiale, con abuso del grado; di tre civili per saccheggio. Sempre durante la “ritirata di Caporetto”, Graziani fece fucilare, vicino a Schio (Vicenza), i soldati Adalberto Bonomo, di Napoli, e Antonio Bianchi, di Gallarate (Milano) che non lo avevano salutato nel modo prescritto dal Regolamento militare portando a 36 le vittime totali.

L’11 aprile 1918 il Ministero della Guerra incaricò il Gen. Graziani di costituire un “Corpo Czeco-Slovacco in Italia”.
I soldati cechi però non dimostrarono molta volontà di combattere, alimentando il sospetto che molti di loro si fossero arruolati per evitare le difficili condizioni della prigionia. Si verificarono numerose proteste ed anche molti casi di diserzione, non adeguatamente repressi dagli Ufficiali, anche in relazione al vitto che non era ritenuto adeguato, ma si ritiene che i soldati cecoslovacchi, disertori dall’esercito Austro –Ungarico non gradissero il reimpiego.
In quelle occasioni, anche il Gen. Graziani si dimostrò clemente, per cercare di costruire la partecipazione attiva dei soldati cechi ai combattimenti. Pertanto, soldati che erano in attesa di processo per diserzione, furono scarcerati. Però, quando i Reparti arrivarono nella Zona di operazioni, la situazione precipitò perché ci furono molti altri casi di diserzione: ben 39 tra l’8 e l’11 giugno. Giunto sul posto  il 12 giugno, il Generale cercò di convincere i cecoslovacchi  a mantenere un contegno adeguato,  ma avendo riscontrato una ulteriore riottosità ad ubbidire, rientrò nei soliti sistemi: chiamato il Comandante di Reggimento, fece fucilare 8 disertori colti in flagrante e deferire al Tribunale Militare Speciale il resto. 
Al termine della guerra il Generale fu messo a riposo per essere poi richiamato in servizio come Luogotenente Generale della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e trovo la morte nel 1923, in un discusso incidente ferroviario sulla linea Prato Firenze. Gli appassionati fan della D’Urso nazionale e della fida inviata Ilaria potranno trovare interessante l’analisi che di tale incidente è stata fatta da Cesare Alberto Loverre nel saggio “Al muro- Le fucilazioni del Generale Andrea Graziani nel Novembre del ‘17” su  tale incidente.
Con quest’ultimo fatto si concluse la carriera di quello che fu definito il “più grande fucilatore della Prima Guerra Mondiale. Gli studiosi Marco Pluviani e Irene Guerrini, però, ritengono che le fucilazioni ordinate da Graziani siano state di numero ben superiore[1], ma a loro dire,  i relativi casi non sono documentati per cui non li hanno citati nel loro libro. Non si deve però essere degli psicologi per scoprire che nella sua opera il Gen. Graziani non ha mai cercato di nascondere gli atti che compiva, anzi ne cercava la massima risonanza (come di sopra abbiamo visto) convinto com’era della importanza del valore “mediatico” della spietatezza dimostrata. Egli stesso,  in relazione alla fucilazione dell’art. Ruffini, affermerà:” …Valutai tutta la gravità di quella sfida verso un generale… L’atto del soldato Ruffini distruggeva in un solo istante l’azione morale che io avevo svolto e il prestigio della disciplina davanti a tutto il reparto. …Valutai la necessità di dare subito un esempio atto a persuadere i duecentomila sbandati che da quel momento vi era una forza superiore alla loro anarchia…”. Come ebbe a dire un suo dipendente, l’alpino Palmiro Togliatti “la ritirata di Caporetto fu una occasione persa per il partito Socialista per spingere la rivoluzione e firmare una pace, tipo quella di Brest-Litovsk,  per far uscire l’Italia dalla guerra”. Ancorché questo giudizio fosse stato espresso quasi vent’anni dopo,   sembra che il Graziani avesse compreso immediatamente la portata degli avvenimenti che stava vivendo e l’unico giudizio che mi sento di condividere è quello dello studioso Antonio Sema[2] che scrisse : “ Graziani attuò, con determinazione, la controrivoluzione preventiva e non si curò nemmeno di minimizzare il suo compito”.



[6]Le fucilazioni sommarie nella prima Guerra Mondiale”, Gasperi Editore, Udine 2004
[7]La grande guerra sul fronte dell’Isonzo” (tre volumi), Editrice Goriziana, Gorizia 1995-1997


COMPARAZIONI CON ALTRI PAESI

Secondo Mario Isnenghi nel suo libro “La Grande Guerra”,  in Francia,” gli storici interessati alle forme di insubordinazione individuali e collettive e ai conseguenti processi nei tribunali militari hanno potuto accedere qualche anno fa alla consultazione di documenti ufficiali nei quali per mezzo secolo era stato custodito il segreto della portata degli ammutinamenti in particolare nella zona dello Chemin de Dame e dello Champagne nel periodo Maggio – Giugno 1917 si è così potuto constatare che nel semestre Giugno- Dicembre 1917 le condanne a morte effettivamente eseguite sono state 629, cioè un numero maggiore di tutte quelle registrate nel periodo precedente che pure è di 4 volte più lungo. Nel periodo Agosto 1914- gennaio 1917 si ha una media mensile di 22-23 condanne a morte di cui 7-8 effettivamente eseguite (le altre beneficiano di grazia e vengono commutate in pene detentive”). Risultati questi non molto dissimili da quanto aveva riscontrato il giornale Le Crapouillot, che con un’inchiesta pubblica condotta nell’agosto 1934, dimostrò che tra il 1914 e il 1918 erano stati giustiziati 1.637 soldati, di cui 528 solo nel 1917, dopo episodi molto estesi di rifiuto di combattere. Tenendo conto che la guerra in Francia durò circa 9 mesi in più e mobilitò un numero maggiore di militari (circa 7 milioni e mezzo contro i poco più di 5 milioni dell’Italia) sembrerebbe che la giustizia militare d’oltralpe avesse avuto più mano leggera che non la nostra. Addirittura nell’esercito Britannico risultano 306 soldati fucilati per codardia o diserzione (25 di loro erano canadesi, 22 irlandesi e 5 neozelandesi), mentre l’Australia non volle passare per le armi i suoi 129 militari condannati per simili reati. 
Personalmente, dato il lungo servizio trascorso con le forze armate britanniche, non ritengo i dati attendibili: sembra che fino a tutto 1916 i fucilati venissero riportati alle famiglie come “deceduti per ferite” e, per dare alcuni esempi sulla trasparenza dei dati britannici sui caduti, si ricorda che a tutt’oggi il numero dei caduti britannici nella guerra delle Falkland/Malvinas è ancora ignoto e che fino al 1987 il numero delle perdite causate dalle forze speciali italiane in Africa nel 1941-42 era ancora considerato “UK Secret” .
Lascia tuttavia estremamente perplessi che entrambe le nazioni non riportino alcuna esecuzione tra le truppe coloniali: nonostante, per i francesi, le forze coloniale abbiano assommato a circa il 30% del totale dispiegato (circa 135.000 tra fucilieri senegalesi e spahis marocchini) non sembra ci sia stato alcun caso di diserzione o codardia. A leggere i numeri, sembra che chi proveniva dal Senegal si trovasse molto più motivato a difendere la Patria francese di quelli che invece trovavano casa loro sotto la diretta minaccia: un argomento da approfondire bel futuro.

Ometto comunque le percentuali relative ai belligeranti dei Paesi Balcanici e dell’Est europeo in quanto non ritengo i sistemi giuridici comparabili: in ogni caso le percentuali sono circa 3-5 volte superiori a quelle italiane.
In conclusione, la disamina delle esecuzioni sommarie eseguite durante il primo conflitto mondiale offre una panoramica di motivazioni ben più ampia della contrapposizione Generali/carabinieri (a questi ultimi è stato attribuito un ruolo ben maggiore di quanto abbiano effettivamente svolto) - fanteria descritta piuttosto semplicisticamente (o gaglioffamente ?) da molti autori. Le contraddizioni e i conflitti che hanno caratterizzato il primo cinquantennio della vita del Regno, dalle rivolte selvagge delle popolazioni del Sud, stile Bronte, al contadino padano sobillato da un clero austriacante che cerca la “protezione” fra le file austro-ungariche e viene abbattuto dai compagni, al depravato che cerca uccide un allievo ufficiale che aveva rifiutato le sue avances e viene giustiziato sul posto. La guerra, contrariamente a quanto alcuni propalano, non genera “diritto”, ma risolve conflitti sia in positivo, cementando rapporti nati in combattimento come abbiamo visto in certe unità, o eliminando chi non si piega alla sua ferrea ed immutabile logica; non solo i grandi conflitti tra imperi, ma anche i “piccoli” conflitti tra classi sociali o individui che non condividono la stessa visione del mondo, come poi vedremo infinitamente in scala maggiore alla fine del secondo conflitto mondiale.

martedì 4 febbraio 2020

"La rete degli invisibili" di N. Gratteri- A. Nicaso, recensione di Ettore Martinez e Mauro Scorzato


Del magistrato Nicola Gratteri, impegnato in Calabria sul fronte 'Ndrangheta, sono reperibili in rete numerosi interventi fortemente esplicativi del fenomeno. Di conseguenza, grazie a questo libro -scritto insieme ad Antonio Nicaso, in assoluto uno dei massimi esperti di 'Ndrangheta- è possibile oggi farci un'idea ancora più precisa di *quelle che sono le attuali nuove frontiere della criminalità mafiosa* in generale e dei suoi avanzatissimi livelli di *infiltrazione dentro le istituzioni*.
« La 'ndrangheta, insomma, è sempre più governo del territorio. E la componente riservata (...) serve per addentrarsi negli enti locali dettandone gli indirizzi politici. Non si limitano più a votare o a far votare, oggi i boss vogliono decidere, comandare. (...) "il 'metodo' (individuazione del candidato maggiormante 'orientabile'; composizione delle liste; diretta manovrabilità di un numero di consiglieri ideoneo a imbrigliare e condizionare le azioni di governo di Sindaco, ovvero di Presidente di Provincia o di Regione)" [citato da sentenza del Tribunale di Reggio Calabria, 1 marzo 2018,nota 5] ... », op.cit. pagina 18.
I due autori di questo libro dicono anche che la 'ndrangheta non si pone problemi ideologici o di linea politica: sostiene chi più le serve in quel dato momento; e se prima erano i mafiosi a fare pressione sui politici, adesso sono questi a bussare in cerca di aiuti.
Ho iniziato la lettura e le recensioni parziali di questo libro ben prima delle ultime elezioni regionali. Il concetto espresso nel secondo capoverso di questa mia nota è ripetuto più volte nel libro con riferimenti storici anche a partiti e movimenti ben diversi dalla coalizione risultata vincente a queste ultime elezioni. Per i livelli, le percentuali e le cifre di questa infiltrazione rimando alla lettura diretta del libro. (E.M.)

La 'ndrangheta, per quanto la più virulenta e fisicamente pericolosa tra le mafie, non è sicuramente la più avanzata. Come lo stesso Gratteri ha più volte puntualizzato è quella che si occupa di importare stupefacenti "all'ingrosso" e ditribuirli nella Penisola. Ancorchè tale attività richieda numerosi contatti sia nel territorio nazionale che all'estero, rimane ancora una attività palesemente illegale che può essere perseguita dalle FF.PP. e punita con gravi sanzioni ( vedi il regime del 416 bis). Altrettanto non si può dire di quella Mafia che oramai si occupa di riciclare i guadagni sia di 'ndrangheta che di altrre mafie autoctone e non, e senza rischiare alcunchè se non sequestri di beni e ammende può accumulare ricchezze tali da poter destabilizzare economie statuali e pertanto con potere di ricatto enorme, travalicante i poteri di magistrature e polizie.
Chi non è dedito al traffico di stupefacenti e/o correlati crimini violenti oggi rischia molto poco in ternini di sanzioni penali, in compenso può condizionare economie sempre più depauperate dal malgoverno. Ricordo che il famoso narco colombiano Pablo Escobar Gaviria, capo del cartello di Medellin, si offrì di riscattare il debito pubblico della Colombia pur di non essere estradato negli Stati Uniti; si provi a pensare ad una offerta del genere (magari non tutto il debito pubblico italiano ma semplicemente il 50%) ai nostri governanti??  (M.S.)

N. Gratteri- A. Nicaso, " La rete degli invisibili", ediz. Mondadori 2019 pagine 194, costo € 18,00, disponibile in ebook.



Assai interessanti sono anche le parti di questo lavoro relative al web sommerso e alle ribellioni femminili.

sabato 1 febbraio 2020

"La Sardegna nella Grande Guerra", Autori Vari, Editore Gaspari, 2020.





“La Sardegna nella Grande Guerra”, AAVV, a cura di Aldo Accardo, Francesco Atzeni,Luciano Carta, Antonello Mattone. Casa editrice Gaspari, 2020.
Si tratta degli atti del Convegno di studi tenutosi nel 2015 (15-17 Dicembre) poi rielaborati e pubblicati insieme a nuovi contributi.
La terribile Grande Guerra ha rappresentato per la Sardegna un evento particolarmente significativo. Sia per l'elevatissimo tributo di sangue pagato dalla regione in termini assoluti e relativi, sia per la nascita di una coscienza identitaria fortemente autonomistica.
I curatori rilevano come questi valori oggi costituiscano un patrimonio collettivo ormai fatto proprio da tutte le forze politiche.
Il volume, più di 700 pagine, corredato di note, raccoglie gli interventi ad ampio spettro di numerosi studiosi.


Segnaliamo questo lavoro che si propone di ravvivare gli studi sull'argomento e di aprire nuove piste di ricerca all'indagine storica e storiografica.

“Lo storico Luciano Carta è uno dei curatori di questo libro ed è anche l’autore di uno dei numerosi saggi contenuti nel volume. Gli abbiamo posto alcune domande.
- Un libro voluminoso, più di settecento pagine. A chi è indirizzato?
R. – E’ indirizzato a tutti coloro cui interessa la storia della Grande Guerra vista nella dimensione regionale dei Sardi e della Sardegna e in particolare attraverso l’esperienza così importante per la storia della nostra isola, della “Brigata Sassari”, della rievocazione di Lussu, del modo in cui il conflitto è stato vissuto nei nostri paesi.
- Sembrerebbe che uno degli scopi dichiarati di questa operazione culturale sia quello di spingere la ricerca storica verso piani maggiormente differenziati. È esatto?
R. – Direi di si. Infatti ad una rivisitazione storica fatta da illustri storici nazionali e sardi si associano studi “nuovi” nel panorama storiografico, come ad esempio il saggio sulla funzione della musica nella guerra, sulla moda femminile riguardante l’elaborazione del lutto, sul modo i cui la “Brigata Sassari” fu “percepita” dai lombardi del Bresciano prima che venisse dislocata sul Fronte veneto, sul ruolo di personaggi sardi illustri ma sconosciuti, come il chimico ploaghese Efisio Mameli, e via dicendo.
- Voi curatori auspicate e sostenete anche un livello intermedio di divulgazione, più accessibile ad un pubblico di non addetti?
R. – Verranno fatte delle presentazioni in varie località della Sardegna, rigorosamente rivolte ai “non addetti”.
- Com’è che si è passati dagli atti di un convegno(tenuto nei giorni 15-17 Dicembre 2015) alla pubblicazione di questo lavoro?
R. – Proprio dalla considerazione che la Storia dev’essere un fatto eminentemente pubblico, che contempla insieme la ricerca e la riflessione dei protagonisti e la sua incarnazione in contesti per definizione “non accademici”.
- Nell’Introduzione si auspica un fiorire di “piccole ricerche che scavino in profondità”: il riferimento è quello alla Storia locale e a chiusura del libro troviamo un approfondimento su Bolotana. In che modo questa ricerca del bolotanese Luciano Carta si ricollega alla Storia generale del nostro 15-18?


R. – Si ricollega nei termini espressi dal grande drammaturgo tedesco Bertolt Brecht, la cui lirica sulle “domande della storia” non a caso funge da “epigrafe” a quel contributo: la storia non la fanno solo i grandi. Occorre dare voce anche ai tanti pastori e contadini che hanno vissuto sulla propria pelle quell’esperienza, alle tante famiglie che hanno trepidato per i familiari al Fronte o in prigionia e spesso hanno ricevuto la notizia della morte di tante giovani vite. Occorre chiedersi: è giusto ricordare anche loro e provare a scavare nel loro mondo e nei loro sentimenti?

domenica 15 dicembre 2019

Il "Defense Post" sull'addestramento di una forza militare autonoma curda. Il ruolo dlel'Italia.




"La coalizione spinge a trasformare i Peshmerga del Kurdistan iracheno in una forza autosufficiente.
Il personale di 7 nazioni della coalizione europea passerà presto dall'addestramento diretto al tutoraggio dell'iconica forza Peshmerga della regione del Kurdistan"
Il col. Mauro Scorzato, a suo tempo operativo in Kurdistan, ha tradotto per noi questo articolo del “Défense Post” (27 Novembre 2019) relativo all'attività del KTCC (cioè l'organismo che ha il compito di addestrare militarmente i Curdi) aggiungendovi delle note esplicative. Questo per rendere meglio comprensibile anche ai non addetti ai lavori la concreta modalità dell'intervento italiano a sostegno del popolo Curdo.
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Erbil, Regione Kurda dell’Iraq.- Al centro di addestramento di Bnslawa fuori Irbil, nella regione Kurda dell’Iraq, dodici donne Yazide da Sinjar , la più giovane di soli 19 anni, si stanno addestrando per divenire soccorritrici militari (1) dei Peshmergha, -letteralmente “quelli che guardano in faccia la morte” (2)- che rappresentano la forza militare della regione autonoma che giocò un ruolo fondamentale nella guerra contro lo stato islamico. Due “consiglieri di genere” (3) facenti parte della coalizione a guida U.S.A. contro l’ISIS erano presenti quando la scorsa settimana il Défense Post visitò il centro di addestramento in Sulaymanya e Erbil , insieme a personale dell’Esercito Italiano, che al momento si trova al comando del Centro di Coordinamento multinazionale per l’addestramento in Kurdistan (Kurdistan Training Coordination Centre – KTCC).
Formato nel 2015 a situato ad Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno, il KTCC divenne ufficialmente parte della Combined Joint TasK Force (4) – operazione Inherent Resolve - l’anno scorso. Oltre all’Italia contribuiscono al KTCC la Finlandia, la Germania, l’Ungheria, i Paesi Bassi, la Slovenia e il Regno Unito.
Ben oltre 50.000 Peshmerga sono stati addestrati fino a questo momento dal KTCC , circa 12.000m l’anno.
Per la prossima estate si spera di passare da un addestramento diretto a una mentorizzazione, e la corsa per preparare i Peshmerga a farsi carico della loro sicurezza è già iniziata.
Tutte le donne Peshmerga hanno accettato di farsi fotografare e di identificarsi con il loro nome per questo articolo. Il Defense Post ha accettato di oscurare tutte le facce del KTCC ad eccezione del Comandante , il colonnello dell’Esercito Italiano Giuseppe Levato. I “consiglieri di genere”, il Tenente Colonnello dell’Esercito Australiano Kathryn Henderson e il sovrintendente della Polizia a cavallo Canadese (le “Giubbe Rosse”) Marie Claude Cotè, hanno accettato di essere fotografate e di essere identificate per nome.
“Questo è un corso molto importante. Il soccorritore militare è uno dei corsi qualificanti più importanti” ci ha detto Levato parlando al gruppo. L’addestramento delle donne Yazidi in Bnaslawa iniziò nel 2015, nel picco della guerra all’ISIS in Iraq. La più giovane ha ora 19 anni. Al tempo, avevano solo 43 giorni di addestramento militare e 3 ore di addestramento medico prima di questi corsi. Una delle donne del corso di soccorritore militare, -Aziza da Sinjar- venne nel Kurdistan Iracheno dopo che l’ISIS attaccò la sua città natale, ridusse in schiavitù le donne e massacrò la maggior parte degli uomini. Ora agisce come Zerevani (una specie di Gendarmeria, NDT) – una unità Peshmerga specializzata che ricade sotto la responsabilità del Ministero degli Interni del Governo Regionale del Kurdistan. Ha le stesse responsabilità della sua controparte maschile, generalmente facendo posti di blocco, sebbene maschi e femmine lavorino ancora in posti separati. Circa 1500 Peshmerga caddero nella guerra contro l’ISIS e 10.000 furono feriti.
Le sette settimane del corso KTCC sono impiegate per imparare l’addestramento di fanteria per il controllo di zone estese, medicina di combattimento, tiro di precisione, misure contro gli ordigni esplosivi di circostanza, e misure protettive contro agenti chimici , biologici, radiologici e nucleari, queste ultime ritenute estremamente importanti per il ricordo dell’attacco indiscriminato di Saddam Hussein con Iprite e agenti nervini alla città kurda di Halabja (5) nel 1988. Levato, che presto lascerà l’incarico, ha introdotto anche una componente di fanteria meccanizzata.
Ci sono 4 donne nel corso istruttori a Bnslawa e il KTCC sta conducendo il secondo corso femminile per soccorritore militare, condotto da un maresciallo maschio dell’esercito Finlandese con 21 anni di servizio. Un medico militare femmina stava spiegando medicina durante la visita di Defense Post.
Alla fine queste donne saranno in grado non solo di impartire cure mediche sul campo di battaglia ma anche di addestrare altre donne e uomini a farlo. Nelle prime due settimane di corso le donne discutono le differenze culturali e religiose importanti nella regione e che cosa si sentono di poter fare. Infatti durante la visita hanno chiesto ai maschi, con eccezione dell’istruttore, di lasciare la stanza dove loro conducevano il “triage” di una vittima. ”Noi improvvisiamo parecchio” ci ha detto il dottore finlandese “specialmente a riguardo di quanto vogliano esporre (del loro corpo, che deve essere in parte denudat - NDT) quando imparano ad applicare un drenaggio toracico oppure quanto devono fare quando devono far pratica le une con le altre, e loro devono bilanciare il tutto senza prendere scorciatoie.
Gli studenti Peshmerga decidono quale sarà il prossimo scenario: un ferito o due feriti? E’ l’amputazione di una gamba ?? Una giovane di nome Mareen si offre volontaria per fare il paziente. ”Ha calpestato una mina – e quali altri sintomi ha??” chiede l’istruttore “puoi sentire la pelle fredda …..e ora comincia a vomitare”
Uno dei due studenti gira la vittima e finge di rimuovere il vomito dai denti e dall’interno della bocca. Per ultimo, avvolge il corpo in una coperta termica e si fa indietro. Mareen vivrà.
Per il resto del corso le donne impareranno le basi dell’addestramento di fanteria quindi passeranno all’addestramento medico tattico sul campo, facendo quindi un addestramento più realistico.
Dall’altra parte della strada , un istruttore russo delle Nazioni Unite sta conducendo un corso per ufficiali sulle leggi dei conflitti armati e sulla violenza sessuale e di genere. Gli uomini in uniforme avvampano quando gli si dice di riunirsi in gruppi e immaginare di essere delle ragazze per cinque minuti per meglio capire le dinamiche di genere. Un po’ più giù una donna Zerevani da Sinjar è a due settimane dalla fine del suo corso istruttori. Nel suono degli spari, spiega come ha imparato ad addestrare 35 uomini ad attaccare, ritirarsi e condurre una pattuglia sul campo di battaglia.”All’inizio era un po’ difficile” ci disse” tutto all’inizio era nuovo e difficile”.
LA RIFORMA PESHMERGA
L’obbiettivo finale è di unificare i Peshmerga, e di comporre tutte la forze nelle Forze regolari sotto il controllo del governo federale e addestrate dalla Coalizione a Baghdad. Ma tutto ciò è lontano anni e fuori dai poteri della Coalizione, ci ha detto Levato. Tuttavia molti sono veterani delle guerre contro l’ISIS, e gli studenti Peshmerga possono anche essere contadini o insegnanti che vivono a ore di distanza dalla sede e hanno avuto un addestramento di base.
Le divisioni politiche all’interno della Regione Kurda complicano ulteriormente le cose; i due partiti principali, l’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK) e il Partito democratico Kurdo (KDP) comandano entrambi i loro Peshmerga così come quelli delle milizie affiliate (6), l’Unità 70 (PUK) e l’unità 80 (KDP) che non sono sotto il diretto comando né del Ministero dei Peshmerga né del ministero dell’Interno, e non sono addestrate dalla Coalizione. Ci sono 14 Brigate più o meno equamente divise fra il KDP, nella regione settentrionale di Dohuk e Irbil e il PUK a Sulaymanya , nel Sud. Quando D.P. visitò la base di Sulaymanya – un volo confortevole di 45 minuti a bordo di un elicottero NH90 dell’Esercito Italiano – i Peshmerga si stavano addestrando alle stesse tattiche delle loro controparti in Bnaslawa.
Tra di loro c’era Zahra, che si unì ai Peshmerga nel 2015 quando era una studentessa, ora è nel corso dei tiratori scelti. ”Avevo la maggior parte della mia famiglia a Mossul e una mia parente fu catturata dall’ISIS, così io decisi che dovevo fare qualcosa per proteggermi”.
I Peshmerga che completano il livello 3 dei corsi saranno qualificati per addestrare altro personale; quelli che superano il corso livello T5 Master Instructor addestreranno gli istruttori. Già alcuni istruttori al livello 3 stanno facendo corsi avanzati per diventare istruttori T5, e il KTCC ha già creato dei nuovi scudetti blu e rossi, per ciascuna area di competenza.
In questo momento ci sono più di 400 persone che si stanno addestrando a Sulaymanya, includendo 8 Master instructors, secondo il Comandante della base , Generale Ahmad Muhammad Hamad. Fino a questo momento nell’intera regione del Kurdistan sono stati addestrati 300 istruttori; il programma Master instructor è al suo terzo corso. “questo è solo l’inizio” ci dice Levato. “ Solo due o tre su un gruppo di 25 si qualificheranno come Master Instructors” Tutto questo è parte del piano per fare dei Peshmerga una forza che si possa auto-sostenere.
PROFESSIONALIZZAZIONE DEI PESHMERGA
Ci sono dei problemi che sorgono quando cerchi di elevare dei militari non professionisti e cambiare dei contadini in soldati.
Addestrare le donne Yazidi è stato lento , ci dice il direttore dei corsi medici. Alcune di loro solo ora sono in grado di leggere con una piena comprensione. Ci sono solo due interpreti , di cui una donna musulmana che vive a ore di distanza da Bnaslawa. Ciò non di meno , il direttore spera di preparare alcune di loro per diventare istruttori.
In Bnaslawa, il comandante della base Brigadier Generale Dier Habib Aptar ci ha parlato dei problemi con i pagamenti – alcuni istruttori donna non ricevono le indennità a cui hanno diritto quando viaggiano per raggiungere i centri di addestramento. E’ la solita storia; il denaro non sempre scende lungo il tubo da Baghdad, e gli istruttori sono pagati solo per una parte del corso di sette settimane. Il personale si è messo in sciopero per il fatto che il denaro non arrivava.
Il Comandante in arrivo, Colonnello Stefano Panoni sarà il primo a sovrintendere alla mentorizzazione dei Peshmerga da parte del KTCC. Quando il programma cominciò nel 2014 le forze della coalizione provvedevano al 100% dell’addestramento. Durante la prossima rotazione (del Comandante N.d.T) i Peshmerga si addestreranno da soli . “Ora sono in grado di portare a termine azioni di base di fanteria, ma per organizzare il campo di battaglia a livello di battaglione hanno bisogno di un altro tipo di organizzazione” ci dice Panoni.
Anche questioni di nepotismo sono comuni in un posto dove la maggior parte delle persone si chiama Barzani e Talabani. Ci sono vuoti tra i ranghi, la disciplina è applicata in modo variabile tra battaglione e battaglione e standardizzare è un’opera molto difficile, ci dice il Command Sergent Major del KTCC Marcel Koster che viene dal Reale Esercito d’Olanda. Ma sia nel KTCC che tra i Peshmerga c’è speranza per il futuro.
E Levato, che ha più di 35 anni di servizio e precedenti esperienze sia con missioni multinazionali presso Comandi NATO e in Afghanistan, appare chiaramente orgoglioso del lavoro fatto con il KTCC dal momento in cui ha preso il comando in giugno.
Il Kurdistan iracheno è una regione per la maggior parte sicura e gli occhi americani sono concentrati su Baghdad dove feroci proteste hanno scosso il fragile governo federale. Ma c’è il rischio di prendere la sicurezza come un affare fatto; il 10 Novembre , cinque Italiani delle Forze Speciali sono stati feriti da un ordigno posto a lato della strada mentre operavano nell’area contesa fra il Governatorato della Regione Kurda e Baghdad. I Peshmerga devono essere preparati per qualsiasi via l’ISIS voglia intraprendere nel futuro.
“Le forze Peshmerga hanno dovuto vincere molte sfide” dice Aptar, che è il quarto Comandante della base di Bnaslawa e che ha servito nel ruolo fin dal 2015. Dopo che fu deposto il regime di Saddam Hussein nel 2003, i Peshmerga sono entrati in una nuovo fase muovendo verso una vera e propria forza militare.
“E dal momento in cui la Coalizione si è fatta carico dell’addestramento nel 2014 e ha insegnato la dottrina militare e l’addestramento dei quadri ad alto livello abbiamo visto parecchio progresso qui.” ci dice.
---- note
(1) Il “soccorritore militare” è una nuova figura nel supporto medico alle truppe. E’ generalmente un soldato di fanteria molto addestrato che ha l’incarico di praticare il primo soccorso ai feriti sul campo di battaglia e di provvedere alla loro evacuazione, all’interno della propria unità. Si è abbandonato la figura classica dei medici militari in prima linea in quanto ci si è resi conto della scarsa attitudine alla sopravvivenza di questi ultimi sul moderno campo di battaglia; essi sono stati spostati nelle immediate retrovie dove hanno responsabilità esclusivamente mediche.
(2) Il significato di Peshmerga non è questo bensì “ quello che entra in battaglia per primo”.
(3) Il consigliere di genere è una esperta di “hijab” ovverosia di usanze femminili musulmane che coadiuva il Comandante per questioni che vedono coinvolta la presenza femminile nelle operazioni.
(4) Una Task Force si dice 'Joint' quando è composta da rappresentanti di più forze armate (Esercito, Marina, Aeronautica) e 'Combined' quando sono appartenenti a più nazionalità
(5) Nella zona di Halabja, dove furono sterminati circa 5000 Kurdi, di fatto non furono impiegati questo tipo di aggressivi chimici bensì acido cianidrico.
(6) I due partiti, espressione di due clan Kurdi uno di origine iraniana (capeggiato dalla famiglia Talabani) e l’altro di origine irachena (capeggiato dalla famiglia Barzani) si sono affrontati per anni in scontri sanguinosissimi che hanno avuto il loro apice durante la guerra Iran –Irak e che sono continuati durante l’armistizio. Il riavvicinamento avvenne quando, al termine della Prima guerra del Golfo la sollevazione Kurda, venne repressa nel sangue dalle divisioni della guardia di Saddam Hussein. La Coalizione anti Saddam (con una consistente partecipazione dell’Italia – l’operazione “airone”) decise allora di intervenire nel Nord dell’ Irak per garantire un “safe Heaven” ai Peswhmerga e a tutte le popolazioni.
Nella foto del Defense Post: il comandante della base, il generale Ahmad Muhammad Hamad con il colonnello Giuseppe Levato dell'Esercito Italiano. Nell'altra foto: donne Peshmerga curde.


lunedì 7 ottobre 2019

Benedetto fra le spie - Benedetto di nome o di fatto. Una recensione di Mauro Scorzato



di Mauro Scorzato


BENEDETTO FRA LE SPIE: BENEDETTO DI NOME O DI FATTO

Il libro di Annibale Paloscia, “Benedetto fra le spie” (Biblioteca di Storia - Editori Riuninti, 2007) offre finalmente una visione veritiera, corroborata da una ricerca minuziosa e paziente negli archivi di quello che oggi è il Ministero dell’Interno- Dipartimento di pubblica sicurezza, dei retroscena di quella che è stata la crisi più grave nei rapporti tra Stato e Chiesa dei tempi moderni . Il lavoro rappresenta con esattezza (e talvolta con un po’ di “buonismo”) la posizione del Pontefice che passò alla storia come colui che bollò il Primo Conflitto Mondiale come “ l’inutile strage”; la ricostruzione ci fornisce invece un quadro diverso, di un Papa manipolato da un prelato senza scrupoli, di un pontefice quindi che entra a far parte, suo malgrado secondo l’autore, di una gigantesca “ information operation” (infoops) tesa a neutralizzare la partecipazione del Regno d’Italia alla Prima Guerra Mondiale. Con l’ovvia considerazione che se avesse avuto successo le sorti del conflitto sarebbero state ben diverse. Il libro trova i suoi punti di forza non tanto nella descrizione degli intrighi e maneggi all’interno del Vaticano, che in fondo , per chi conosce i libri del giornalista Nuzzi , non sono cambiati gran che da quei tempi ad oggi, bensì per la minuziosa descrizione dello sforzo, sia economico che operativo, fatto dalla Germania per creare una opinione pubblica contraria al conflitto; così come è stato ricostruito dalle investigazioni dell’Ufficio Centrale delle investigazioni della Polizia. E come, giustamente, il Servizio Segreto tedesco avesse individuato come tallone d’Achille del Regno d’Italia quel piccolo staterello dotato di una influenza enorme sull’opinione pubblica e sulla politica italiana. La venalità e la corruzione del Vaticano, associata al quasi totale accesso alle informazioni di guerra, ne facevano lo strumento ideale per i fini bellici degli Imperi Centrali. Il Paloscia si sforza, nella sua narrazione, di salvare il Pontefice, come vittima incolpevole delle macchinazioni del suo cameriere segreto, Monsignor Gerlach, ma questo stridere delle unghie sul vetro rappresenta l’unica nota negativa del testo; la pervicacia del Pontefice nel voler salvare il Monsignore anche quando era stato condannato all’ergastolo per spionaggio, continuando a fare pressione in ogni modo per la sua riabilitazione, fa pensare che forse non esisteva solo una passeggera infatuazione per il bello e intelligente bavarese che si aggirava per i suoi appartamenti. Per chi ha seguito questo argomento nella storia della Prima Guerra Mondiale, l’intervento del Vaticano a favore dei sacerdoti e prelati “austriacanti” è sempre stato assiduo e costante. Il fatto che al corresponsabile di atti gravissimi come l’affondamento delle corazzate “Brin” e “Leonardo”, con centinaia di vittime italiane , sia stato permesso di lasciare il Paese senza alcun controllo e continuando la sua spensierata esistenza nella natìa Germania fa intendere quanto la politica, in particolare Boselli, che cercava l’appoggio dei cattolici alle elezioni, fosse sensibile ai desideri del Vaticano, con buona pace dei marinai affogati dentro le due corazzate. Ma al termine del libro due domande rimangono nella mente ; la prima è quanto dell’immenso lavoro di disinformazione, veicolato attraverso i testi clericali, sia oggi presente nei testi scolastici scritti da persone che, magari in buona fede,totalmente all’oscuro dei maneggi del Monsignor Gerlach, hanno attinto a quelle fonti ritenendole obbiettive e orientate al pacifismo. Infatti in nessun argomento come nella descrizione della 1^ Guerra mondiale in Italia la narrazione del testo scolastico differisce da quello dello storico “dotto”. La seconda domanda ha un respiro più ampio: dalla fine degli anni Trenta, il Vaticano ha sistematicamente infiltrato tutti i rami dell’amministrazione pubblica, mentre ai primi del ‘900 la pubblica amministrazione ancora rimaneva fedele alla Corona, rendendo di fatto possibile un conflitto sgradito al Papa. Ma oggi, in Italia, potremmo affrontare una minaccia, vera o presunta, senza il “placet” del Capo dell’ultima monarchia assoluta della Terra? Chiamatela se volete “Mafia”, “terrorismo” o con qualsivoglia parola possa materializzare un fenomeno che mina la nostra libertà e i nostri valori (se ne rimangono); può l’italiano pensare di confrontarsi senza il timore che i suoi sforzi vengano frustrati da una entità influenzabile da una tutto sommato modesta somma di denaro o dall’avvenenza di un baldo giovanotto?

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