domenica 23 luglio 2023

"Hitler’s U-Boat war" di Clay Blair. Recensione di Antonio Ruscazio.


 

Clay Blair (1925 – 1998)                                                                                                      Hitler’s U-Boat war

Vol I – The Hunters                                                                                                                  Vol. II – The Hunted

Ed. 1997

Grazie alla generosità dell’amico Ettore sono entrato in possesso dell’ edizione cartonata di questi volumi, testi che rappresentano, a parte quelli ufficiali, uno tra i più completi resoconti della guerra sottomarina condotta dalla Kriegsmarine (citata, solo di sfuggita, la Regia Marina) contro gli Alleati nella IIa G.M.

Quella che W. Churchill, abilissimo oratore e propagandista, definì la “Battaglia dell’Atlantico”, fu la più lunga campagna della IIa G.M.: iniziò poche ore dopo la dichiarazione di guerra nel 1939 e, anche se gli Alleati poterono considerarla vinta già nel maggio 1943, finì solo con la disfatta nazista nel 1945.

L’autore, Clay Blair (1925 – 1998), lui stesso un sommergibilista che prestò servizio nella U.S. Navy, è stato un giornalista e scrittore americano.

Senza voler entrare troppo nel dettaglio, la Seconda Guerra Mondiale iniziò dove era finita la Prima, vale a dire con gli Inglesi che tentavano di affamare la Germania con un blocco navale e con la Germania che tentava di affamare gli Inglesi tramite la guerra sottomarina.
In effetti l’idea di Hitler, prima dello scoppio del conflitto, era quella di costruire una enorme flotta in grado di aprirsi la strada con la forza nel Mare del Nord contro la Royal Navy. Vedasi Piano Z

https://it.wikipedia.org/wiki/Piano_Z 

Ma l’Inghilterra, dichiarando la guerra il 3 settembre 1939, per così dire “rubò il tempo” ai tedeschi, che si videro così costretti ad archiviare questo piano grandioso.

La forza sottomarina prevista in questo piano era relativamente ristretta, in quanto lo Stato Maggiore della KM giustamente riteneva che il passaggio degli U-boot attraverso il mare del Nord o, ancora di più, nel canale della Manica, sarebbe stato particolarmente pericoloso, dati i nuovi mezzi di scoperta ( ASDIC per gli inglesi, SONAR per gli americani).

https://it.wikipedia.org/wiki/Sonar

Inoltre il lungo percorso da effettuare dalle basi germaniche verso le “zone di caccia”, situate in mezzo all’Atlantico , avrebbe consentito ai battelli sottomarini una permanenza operativa in queste zone relativamente breve.

Ma due fatti vennero a mutare questa situazione: con l’ausilio fondamentale della Luftwaffe, la Wehrmacht poté occupare nell’aprile del 1940 la Danimarca e la Norvegia, consentendo così un transito sicuro verso l’Atlantico e, cosa che neppure il più ottimista dei componenti dello SM tedesco avrebbe ritenuto possibile in tempi così rapidi, nel giugno del medesimo anno, addirittura la Francia, assicurandosi in tal modo le basi direttamente sulla costa atlantica.

In questa situazione gli scenari relativi alla guerra sottomarina cambiarono radicalmente: in particolare i tedeschi si videro aprire la possibilità, con la costruzione una numerosa flotta sottomarina, di tagliare definitivamente il flusso di rifornimenti verso la Gran Bretagna.

Da questo punto in poi si può dire si aprì da una parte una guerra propagandistica, con gli Inglesi che accentuavano la minaccia sottomarina tedesca con la scopo di far intervenire gli Stati Uniti nel conflitto, dall’altra con la propaganda tedesca che gonfiava i risultati ottenuti dai sommergibili, risultati a cui lo stesso Comando della KM finì per credere.

A questo punto, come accadde anche nella Ia G.M., si ebbe uno scontro tra la cocciutaggine britannica e la testardaggine tedesca.


La cocciutaggine britannica consistette nel fatto che, già da prima dello scoppio del conflitto, seguendo teorie di “guerra aerea totale” del gen. Giulio Douhet (Caserta, 30 maggio 1869 – Roma, 15 febbraio 1930) in Italia e dell’A.M. H. Trenchard (Taunton, 3 febbraio 1873 – Londra, 10 febbraio 1956) in Inghilterra, l’unico modo di vincere una guerra moderna era considerato quello di polverizzare con massicci bombardamenti, anche con fine terroristico, le città nemiche.

Pertanto in Inghilterra la stragrande maggioranza delle risorse venne allocata al Bomber Command, trattando come il parente povero il Coastal Command, che aveva lo scopo di proteggere i convogli marittimi, lesinandogli, perlomeno sino agli inizi del 1943, uomini e mezzi.

La testardaggine tedesca consistette invece nel non tenere conto del fatto che, sostanzialmente, i sommergibili della IIa G.M. erano praticamente identici a quelli della Ia: una velocità massima di 17 nodi ( 32 km/h circa, la velocità di un modesto ciclista), ottenuta a prezzo di un insostenibile consumo di carburante ed una in immersione di soli 8 nodi (anche qui con una autonomia limitata a poche ore), con un’arma, il siluro, del tutto inaffidabile (si veda “Crisi dei siluri”), non adatta a una guerra moderna.

Per non parlare della decrittazione dei codici tedeschi, che i la KM riteneva assolutamente invulnerabili (vedi Alan Turing).

I tedeschi tentarono spasmodicamente di migliorare i loro mezzi subacquei, con i tipi XXI e XXIII, ma l’armistizio li trovò ancora nei cantieri.
Come si è detto, la guerra sottomarina venne praticamente vinta dagli Alleati nel maggio del 1943, mese in cui la KM perse oltre quaranta sommergibili.

Questo sia per l’enorme superiorità di mezzi messa in campo dagli Alleati, sia perché, vennero destinate al Costal Command sufficienti risorse sottraendole al Bomber Command, in particolare i grandi bombardieri quadrimotori B-24 VLR (Very Long range) muniti di radar particolarmente avanzati operanti su banda centimetrica, di cui i tedeschi non sospettavano neppure l’esistenza, e il cui utilizzo permetteva di scoprire un sommergibile in emersione anche di notte, quando i sommergibili erano soliti agire.

Certamente la guerra sottomarina provocò enormi lutti sia tra i cacciati che tra i cacciatori ( di tutte le Forze Armate, di qualsiasi nazione, i sommergibilisti patirono le percentuali di perdite più elevate, e gli equipaggi delle marine mercantili subirono perdite paragonabili a quelle dei sommergibilisti) ma, fortunatamente per il mondo libero, come questi libri dimostrano, mai i sommergibili misero in pericolo i rifornimenti: al culmine della loro attività (fine 42-inizio 43) i sommergibilisti tedeschi riuscirono ad affondare solo il 5% del tonnellaggio navale da e per l’Inghilterra.

Nella foto: il Sottocapo sommergibilista Luigi Pitzalis, nato a Cagliari nel 1901.

venerdì 10 marzo 2023

Robert B. Stinnet, “ Il giorno dell'inganno - Pearl Harbor un disastro da non evitare”, 2001. Recensione di Antonio Ruscazio


 


Robert B. Stinnet, “ Il giorno dell'inganno - Pearl Harbor un disastro da non evitare”, 2001. 

di Antonio Ruscazio

Per le feste natalizie l’amico Ettore mi ha fatto dono di questo libro, non solo straordinariamente interessante, ma direi anche assolutamente attuale.

Negli Stati Uniti ci sono tre parole che non possono, in nessun caso, essere pronunciate: la prima è “negro”, le altre due sono “Pearl Harbor”.

Negli Stati Uniti la vicenda che causò il loro ingresso nella IIa G.M. viene molto sbrigativamente definita come il “proditorio attacco giapponese a Pearl Harbor”, e tutte le commissioni di inchiesta che si sono succedute dal 1942 al 1996 ben si sono guardate dallo scavare a fondo sull’argomento.

In particolare, in queste commissioni, mai fu discusso il fatto che F.D. Roosevelt non solo avesse perfetta conoscenza di ciò che stava per accadere, e men che meno venne mai adombrato il fatto che avesse posto in atto una serie di strategie perché ciò accadesse.
Eppure era noto a tutti che il Giappone era rimasto molto scontento delle concessioni ottenute dopo la fine della Ia G.M. e le tensioni nel Pacifico erano roventi, già da molti anni.

Nel bellissimo libro “La coda di Minosse” scritto dall’Ing. Felice Trojani, collaboratore dell’ing. Umberto Nobile (quello della spedizione del dirigibile “Italia” al Polo Nord, di cui l’ing. Trojani fu uno dei sopravvissuti), si racconta questo interessate episodio.

L’ing. Trojani si recò in Giappone nel 1926-7 per provvedere al rimontaggio di un dirigibile italiano acquistato dalla Marina imperiale giapponese. “Gli ufficiali giapponesi che seguivano il nostro lavoro” racconta Trojani, “non facevano mistero che una guerra con gli S.U. sarebbe sicuramente scoppiata. Ed ecco perché volevano i dirigibili: li volevano per l’esplorazione sul mare. Sarebbe stato sufficiente trovare la flotta americana riunita, anche una sola volta, e la guerra sarebbe stata vinta”. (Cit.)

Durante la IIa G.M., nella notte tra l’11 e il 12 novembre 1940 ,venti obsoleti aerosiluranti britannici misero in ginocchio la flotta italiana ancorata nella base di Taranto (3 corazzate danneggiate di cui una, il Cavour, in maniera tanto grave che non riprese più servizio, 1 incrociatore e 2 cacciatorpediniere). La cosa, da tutti gli “Alti Gradi” delle Marine Militari delle grandi Potenze (tranne la Gran Bretagna..) non veniva creduta possibile a causa del comportamento dei siluri nei bassi fondali.

Naturalmente tutti gli addetti militari presenti in quel periodo a Roma furono interessatissimi all’azione, e c’è da credere che la relazione inoltrata dall’Addetto navale giapponese non sia rimasta in un cassetto del suo Ministero a prendere polvere.

È noto che, negli anni immediatamente successivi alla fine della Ia G.M. la stragrande maggioranza della popolazione statunitense professava sentimenti fortemente isolazionisti: Franklin D. Roosevelt venne eletto in base all’esplicita dichiarazione in campagna elettorale di tener fuori gli S.U. dalla guerra.

Ma le classi dirigenti statunitensi sapevano benissimo che tenersi fuori dal conflitto sarebbe stato non solo impossibile, ma anche nocivo per gli interessi statunitensi, per molte ragioni, e si mossero lungo due direttrici, dirette e indirette.

Venne mandato in Giappone un ufficiale con una vasta conoscenza dell’Oriente, il Com. Arthur H. McCollum (August 4, 1898 – April 1, 1976), il quale era nato a Nagasaki, parlava il giapponese ed era un profondo conoscitore del mondo asiatico.

Il Comandante stilò un documento, definito appunto “memorandum McCollum” in otto punti, che prevedevano:

A. Stabilire un accordo con la Gran Bretagna per l'utilizzo delle basi britanniche nel Pacifico, in particolare a Singapore.

B. Stabilire un accordo con i Paesi Bassi per l'utilizzo delle strutture di base e l'acquisizione di rifornimenti nelle Indie orientali olandesi.

C. Dare tutto l'aiuto possibile al governo cinese di Chang-Kai-Shek.

D. Inviare una divisione di incrociatori pesanti a lungo raggio in Oriente, Filippine o Singapore.

E. Inviare due divisioni di sommergibili in Oriente.

F. Mantenere la forza principale della flotta statunitense ora nel Pacifico in prossimità delle Isole Hawaii.

G. Insistere affinché gli olandesi si rifiutino di accogliere le richieste giapponesi di indebite concessioni economiche, in particolare il petrolio.

H. Mettere completamente sotto embargo tutto il commercio degli Stati Uniti con il Giappone, in collaborazione con un simile embargo imposto dall'Impero britannico.

Tutti questi punti vennero puntualmente soddisfatti.

Dal punto di vista diretto venne sostituito il Comandante della Flotta del Pacifico, l’Amm. Richardson, che si era strenuamente opposto al riposizionamento della flotta da San Diego a Honolulu, con l’Ammiraglio H. Kimmel mentre, nello stesso periodo, il comando delle forze di terra e delle forze aeree (l’aviazione era ancora sotto il comando dell’Esercito) venne affidato al Generale Short.

Tutta la storiografia statunitense si basa su fatti che Sinnet dimostra chiaramente essere falsi, in particolare che i servizi di informazione statunitensi non fossero in grado di intercettare e decrittare i codici giapponesi, mentre la documentazione raccolta dall’autore dimostra il contrario: inoltre sia l’Amm. Kimmel che il Gen. Short vennero sistematicamente tenuti all’oscuro degli importantissimi contenuti di queste intercettazioni.

Quando poi l’Amm. Kimmel, che era un ottimo professionista, e che sapeva che un eventuale assalto sarebbe venuto dal nord, come in effetti avvenne, organizzò una ricognizione in forze in quella direzione, venne “redarguito” da Washington con l’affermazione che “il governo statunitense non voleva creare provocazioni”.

Era infatti esplicita dichiarazione del governo statunitense (leggi: F.D.R.), alla luce delle crescenti tensioni: “Gli S.U. desiderano che il Giappone compia il primo atto diretto”.

Sempre da Washigton pervennero solo vaghi accenni sulla possibilità di eventuali “atti di sabotaggio” e di prendere “provvedimenti senza allarmare la popolazione”.

Pertanto le corazzate, tutte di vecchia concezione, perché costruite durante la Ia G.M., anche se successivamente rimodernate, ma del tutto inadatte ad una guerra moderna perché troppo lente e quindi incapaci di stare al passo con le nuove portaerei, rimasero tranquillamente ancorate in quello che a Honolulu veniva chiamato il “viale delle corazzate”.

Le portaerei invece, che l’episodio di Taranto prima e della Bismark poi avevano dimostrato essere le sole navi veramente importanti in un conflitto navale moderno, vennero su ordine di Washington allontanate con scusa varie da Pearl Harbor. “Ma dove sono le portaerei?” chiesero concitatamente per radio gli equipaggi degli aerei nipponici all’attacco su Pearl Harbor.

Da notare che già al 1939, in risposta sia alle violazioni giapponesi del “Trattato di Washington” (peraltro già ampiamente dimostratosi “carta straccia” per tutte le maggiori Potenze dell’epoca), sia al “Piano “Z” della Kriegsmarine, gli S.U. avevano impostato un piano di riarmo navale di entità colossale, e le vecchie corazzate costruite nella Ia G.M. sarebbero state presto sostituite delle nuovissime corazzate veloci classe “Iowa” il cui servizio proseguì addirittura sino alle Guerre del Golfo.

L’Amm. Isoroku Yamamoto, comandante della “Flotta combinata”, era un ottimo conoscitore degli Stati Uniti, e sapeva quindi perfettamente che una guerra prolungata del Giappone contro gli S.U. era improponibile, per cui ideò un piano alla “o la va, o la spacca”, mirante a infliggere alla U.S. Navy un colpo talmente duro da costringere gli americani a venire perlomeno a patti.

Viceversa, la segretezza con la quale i militari giapponesi circondavano le loro esercitazioni, condotte in isole remote lontane da sguardi indiscreti, cosa facilissima in Giappone, fece probabilmente sottostimare ai militari americani i danni che un attacco giapponese avrebbe potuto provocare, anche se, come detto, la segretezza nipponica, come quella germanica, veniva meno quando si trattava di comunicazioni radiofoniche.

Il resto è Storia.

Come afferma Stinnet “..può darsi che Roosevelt avesse ragione nel comportasi in questo modo…” (cit.).

Può essere questo libro riportato all’attualità? Penso proprio di si, ma lascio ogni ulteriore considerazione al lettore di questi brevi e incomplete note.


lunedì 12 settembre 2022

Il cippo di Posina, di Giorgio Madeddu, con una prefazione del Col. Mauro Scorzato



Prefazione

"Il Veneto e i Sardi"

di Mauro Scorzato


Difficile stabilire cosa sia nato in quei brutti (sia per le vicende che per la meteorologia) giorni della primavera del 1916 tra veneti ( in particolare vicentini) e i sardi. Si stavano compiendo gli ultimi sforzi della Strafe expedition, operazione che poi scopriremo non si è mai effettivamente chiamata “spedizione punitiva” bensì “Nach Po” ossia “al Po “ a designare l’obbiettivo finale della spedizione Vicenza e con essa la ferrovia che riforniva le armate del Carso, era già visibile alle truppe austro-ungariche. Ed ecco che quell’ultimo sforzo si infrange sulle Melette,ultime propaggini dell’altipiano di Asiago prima dell’agognata pianura. A difendere con successo quell’ultimo bastione, oltre alle truppe di “casa”, autoctone, gli alpini, c’è una brigata di gente che ha ben poco a che fare con gli altipiani, le montagne e il clima gelido: sono i sardi della “Sassari”. A quei tempi, poche persone si avventuravano sulle montagne e gli unici “meridionali” che quelle popolazioni avevano conosciuto prima della guerra erano i militi della Guardia di Finanza, che erano visti come fumo negli occhi. Erano considerati corrotti e donnaioli, capaci di trasformare ogni sequestro di merce di contrabbando in bottino e quindi spinti più dalla avidità di generi a buon mercato che dal senso del dovere; oltretutto incapaci di confrontarsi con i locali qualora dovesse sorgerne la necessità.

Anche le truppe che venivano fatte affluire sull’Altipiano nel 1915 non brillavano proprio per spirito combattivo, quantomeno rispetto alle truppe alpine.

Ma improvvisamente, quando tutto sembra perduto arrivano dei “meridionali” che del meridionale hanno poco: combattono con una ferocia da intimidire anche i bosniaci che si trovano di fronte, muoiono come le mosche e non si lamentano. Quando scendono a valle per i turni di riposo se ne stanno tra di loro cantando strane melodie e facendo stani giochi con le mani; chi fra loro avvicina le donne locali cerca più un calore familiare che non una torrida avventura, e aiuta al lavoro col bestiame se glielo chiedono.

No, decisamente sono diversi, anche se sono scuri allo stesso modo e non vengono capiti quando parlano fra di loro. I vicentini conoscono anche gli austro-ungarici; sono stati sudditi dell’Aquila Bicipite per circa 150 anni e sanno che i vecchi padroni non dimenticano e, soprattutto, non perdonano. Erano felici cittadini della Repubblica di Venezia e prosperavano prima dell'arrivo dei vecchi padroni. Ma all’arrivo di questi ultimi, col trattato di Campoformio, si sono ritrovati succubi della Lombardia, a cui gli austriaci attribuivano la massima importanza in quanto provvedeva i filati per tutto l’impero. Al Veneto era rimasto il compito di provvedere al sostentamento alimentare della Lombardia e questo anche a scapito del proprio. Con le rivolte del 1848-49 avevano fatto sputare pallini alle truppe di Radetzky, resistendo testardamente in assedi estenuati da parte di forze superiori sia in numero sia quanto a esperienza bellica e ne avevano ottenuto degna retribuzione: meno cibo e soprattutto niente istruzione, dal momento che i più indomiti combattenti si erano proprio dimostrati quegli studenti che sarebbero dovuti essere il nerbo della efficientissima burocrazia dell’Aquila Bicipite. Le uniche scuole ammesse erano quelle religiose, in cui si insegnava come prima materia la fedeltà al Sacro Romano Imperatore, Francesco Giuseppe.

Poi a partire dal dal 1861 le cose non erano migliorate granché, col clero che fomentava la rivolta contro i sovrani Savoia “apostati e massoni”, avendo buon gioco sul neonato Regno d’ Italia che aveva bisogno sia di soldati che di denari. Ma adesso sembrava che il Re avesse veramente mandato qualcuno che ci sapeva fare, non solo a combattere ma anche a costruire gallerie per le strade, cosa veramente difficile in montagna. E così ancora oggi , dopo più di cento anni da quei momenti , quel legame tra Veneti e Sardi non solo è rimasto, ma si è rinsaldato. Prova ne sia l’ammirazione, sentimento di cui i Veneti sono particolarmente sparagnini, verso i Sardi, specialmente quando vestono una uniforme.

In questo ambito, di condivisioni di un passato che moltissimi sentono rivivere ogni qual volta le vicende permettono a coloro che hanno valori comuni di riunirsi, si svolge la vicenda del cippo di Posina narrata dall’amico Madeddu.

Il riapparire di un cippo che riporta alla superficie eroi oramai, purtroppo, dimenticati e anonimi nella loro grandezza. Ragazzini appena ventenni (ma allora a vent’anni si era uomini), padri di famiglia provenienti da zone lontane se non geograficamente quanto meno culturalmente dalle montagne venete, appartenenti a unità non certo blasonate (tutti i reggimenti iniziano col due, a significare: formati con i riservisti che non avevano precedentemente svolto servizio) ma determinati a non “mollare”, a non farsi soverchiare dalle persone che avevano di fronte. Momenti di cui , insieme a tanti altri, abbiamo perso la memoria e non solo. Con la memoria abbiamo perso l’orgoglio di essere quello che siamo e quelli a cui ciò piace ne vanno fieri. Per chi ancora ha coscienza dei tempi in cui vive, lo squarcio nella storia che ci riporta alle vite di questi soldati genera un momento di forte riflessione, specialmente di questi tempi in cui lo scontro di civiltà ( ma qualcuno direbbe “di civiltà contro barbarie” trasponendo in un quadro ideologico il conflitto) che non sarebbe più dovuto esistere sta ritornando prepotentemente nelle nostre vite. La domanda egoista che ne scaturisce è: “Ma di gente così ne abbiamo ancora??”.



Il cippo di Posina
di Giorgio Madeddu

Alcuni giorni fa, dopo quasi tre anni, il ritorno a Posina (VI) paese del vicentino gemellato con Iglesias in virtù della partecipazione dei soldati – minatori sardi alla realizzazione delle 52 Gallerie sul Pasubio e alla guerra di mine sulla cima del conteso massiccio montuoso. In particolare, domenica 31 luglio si è partecipato alla tradizionale cerimonia in onore dei caduti della Valposina, conclusasi con la celebrazione della Messa e deposizione delle corone ai caduti italiani e austro ungarici nella chiesetta della Madonna del Monte Maio. 

Alla cerimonia hanno partecipato, tra gli altri, il labaro della sezione di Valli del Pasubio – Torrebelvicino dell’Istituto del Nastro Azzurro, fregiato di Medaglia d’Oro al Valore Militare. Conclusa la cerimonia, gli ospiti hanno preso parte al pranzo conviviale a base di prodotti tipici locali, tra essi i rinomati gnocchi di Posina. Chiacchierando con il sindaco del paese Adelio Cervo, si toccava l’argomento del recupero degli ex cimiteri di guerra, il sindaco ricordava un pezzo di cippo con dei nominativi, ritrovato pochi anni fa, durante i lavori di rifacimento degli argini del torrente Posina.

Il cippo si trovava certamente nel cimitero di militare di Posina di cui oggi non vi è più traccia. Subito dopo pranzo si è raggiunto il luogo dove si trova il cippo che risulta poggiato per terra e parzialmente inglobato nel muretto che corre lungo la strada che fiancheggia il torrente. Sul cippo, parzialmente danneggiato, sono visibili dieci cognomi, alcuni di essi non interamente leggibili. Alcune lettere poste alla base del cippo indicano l’esistenza di un undicesimo cognome, affianco a ciascuno cognome i numeri 18/10. Di cosa si tratta? 

Il presente contributo individua esattamente i nominativi dei caduti e ne rievoca il fatto d’armi che il 18 ottobre 1917 sul Monte Maio, ne determinò la morte. L’ordine di operazioni n. 1 del 16 maggio 1915, prevedeva lo schieramento della 1a Armata, al comando del Ten. Gen. Roberto Brusati, dal Passo dello Stelvio alla Valle del Cismon; la 1a Armata risultava originariamente ordinata in due Corpi d’Armata, il III° Corpo d’Armata al comando del Tenente Generale Vittorio Camerana e il V° Corpo d’Armata al comando del Tenente Generale Ottavio Zoppi. Nel mese di maggio 1916 il Tenente Generale Guglielmo Pecori Giraldi subentra nel comando della 1a Armata.

Compito preciso della 1a Armata era quello di “Costituire una barriera insormontabile per il nemico ed impedirgli ad ogni costo di sboccare in piano” con ordine perentorio di difesa ad oltranza sulle linee principali di resistenza che dovevano essere difese sino all’ultimo uomo. 


Dal 19 settembre 1917 il settore del Trentino afferente alla 1a Armata veniva riordinato in: – XXIX° Corpo d’Armata, con le divisioni 37a e 27a, al comando del Ten. Gen. De Albertis, dispiegato dalla sponda orientale del Lago di Garda alla Vallarsa; – V° Corpo d’Armata, con le divisioni 55a e 69a, al comando del Ten. Gen. Zoppi, schierato, dalla Vallarsa alla Val di Posina; – X° Corpo d’Armata, con le divisioni 32a e 9a, al comando del Ten. Gen. Bloise, che occupava la linea dalla Val Posina alla Val d’Astico; – XXVI° Corpo d’Armata con le divisioni 12a e 11a, al comando del Ten. Gen. Fabbri, dispiegato dalla Val d’Astico alla Val d’Assa; – XXII° Corpo d’Armata con le divisioni 57a e 2a, al comando del Ten. Gen. Gatti, impegnato nella linea dalla Val d’Assa alla Val Frenzela; – XX° Corpo d’Armata con le divisioni 29a e 52a, al comando del Ten. Gen. Ferrari schierato dalla Val Frenzela alla Valsugana. I tre Corpi d’Armata XX°, XXII° e XXVI° andarono a formare il ricostituito Comando Truppe Altipiani, disciolto dopo l’arresto della Strafexpedition. La Ia Armata poteva così contare su: – 122 battaglioni di cui 29 di alpini e 3 di bersaglieri; – 1483 pezzi di artiglieria di diverso calibro; – 17 squadriglie di aeroplani Per un totale di 12.000 ufficiali e 322.000 uomini di truppa. Di contro lo schieramento avversario era costituito da: – 56a Divisione Schutzen da cui dipendevano l’88a, 28a e 141a Brigate fanteria; – XIV° Corpo “Edelweiss”, costituito dall’8a Divisione Kaiserjäger e dalla 15a Brigata fanteria; – III° Corpo costituito dal Gruppo Vidossich e 19a e 6a Divisione; – 18a Divisione e Gruppo Schönner. Per i nostri scopi è utile descrivere anche l’ordinamento della 69a divisione incardinata nel V° Corpo d’Armata italiano, comandata dal Magg. Gen. Giovanni Croce, così costituita: – Brigata Piceno, 235° e 236° reggimenti fanteria, comandata dal Col. Brig. Battista Gagliardo; – Brigata Pallanza, 249° e 250° reggimenti fanteria, al comando del Brig. Gen. Giovan Battista De Angelis; – Battaglione alpini Monte Saccarello, (compagnie 107a, 115a, e 120a); – 9° Reparto d’assalto; – CCXXXV° Battaglione di Milizia Territoriale; – 11 compagnie mitragliatrici; – 31° reggimento artiglieria da campagna; – 2 batterie someggiate; – 1 batteria mortai da 149 – XVIII° Battaglione genio zappatori (20a, 44a, 50a compagnie) A disposizione del comando di settore anche il LXIX° Battaglione genio con la 113a, 120a e 160a compagnia. Fig. 2 – Posizionamento del V° e X° Corpo d’Armata e della 69a Divisione La notte del 18 ottobre 1917 il nemico si lanciava in tre successi attacchi sulla linea Monte Maio – Cavallaro, coinvolgendo la linea del X° Corpo d’Armata, respinto tornava all’attacco una quarta volta riuscendo, questa volata, ad infiltrarsi nella Selletta dei Roccioni di Monte Maio. 

L’immediato contrattacco eseguito dal 1° Battaglione alpini Monte Saccarello e dalla 7a compagnia del 249°, appartenenti al V° Corpo d’armata (69a divisione), chiamati a rincalzo, consentiva agli italiani di riprendere la Selletta e catturare 40 prigionieri, tra essi 3 ufficiali. Negli scontri cadeva sul campo anche il comandante della 7a compagnia del 249°. Gli scontri della mattina del 18 ottobre furono durissimi e spesso corpo a corpo, alcuni soldati italiani perirono sotto le baionette del nemico, altri, nonostante le soverchianti forze nemiche rifiutarono di arrendersi, finendo freddati dalle revolverate degli ufficiali nemici. 

La consegna della difesa ad oltranza delle linee veniva rispetta sino all’estremo sacrificio, consentendo agli italiani di respingere il nemico e riprendere i tratti perduti. Le salme dei caduti del 236° Reggimento della Brigata Piceno, del 249° della Brigata Pallanza e del Battaglione Monte Saccarello del 1° Reggimento alpini, furono portate a valle e sepolte a Posina. Anche il Comando Supremo, nel Bollettino n. 915 del 19 ottobre 1917, riferiva che: “Nella notte sul 18 lungo le fronti Tridentina e Carnica si ebbe un vivace risveglio di attività combattiva locale; l’azione nemica fu specialmente accanita contro la nostra linea tra la valle del Posina e quella del Rio Freddo, dove, dopo ripetuti attacchi in forze e parecchi concentramenti di fuoco riuscì all’ avversario di occupare un nostro posto avanzato a nord di Monte Majo e di irrompere in un altro ad est di Cagliari. Lo sloggiammo dal primo con energico contrattacco e lo ricacciammo col fuoco dal secondo.” In merito alla località Cagliari citata dal Bollettino, trattasi di un errore in quanto è da intendersi Monte dei Calgari e Calgari, località in comune di Arsiero, posta ad est del paese di Laghi, nella linea di Rio Freddo e Monte Maio. Per il fatto d’arme del Monte Maio del 18 ottobre 1917, le gesta di eroismo di ben sei caduti furono ricompensate con la Medaglia d’Argento al Valore Militare. Si presenta l’elenco dei caduti i cui nominativi sono ancora presenti sul cippo e quelli che presumibilmente sono andati perduti con la distruzione di parte di esso. 

lunedì 25 gennaio 2021

"LEVEL ZERO HEROES": COME CI VEDONO LE FORZE SPECIALI DEI MARINES recensione di Mauro Scorzato

Difficile trovare un libro che descriva, visto dal basso, ciò che tu hai vissuto dall’alto. Un libro che parli dei momenti e delle esperienze di chi ha usato dei mezzi che tu, distante centinaia di chilometri, senza averlo mai conosciuto e senza nemmeno avere l’idea di chi possa essere, gli hai messo a disposizione. Noi viviamo in un mondo di conoscenza diretta e lo vediamo oggi che la sorte di chi non è a nostro diretto contatto non vale nemmeno la nostra attenzione, per non dire la nostra preoccupazione. Il libro “Level zero heroes” è infatti la storia di una battaglia, vista dagli occhi di un JTAC (Joint Terminal Attack Controller) ovverossia di quella persona che guida la parte terminale di un attacco aereo, dirigendo il fuoco direttamente sull’obbiettivo. In particolare, l’autore è un JTAC che appartiene ad una unità di élite, i ricognitori del Corpo dei Marines o “Pathfinders”. 

La battaglia di cui si parla è la battaglia di Bala Murghab, una sperduta valle afghana nei pressi del confine col Turkmenistan ma con una caratteristica ben precisa. Si trova infatti su una delle principali arterie del traffico di stupefacenti dall’Afghanistan al Turkmenistan, una specie di autostrada “Modena-Brennero” dell’oppio. Pur trovandosi nel settore tenuto dal contingente spagnolo, Bala Murghab venne abbandonato dall‘ unità spagnola del genio che lo presidiava dopo alcuni attacchi e venne rioccupata l’anno seguente da una compagnia del Reggimento Lagunari “Serenissima” che, dopo un breve scontro, occupò il “Castello” (una costruzione che in passato aveva alloggiato la polizia di frontiera) con il supporto di unità americane. Sostituiti a loro volta, nella primavera del 2009 dai paracadutisti del Generale Castellano. Gli insorti che occupavano il villaggio e le valle vennero presto edotti del fatto che la musica era cambiata rispetto ai tempi della presenza iberica. Numerosissimi e accaniti scontri fecero sloggiare gli insorti dal villaggio ma fu soltanto con l’arrivo del 151° reggimento della brigata “SASSARI”, nel tardo autunno del 2009, che la situazione venne sbloccata. Il giorno dopo S.Stefano del 2010, iniziò l’operazione “Buongiorno”(notare l’ironico nome coniato per l'occasione dal V.comandante della Brigata) con una compagnia della 82^ Divisione aerotrasportata USA, una compagnia di fanti del 151° Sassari, e un distaccamento di forze speciale dei Marines (i Pathfinders appunto, oppure più tecnicamente MSOT 8222). Queste forze all’alba occuparono due alture denominate “Prius ” e “Pathfinder”, tagliando di fatto definitivamente la strada e precludendone ogni uso. Qui infatti inizia anche la trattazione dell’autore (a dir la verità inizia con la ricerca dei corpi di due paracadutisti americani affogati pochi giorni prima nel torrente Murghab). Per tutto il libro, Michael Golembesky non risparmia una cattiva parola per nessuno tranne forse per il Ten. Col. Francesco Bruno (Comandante del distaccamento del 151° Sassari) e pochi altri. La leadership del Colonnello americano in comando, che non viene mai citato per nome bensì con la sua sigla radio (callsign) viene letteralmente fatta a pezzi e criticata in ogni suo aspetto. Bisogna specificare, che come avevo già notato durante il mio lavoro al Quartier Generale di ISAF (il comando delle forze NATO in Afghanistan) dove ero il rappresentante del Comandante della regione Militare Ovest, a guida italiana (carica in quel periodo rivestita dal comandante della brigata “SASSARI”), Marines e paracadutisti della 82^ si possono vedere come il fumo negli occhi. L’autore critica la visione prudenziale nella gestione dell’operazione, che tendeva a ricercare i “danni collaterali 0” (zero vittime civili durante le operazioni), sistema che di fatto imbrigliava l’uso sia del fuoco terrestre che del fuoco aereo mettendo a serio repentaglio le vite dei nostri militari sul terreno. Per tre giorni infatti, ondate di insorti si erano scagliate senza successo contro le due alture cercando disperatamente di riacquistare la libertà di movimento. Circa 500 insorti si erano riversati su Bala Murghad anche dai settori contermini (specificatamente dal settore tedesco) e in alcuni momenti si era temuto di perdere il controllo delle alture; solo il fuoco aereo ci aveva permesso di mantenerne il possesso. Io rimasi al mio posto per 36 ore consecutive, convogliando su tutta quell’area ogni aereo che si potesse trovare a disposizione nell’Afghanistan da parte di qualsiasi nazione e l’autore descrive che uso aveva fatto dei mezzi che gli avevo così faticosamente messo a disposizione. Dopo 2 giorni di combattimento e gravissime perdite (l’autore ne cita una cinquantina circa, ma furono ben di più), gli insorti rinunciarono alla riconquista ma continuarono a infastidire i difensori con fuoco intermittente e colpi di mortaio sporadici. In sintesi è questo un libro che parla di un fatto d’armi che ci ha visti come comprimari ma che in Italia è stato completamente cancellato dagli annali, eliminandone ogni traccia quasi fosse una vergogna. I nostri alleati lo celebrano come forse la più grande vittoria su una fazione che, ben lungi dall’esprimere un partito, rappresenta in realtà il fior fiore del narcotraffico Afghano; anche se gli insorti vengono definiti Talebani. Guarda caso questo libro non è stato tradotto in italiano mentre altri dello stesso autore, sempre su Bala Murghab ma meno coinvolgenti la nostra presenza, hanno trovato una casa editrice che ha curato la versione italiana. Comunque buona lettura a chi è in grado di leggere l’inglese. 

Col. Mauro Scorzato E.I., ora in pensione [La foto in alto è di ale226, pubblicata su fai.informazione.it]

mercoledì 1 aprile 2020

"La guerra di Corea" di Steven Hugh Lee, Il Mulino 2016





Professore universitario alla British Columbia University di Vancouver Canada. Steven Hugh Lee, sembrerebbe di origine coreana, ha scritto questo libro nel 2001 (edizione italiana Il Mulino, 2003). Non è un libro molto ponderoso: in tutto 211 pagine. Molto essenziale e documentato nei punti che intende approfondire. Diciamo subito che gli aspetti militari sono trattati quasi sempre in maniera estremamente generale se non sommaria; mentre il nocciolo di questo lavoro è rappresentato dalla ricostruzione degli aspetti socio-politici e diplomatici, anche in chiave geopolitica.

La guerra di Corea (1950-53) viene così inserita nel contesto della cosiddetta Guerra fredda e l'autore ne valuta le conseguenze in merito, sia in termini di riarmo dei rispettivi campi contrapposti (compresi la Germania e il Giappone) che in termini di strutturazione delle rispettive sfere d'influenza. Il libro si conclude prendendo atto del fatto che la divisione delle due Coree, nonostante alcune distensioni prodottesi negli anni '90 è ancora (cioè, quando lui scrive, nel 2001) una zona critica fra le superpotenze assai pericolosa per il mondo. Gli avvenimenti di questi ultimi tempi dimostrano che, per quanto la Guerra Fredda sia tecnicamente finita e il contesto internazionale molto modificato, quel 38º parallelo rappresenta ancora un problema.

La guerra di Corea è però una "guerra dimenticata" velocemente archiviata dalla memoria storica più generale. Il 38° parallelo, dopo la cacciata dei Giapponesi, rappresentava una linea di divisione fra il Nord comunista, legato a URSS e Cina popolare e il Sud capitalista, legato agli USA. Nel 1950 il Nord invase il Sud e ci volle l'intervento USA (sotto l'ombrello ONU) per riportare i comunisti al di là della linea di demarcazione violata. Il successivo tentativo di invadere il Nord comportò l'intervento dei "volontari" cinesi; una valanga umana che costrinse gli alleati a ripiegare nuovamente. Alla fine si tornò al 38° parallelo.

L'Italia partecipò con la Croce Rossa dell'Esercito. La guerra fu terribile sotto ogni aspetto. I Cinesi dimostrarono di poter tenere testa all'esercito americano, che era il più moderno del mondo ma lasciarono sul terreno un milione di caduti. I morti civili e militari nelle due Coree si contano in quattro milioni di uomini circa. Essendo questa anche una guerra civile fra coreani comportò delle terribili atrocità.

martedì 17 marzo 2020

Marcello Flores, "Il genocidio degli Armeni", Il Mulino 2006


Ho saputo di quel che era successo agli Armeni durante la Grande Guerra, nel 1915, quando mi capitò di leggere con grande partecipazione, "I quaranta giorni del Moussa Dagh" di Franz Werfel. Si tratta di un romanzo, ricco però di riferimenti storici reali che narra di un fatto realmente avvenuto. Quello che c'è di bello in questa epopea è che gli armeni che si erano rifugiati sul Moussa Dagh non solo riuscirono a evitare la deportazione e l'eliminazione fisica delle marce nel deserto ma addirittura seppero tenere valorosamente testa ai Turchi e riuscirono infine a salvarsi in gran numero.
Quello toccato agli Armeni è un genocidio, che per varie ragioni viene ricollegato alla Shoah degli Ebrei. "Il genocidio degli Armeni" di Marcello Flores ricostruisce assai bene le due principali persecuzioni turche anti-armene: quella del 1894-96, quando al potere dell'Impero ottomano c'era il sultano Abdul Hamid II e quella del 1915-16 a opera del governo dei Giovani Turchi. A suo avviso si può parlare di genocidio solo in riferimento a quest'ultima, avvenuta durante la prima guerra mondiale.
Le ragioni del "Grande Male" (così lo chiamano gli Armeni, che lo ricordano il 24 aprile di ogni anno), gli avvenimenti, gli schieramenti politici, le idee politiche e le relazioni internazionali del genocidio vengono ricostruiti e messi in rapporto alle diverse interpretazioni storiografiche. Queste ultime sono andate nel tempo evolvendosi e maturando sotto il profilo sia metodologico che epistemologico. A parte quella negazionista, le più varie interpretazioni convergono comunque sul fatto che di genocidio si sia trattato; per quanto differiscano fra loro in riferimento alla datazione del suo inizio e all'individuazione delle motivazioni e delle intenzionalità dei responsabili.
Un'appendice fotografica, compresa di ricostruzione storica specifica, chiude il libro.
Marcello Flores, "Il genocidio degli Armeni", Il Mulino 2006.
Pagine 295, costo € 12,00.

lunedì 24 febbraio 2020

IL FENOMENO DELLE ESECUZIONI SOMMARIE NEL PRIMO CONFLITTO MONDIALE di Mauro Scorzato


Alberto Monticone[1], il più autorevole studioso della giustizia militare durante il primo conflitto mondiale, ci riporta che in quel periodo furono comminate  dai tribunali militari circa 4000 condanne a morte di cui 750 eseguite.  Tale numero non comprende le “esecuzioni sommarie”, ovverosia le esecuzioni avvenute per ordine  dell’autorità militare sul campo, di militari colpevoli o “sorteggiati” come tali, non sottoposti al giudizio della giustizia militare. L’analisi delle condanne effettuate dai Tribunali deve per forza di cose essere effettuata da esperti del diritto e della giurisprudenza, pena il ricadere in discussioni più adatte alle trasmissioni pomeridiane di Barbara d’Urso che non ad un discorso di storia militare. Le esecuzioni sommarie invece si prestano maggiormente ad una traduzione in termini moderni in quanto totalmente, come vedremo, avulse da quello che è il concetto moderno della giurisprudenza.




[1] Alberto Monticone, Il regime penale nell’Esercito Italiano durante la prima guerra mondiale, Gli Italiani in uniforme, 1915-18, Intellettuali, borghesi e disertori

Nel conflitto del 15-18 vigeva il “codice penale per l’Esercito” (la Regia Marina si avvaleva di una diversa regolamentazione) edito nel 1869; l’obbligo di reagire con la soppressione per impedire i reati  collettivi (e talvolta individuali) contro la disciplina, definiti di codardia, era sancito dall’art. 40, che imponeva a qualsiasi persona che rivestisse un grado di reagire contro l’abbandono del posto di combattimento, sbandamento, mancata possibile offesa (tipo il rifiuto di aprire il fuoco contro il nemico), rifiuto di marciare contro il nemico, rifiuto di compiere un servizio di guerra, rivolta, ammutinamento (la differenza tra la prima e il secondo è la presenza delle armi in mano ai colpevoli), forzata consegna, vie di fatto a mano armata contro sentinella o vedetta, attacco o resistenza alla forza armata, diserzione con complotto, ribellione alla giustizia, saccheggio, ammutinamento e rivolta di prigionieri. Condizione necessaria per l’esecuzione sommaria era la flagranza del reato; la “decimazione” (la designazione per sorteggio) era considerata legale quando il comandante non fosse riuscito ad individuare con certezza gli autori del delitto all’interno del reparto, ma fosse necessaria la repressione immediata del reato e sempre che il comandante ritenesse troppo sanguinosa la condanna di tutti i partecipanti. Sempre l’articolo imponeva che il sorteggio fosse preceduto da un coscienzioso accertamento delle colpe, estendendosi anche a coloro su cui gravavano semplici presunzioni o vaghi indizi o nessun sintomo di colpevolezza.
Tuttavia è l’art. 117 la chiave di volta dell’intera architettura: infatti esso puniva con le stesse pene (compresa la pena capitale) il militare che, presente ad un ammutinamento od a una rivolta, non facesse uso di tutti gli strumenti a sua disposizione per impedirla (fermarla o frenarla); in altre parole la reazione con le vie di fatto a tali tipi di reato non era solo consentita bensì imposta  sotto minaccia di soggiacere alla stessa pena. Ad informazione del lettore, anche  oggi il Codice Penale Militare prevede lo stesso (soggiacere alla stessa pena, capitale fino al 1985 in caso di omicidi compiuti al seguito) per i reati di collettivi contro la disciplina.
Ma da dove proveniva tale cura nel prevenire e reprimere tale tipo di reati? L’Esercito Italiano a cui faceva riferimento il codice penale del 1869 era un esercito    in cui erano confluite molteplici componenti ereditate dalle guerre del Risorgimento: ex repubblicani (ad esempio Garibaldini), spezzoni di eserciti di Stati annessi, tipo l’esercito delle due Sicilie, i cui componenti erano considerati ancora più infidi degli stessi repubblicani, visti i sanguinosi episodi in cui erano sfociate le rivolte contro la presenza di ufficiali “piemontesi”. La coscrizione obbligatoria, con cui si era cercato di risolvere il problema di fare “gli italiani”, non era entrata in esercizio  senza problemi: omicidi  e stragi furono abbastanza comuni nelle caserme dell’esercito post-unitario in particolare del ventennio 70-80. Tanto che quando Perocchetti postulò alla fine degli anni ’70  la creazioni di reggimenti con coscritti provenienti dalla stessa valle (gli Alpini) venne così commentato da un generale piemontese; [1]“se lo attuassimo non passerebbero sei mesi e i reggimenti romagnoli darebbero i pronunciamenti” .
Certamente quindi l’esercito che si apprestava a condurre il Primo conflitto mondiale era ben lungi dall’essere un esempio di coesione e saldezza adamantina, tenendo conto dei precedenti non assolutamente incoraggianti. L’impiego, con ingenti spese, delle truppe in Africa e quello contro i milanesi in occasione dei moti del 1898, certo non avevano contribuito a generare un facile ambiente. Cadorna se ne rese conto immediatamente e già la circ. n.1 del 24 Maggio 1915 (primo giorno di guerra) riteneva i comandanti di grandi unità responsabili qualora avessero indugiato, qualora il caso lo richiedesse, ad applicare misure estreme di coercizione e repressione.
Tuttavia la domanda di quanto fossero state  effettivamente le esecuzione sommarie durante il periodo rimane.
L’Ufficio per la giustizia militare nell’estate del ’19 ne elenca 141 mentre in un discorso al parlamento, l’on. Luciani ne indica 148 comprese delle 34 generate dal Gen. Graziani durante la ritirata di Caporetto, ma tali cifre sono largamente sottostimate. Il Pelagalli[2] indica due fonti ritenute più attendibili: una è il Faldella (del quale si parla più sotto), l'altra è la “relazione dell’Avvocato Generale Militare Donato Antonio Tommasi[3] che individua 183 esecuzioni sommarie di cui 64 classificate come “giustificate”(ovverosia compiute sulla base della vigente normativa), 8 “ingiustificate” e il rimanente non classificabili a causa di mancanza di dettagli o perché approvate incondizionatamente dai superiori che avevano esaminato il caso e quindi non perseguibili. Anche il Monticone (op. cit.) produce una lista largamente coincidente con quella di Tommasi e con una prodotta da Filippo Cappellano (Disciplina e giustizia militare nell’ultimo anno della grande guerra- Storia Militare n. 98, anno 2001). La Tabella di seguito ne indica il raffronto:




[1] Cfr. G. ROCHAT, G. MASSOBRIO, Breve storia dell’esercito italiano
[2] Sergio Pelagalli, Esecuzioni sommarie durante la Grande Guerra
[3] Donato Antonio Tommasi, Avvocato generale militare a ministro della Guerra, settembre 1919 (minuta non riportante la data di invio), oggetto “Esecuzioni Sommarie”, risposta a nota n.368 del 28 luglio 1919 presso Museo del Risorgimento -Milano

Anno
Mese
Monticone
Cappellano
1915
ottobre
1
1
1916
febbraio
2
2
maggio
11
11
giugno
1
7
luglio
9
9
agosto
5
5
ottobre
7
7
novembre
1
1
1917
Marzo
0
7
Maggio
5
5
Giugno
20
20
Luglio
28
28
Agosto
2
2
Settembre

7
novembre
49


141
112

Il Pelagalli integra le tabelle includendo altri procedimenti arrivando così ad una cifra approssimativa di 241 esecuzioni sommarie, riportando eventi narrati  dal Gatti e dall Faldella (altra fonte utilizzata dal Pelagalli) nonché atti ufficiali dei tribunali militari[1]; vengono inclusi anche episodi in cui alcuni  disertori vengono abbattuti dal fuoco dei commilitoni, tipo di evento, questo,  non precedentemente contemplato, arrivando così alla seguente tabella che allega al suo saggio




[1] Angelo Gatti, Caporetto. Dal diario di guerra inedito 1917 Bologna 1964
Emilio Faldella , La grande Guerra, volume II, Da Caporetto  al Piave Milano 1965


ANNO
N.
DATA
REPARTI
PASSATI  PER LE ARMI
Flagranza
Decimazione
totale
1915
1
30 giugno
93° fanteria/B. Messina
imprecisati

imprecisati
2
ottobre
imprecisato
1

1
3
5 novembre
85° fanteria/B. verona
1

1
1916
4
Febbraio
imprecisato
2

2
5
21 aprile
18° Bersaglieri
3

3
6
26 maggio
141 fanteria/B.  Catanzaro
4
8
12
7
12 giugno
69° fanteria/B. Ancona
3

3
8
15 giugno
131° fanteria /B. Lazio
1

1
9
16 giugno
14° Bersaglieri
4

4
10
19 giugno
138° fanteria/ B. Barletta
imprecisati

imprecisati
11
1-2 luglio
89° fanteria/B. Salerno

8
8
12
26 luglio
31^Compagnia minatori
1

1
13
10 (?)agosto
85° fanteria/B. verona
5

5
14
agosto
imprecisati
1

1
15
23 ottobre
151° fanteria/ b. Sassari
1

1
16
30 ottobre
75° fanteria/ B. Napoli



17
31 ottobre
6° bersaglieri

2
2
18
11 novembre
27° fanteria/ B. Pavia
1

1
1917
19
13 febbraio
XLVII btg. bersaglieri
3

3
20
21 febbraio
162° fanteria / B. Ivrea
2

2
21
21 marzo
38° fanteria/ B. Ravenna
2
5
7
22
3 aprile
147° fanteria/ B. Caltanissetta
1

1
23
5maggio
Btg. Di marcia/ B. Toscana
4

4
24
13 maggio
9° 10° fanteria/B. Regina
6

6
25
20 maggio
Btg complementi/ B. Palermo
3

3
26
23 maggio
B. Lambro
13-14

13-14
27
24 maggio
262° fanteria/B. Elba
1

1
28
27 maggio
139° fanteria/ B. Bari
1

1
29
maggio
4° Bersaglieri
2

2
30
maggio
74° fanteria/B. Lombardia
10

10
31
maggio
B. Mantova
2

2
32
Giugno
II Corpo d’Armata
1

1
33
giugno
58 divisione
4

4
34
2 giugno
B. Pallanza

4
4
35
4 giugno
113° fanteria/B. Mantova
Imprecisati

imprecisati
36
5 giugno
117° fanteria/B. Padova
11

11
37
14 giugno
48° fanteria/B. Ferrara
1

1
38
23 giugno
77° fanteria/ B. Toscana
2

2
39
16 luglio
B. Catanzaro
16
12
28
40
15 agosto
228° fanteria/B. Rovigo
4

4
41
19 agosto
119° fanteria/B. Emilia
1

1
42
24 agosto
225°/ B. Veneto
1

1
43
24 (?) agosto
89° Fanteria/B. Salerno
3

3
44
27 agosto
imprecisato
1

1
45
28-29agosto
264° fanteria/B.Gaeta
5

5
46
14 settembre
47°fanteria/B. Ferrara

1
1
47
settembre
imprecisato
7

7
48
3 novembre
Imprecisato°°
1

1
49
3 novembre
2^ armata
1

1
50
9 novembre
63^ Divisione
1

1
51
13(?)novembre
78° fanteria/B. Toscana
2

2
52
23 Novembre
158° fanteria/B. Liguria
3

3
53
novembre
Imprecisati °
34

34
54
novembre
imprecisati
8

8
1918
55
12 marzo
928^cp Mitraglieri
2

2
56
8 giugno
6^ divisione cecoslovacca
8

8
57
15 luglio
52° fanteria /B. Alpi
1

1
TOTALE GENERALE
196-197
45
241-242
° 34 Fucilati da parte del Gen. Graziani di cui si parlerà di seguito
°° 1 art. Ruffini fucilato da il Gen Graziani di cui si parlerà in seguito

Ora, ripercorrere uno per  uno tutti gli episodi elencati dai vari autori (Monticone, Cappellano e Pelagalli) esula dallo scopo di questo breve saggio, ma ci si soffermerà su due episodi di cui uno assolutamente ignoto ed uno particolarmente noto (la rivolta della Brigata Catanzaro sull’Altipiano di Asiago e la relativa decimazione); passerò poi a delineare la personalità di colui che fu “il fucilatore” per antonomasia durante la ritirata di Caporetto ovverosia  il Generale Andrea Graziani.
Il primo fatto è riportato in maniera asciutta dal Pelagalli citando fonti dell’Archivio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito. ”23 Ottobre 1916. Un soldato del 151° fanteria (Brigata Sassari) diserta di fronte al nemico: è colpito a morte dal fuoco dei suoi commilitoni prima di raggiungere la trincea avversaria”. Invano si cercherà traccia di questo fatto in tutta la bibliografia sulla Brigata Sassari, anche chi ha scritto criticando fortemente la condotta della guerra, romanzando esecuzioni di tribunali militari (che poi di fatto sappiamo non essere esistite), pur essendo presente nel luogo e nel tempo citato non ha  mai riportato il fatto. Nonostante la maggioranza dei libri sulla Brigata siano stati scritti dopo svariati anni o addirittura decenni dopo la fine della guerra, sembra che la vergogna per un accadimento di questo tipo fosse ancora presente in tutti:  più che un tradimento militare, il silenzio può essere inteso come la copertura di un tradimento di un coniuge fedifrago, che anche se è stato allontanato (in questo caso soppresso), ha infangato indelebilmente un rapporto che ben poco ha a che fare con la disciplina militare. Chi ha mangiato il tuo pane e fumato le tue sigarette, ha ascoltato i tuoi racconti su casa, sulla tua famiglia e sulle tue cose  non sta abbandonando semplicemente un reparto per passare ad un altro: tradisce una fiducia che è più profonda e radicata. Purtroppo questo è un sentimento che può capire solo che ha provato questo tipo di cameratismo e sa che in questo caso il fucile verrebbe alla mano naturalmente.
Per quanto riguarda la decimazione della “Catanzaro”, leggiamo la versione che ne dà l’Avvocato Generale Militare Tommasi nella sua relazione a pag. 40-42: ”la notte sul 16 luglio (1917), la Brigata Catanzaro (141° e 142° fanteria), pur provata dai combattimenti di Maggio e di giugno, deve tornare in linea. Colpi di fucile sono sparati dai baraccamenti del 141°;  la rivolta si estende subito al 142°. I sobillatori asseriscono che, in seguito ad analoga protesta, un’altra brigata non è stata mandata in trincea, ha cambiato fronte e, addirittura, ha ottenuto medaglie al valore. L’ammutinamento degenera in rivolta:  il fuoco delle armi, che dura quasi tutta la notte, colpisce a morte ufficiali e carabinieri. Intervengono cavalleria, auto mitragliatrici e auto cannoni. Il Comando d’Armata ordina “di agire con fulminea prontezza ed estremo salutare vigore”. Scrive nella relazione: “la 6^ compagnia del 142° si era asseragliata in una posizione opportuna e con mitragliatrici faceva fuoco ostinato continuando la resistenza. Desistette dopo che vide piazzati contro gli autocannoni. Sedici militari presi con l’arma ancora scottante furono senz’altro condannati alla fucilazione. Oltre questi si sarebbero dovuti logicamente fucilare tutti i militari (120 uomini) del reparto suddetto che aveva continuato fino allo stremo la resistenza armata, giacchè essi non erano già degli indiziati, m veri e propri rei di rivolta armata sorpresi in flagranza di reato. Ma per evitare le fucilazioni si eseguì il sorteggio di un decimo di essi (dodici) e questi furono condannati alla fucilazione… Si imponeva l’esempio immediato della fucilazione; ritardarla non si poteva per l’estrema gravità del fatto ed anche perché la brigata doveva mettersi in marcia. Riamndare la marcia equivaleva a dare spettacolo di debolezza e ritardare la sanzione significava diminuirne l’efficacia. Per tal modo venne eseguita la fucilazione di 28 militari (16 più 12) in presenza di due compagnie, una per ciascun reggimento.”
Giudizio dell’Avvocato Generale Militare: “La gravità della rivolta dispensa da ogni discussione sul preciso e imprescindibile dovere che si imponeva ai capi di ricorrere agli estremi mezzi di coercizione, per infrenare e reprimere un movimento di ribellione che avrebbe potuto avere conseguenze ben più gravi e dolorose di quelle che si ebbero in effetti a deplorare. La sommaria esecuzione avvenuta immediatamente degli sciagurati che avevano rivolto contro i compagni d’arme e i propri ufficiali le armi loro affidate per la difesa della Patria fu legittima e con lodevole senso di umanità mantenuta dai capi nei precisi limiti fissati dalla legge e richiesti dalla necessità del grave momento”. La Brigata Catanzaro aveva già subito gravissime azioni disciplinari l’anno precedente durante la Battaglia degli Altipiani, dove anche allora una compagnia si diede alla fuga, questa volta incitata da ufficiali di complemento e sottufficiali: in quel caso furono fucilati 1 sottotenente, 3 sergenti e 8 graduati di truppa. Ciononostante giova ricordare che la Catanzaro si distinse in quella battaglia tanto da dare al comandante (Gen. Carlo Sanna di Senorbì) la medaglia d’argento al V.M. e ancora successivamente sul Costone Viola e Monte S. Michele dove lo stesso ricevette Ordine Militare di Savoia. In ogni caso la mano pesante nei confronti della Brigata, che inquadrava prevalentemente militari calabresi, si riconduceva al fatto che era ancora vivo nei ricordi degli avvocati militari e di molti giudici gli avvenimenti del 1884 nella caserma di Pizzofalcone in cui un militare calabrese aveva ucciso coll’arma di ordinanza, dopo un diverbio, 7 militari settentrionali, ferendone 13. Lombroso aveva forgiato dal nome del militare (Misdea)  la definizione di un comportamento criminale tipico detto misdeismo. Irene Guerrini, coautrice del libro “Fucilate i fanti della “Catanzaro” scriverà: La Brigata si era in molte occasioni coperta di onore. Era stanca e sfibrata. Le era stato promesso un lungo turno di riposo e invece gli ufficiali intendevano riportarla al fronte. Ma quello della Catanzaro fu l’unico atto di vera rivolta, peraltro spontanea, che conosciamo. Tutte le altre decimazioni furono attuate, per dare l’esempio, a seguito di avvenimenti molto meno gravi». 


IL GENERALE DELLE FUCILAZIONI – IL GEN. ANDREA GRAZIANI


Sicuramente tra tutte le fucilazioni sul fronte italiano, quelle più famose sono attribuite a quello che passò alla storia come il “generale delle fucilazioni”, il Magg. Gen. Andrea Graziani. Nato nel 1864 a Bardolino, sulla sponda veronese del Garda, sottotenente nel 1882, Andrea Graziani fu in Eritrea nel 1887 e nel 1904 insegnante alla Scuola di Guerra. Durante il terremoto di Reggio e Messina (1908) meritò un encomio speciale e la medaglia d’oro di benemerenza per i soccorsi prestati. Colonnello nel 1914, sopraggiunto il 10 gennaio 1915 il terremoto della Marsica, il Colonnello Graziani, cui fu affidato col suo Reggimento il settore orientale di Avezzano (12 paesi), riconfermò la sua capacità di organizzatore nell’opera di salvataggio e ricostruzione. Con un miracolo di attività, che a molti parve incredibile, ma non a S.M. il Re che frequentemente nel rigore delle nevi e delle tormente percorreva la Marsica, in 45 giorni soltanto poté presentare i 12 paesi della zona completamente baraccati con forni e botteghe ricostruite.  Durante la guerra del ’15-’18, comandò le brigate Jonio e Venezia in Val Sugana e la 44a divisione sul Pasubio durante la Strafexpedition del maggio-giugno 1916. Una divisione «invero gigantesca, questa 44a, addirittura superiore ai normali effettivi d’un corpo d’armata, come ci informa Gianni Pieropan nel suo “1916: le montagne scottano”, ma che in ogni caso riuscì a fermare l’offensiva austro ungarica in Val Sugana.  La motivazione dell’ Ordine Militare di Savoia concessa al generale Graziani per questi combattimenti dice infatti: ” Valsugana 18 aprile, 26 maggio 1916; M.Collo-Bieno-M.Cima,- Comandante di una avanzata linea di difesa, resisteva a ripetuti violenti attacchi con coraggio e perizia;  nonché cedere terreno, contrattaccava ripetutamente infliggendo all’avversario notevoli perdite e prendendogli più di 400 prigionieri.“ (M.Collo, 15-20 maggio 1916). Già in queste occasione il generale diede prova di una incredibile determinazione e durezza nei confronti dei sottoposti. Il battaglione alpini M. Berico incaricato di prendere il Dente dell’Austriaco,  non potè attaccare a causa della nebbia e si levarono grida di incoraggiamento per la nebbia. Il Generale, non trovando i responsabili, decise di far fucilare 10 alpini,  ma il resto del battaglione decise di condividere la sorte e attaccare nonostante la nebbia, conquistando il Dente a carissimo prezzo. Fu così evitata la fucilazione. Ferito più volte per essersi esposto in combattimento, si vantava, come comandante della 44^ Div., di aver mandato all’assalto con la loro truppa gli ufficiale della Brigata Ancona che comandavano all’assalto i loro uomini rimanendo al riparo. 

L’atteggiamento poco conciliante non solo nei confronti della truppa,  ma anche degli ufficiali  che non si dimostravano all’altezza, gli alienò  pure molte simpatie tra gli Alti Comandi. Ma fu con la ritirata di Caporetto, quando divenne Ispettore Generale per il Movimento di Sgombero che accaddero i fatti  più controversi.   
Graziani imperversò a bordo di una autovettura che portava anche 5 carabinieri per tutto il settore affrontando gli sbandati con rivoltella alla mano e rimandandoli indietro nei reparti di appartenenza, reprimendo tutti gli atti criminosi che venivano compiuti. Il 2 novembre 1917, presso Noventa Padovana, il soldato Alessandro Ruffini, di 23 anni, originario di Castelfidardo (Ancona) in servizio nella 10a Batteria del 1° Reggimento di Artiglieria da montagna, che fu fatto da lui fucilare per non aver tolto il sigaro di bocca mentre passava davanti a lui.  La cronaca dell’accaduto è stata così descritta, nel Liber Chronicus della Parrocchia di Noventa Padovana, dal Parroco Don Carlo Celotto, che benedisse con gli Oli sacri la salma di Ruffini e l’accompagnò al cimitero della cittadina padovana. “Novembre. La ritirata. Caporetto. La II Armata passa per le vie del nostro paese. I soldati presentano un aspetto compassionevole. Senz’armi, vestiti male, affamati. Ufficiali e soldati domandano ricovero e pane. Lì 3 novembre il Generale Graziani comandante le retrovie fa fucilare presso la casa Miari, abitata dal Comm. Suppiei, il soldato Ruffini Alessandro da Castelfidardo. Sembra che il Ruffini abbia tenuto un contegno provocante davanti il generale. Il Comm. Suppiei cercò di difenderlo e salvarlo, ma nulla fece: fra la costernazione dei presenti e lo spavento dei soldati l’esecuzione ebbe seguito”. L’episodio è stato anche citato nella relazione dell’Intendenza Generale inviata il 3 novembre 1917 (lo stesso giorno del fatto) al Comando Supremo e firmata dal Gen. Graziani.

Ancora oggi questa è senz’altro la fucilazione più famosa della storia dell’Esercito Italiano; iniziando dall’Avanti nel 19,  nel Corriere e nel Reato del Carlino per arrivare ai saggi di Loverre  e del giornalista Aldo Cazzullo, questo episodio venne portato come esempio di cosa sarebbe accaduto nel periodo della ritirata di Caporetto; probabilmente, fra cent’anni, il caso Cucchi verrà trattato ugualmente per descrivere l’operato dell’Arma dei Carabinieri in questi anni.

La mattina del 13 novembre 1917, Graziani ordinò la fucilazione a S. Maria della Rovere (Treviso) di 13 militari: 7 soldati per aver usato “violenza entro le case abitate”,  in sintesi rapina e stupro accaduti nei pressi di Portogruaro (i Caporali Augusto Pieralli e Salvatore Trigliaro ed i soldati Oreste Bigi, Adolfo Gigli, Giuseppe Pintapoli, Vincenzo Scudella e Bruno Vancalli); 5 soldati per saccheggio (i soldati Felice Cremaschi, Carlo Giavotto, Battista Monti, Pietro Pastorino e Carlo Paveri); il Caporale Lidio Benzi per ribellione e minaccia amano armata ai Carabinieri”.
Il manifesto informativo di questa fucilazione fu pubblicato su l’Avanti! del 13 agosto 1919, che conteneva anche l’articolo di Armando Paleso “Altri manifesti patriottici del generale Graziani!” e che titolò l’intera prima pagina con questa frase: “Caporetto vergogna del militarismo nell’inchiesta parlamentare ed in quella socialista”. Tale testata aveva avviato una vera e propria campagna contro il Generale Graziani, ritenuto il tipico esempio del cadornismo da estirpare, invitando i genitori del Ruffini a chiamare a giudizio l’ufficiale per omicidio. 
Questo drammatico episodio è stato riportato dal Colonnello Angelo Gatti, Dirigente dell’Ufficio Storico del Comando Supremo, che il 13 novembre 1917 annotò nel suo ”Caporetto. Diario di guerra (maggio-dicembre 1917): “Il Generale Graziani… ha fatto affiggere nelle vie di Padova un avviso che diceva che era stata pronunciata la sentenza di fucilazione nella schiena di 13 soldati per violenza”.
L’episodio è stato citato anche nella lettera inviata il 14 novembre dal Vescovo di Treviso, Mons. Andrea Giacinto Longhin (di cui si è già descritta l’opera in un nostro recedente articolo), a Mons. Giuseppe Furlan, prevosto di Montebelluna, nella quale scrive: “Ieri vi furono qui ben 13 esecuzioni capitali contro quelle jene che svaligiavano le case e si gettavano sulla roba del prossimo. Quale obbrobrio!”
Il 16 novembre 1917, sempre Graziani ordinò la fucilazione nella schiena di 21 persone: 18 militari e tre civili. Al riguardo,l’Avanti! il 10 agosto 1919, pubblicò un manifesto, datato 16 novembre, ma senza indicazione del luogo di stampa, che informava della fucilazione di 12 soldati per violenza in case abitate; di 5 soldati per saccheggio e scassinamento; di 1 soldato per saccheggio e uso di della divisa da Ufficiale, con abuso del grado; di tre civili per saccheggio. Sempre durante la “ritirata di Caporetto”, Graziani fece fucilare, vicino a Schio (Vicenza), i soldati Adalberto Bonomo, di Napoli, e Antonio Bianchi, di Gallarate (Milano) che non lo avevano salutato nel modo prescritto dal Regolamento militare portando a 36 le vittime totali.

L’11 aprile 1918 il Ministero della Guerra incaricò il Gen. Graziani di costituire un “Corpo Czeco-Slovacco in Italia”.
I soldati cechi però non dimostrarono molta volontà di combattere, alimentando il sospetto che molti di loro si fossero arruolati per evitare le difficili condizioni della prigionia. Si verificarono numerose proteste ed anche molti casi di diserzione, non adeguatamente repressi dagli Ufficiali, anche in relazione al vitto che non era ritenuto adeguato, ma si ritiene che i soldati cecoslovacchi, disertori dall’esercito Austro –Ungarico non gradissero il reimpiego.
In quelle occasioni, anche il Gen. Graziani si dimostrò clemente, per cercare di costruire la partecipazione attiva dei soldati cechi ai combattimenti. Pertanto, soldati che erano in attesa di processo per diserzione, furono scarcerati. Però, quando i Reparti arrivarono nella Zona di operazioni, la situazione precipitò perché ci furono molti altri casi di diserzione: ben 39 tra l’8 e l’11 giugno. Giunto sul posto  il 12 giugno, il Generale cercò di convincere i cecoslovacchi  a mantenere un contegno adeguato,  ma avendo riscontrato una ulteriore riottosità ad ubbidire, rientrò nei soliti sistemi: chiamato il Comandante di Reggimento, fece fucilare 8 disertori colti in flagrante e deferire al Tribunale Militare Speciale il resto. 
Al termine della guerra il Generale fu messo a riposo per essere poi richiamato in servizio come Luogotenente Generale della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e trovo la morte nel 1923, in un discusso incidente ferroviario sulla linea Prato Firenze. Gli appassionati fan della D’Urso nazionale e della fida inviata Ilaria potranno trovare interessante l’analisi che di tale incidente è stata fatta da Cesare Alberto Loverre nel saggio “Al muro- Le fucilazioni del Generale Andrea Graziani nel Novembre del ‘17” su  tale incidente.
Con quest’ultimo fatto si concluse la carriera di quello che fu definito il “più grande fucilatore della Prima Guerra Mondiale. Gli studiosi Marco Pluviani e Irene Guerrini, però, ritengono che le fucilazioni ordinate da Graziani siano state di numero ben superiore[1], ma a loro dire,  i relativi casi non sono documentati per cui non li hanno citati nel loro libro. Non si deve però essere degli psicologi per scoprire che nella sua opera il Gen. Graziani non ha mai cercato di nascondere gli atti che compiva, anzi ne cercava la massima risonanza (come di sopra abbiamo visto) convinto com’era della importanza del valore “mediatico” della spietatezza dimostrata. Egli stesso,  in relazione alla fucilazione dell’art. Ruffini, affermerà:” …Valutai tutta la gravità di quella sfida verso un generale… L’atto del soldato Ruffini distruggeva in un solo istante l’azione morale che io avevo svolto e il prestigio della disciplina davanti a tutto il reparto. …Valutai la necessità di dare subito un esempio atto a persuadere i duecentomila sbandati che da quel momento vi era una forza superiore alla loro anarchia…”. Come ebbe a dire un suo dipendente, l’alpino Palmiro Togliatti “la ritirata di Caporetto fu una occasione persa per il partito Socialista per spingere la rivoluzione e firmare una pace, tipo quella di Brest-Litovsk,  per far uscire l’Italia dalla guerra”. Ancorché questo giudizio fosse stato espresso quasi vent’anni dopo,   sembra che il Graziani avesse compreso immediatamente la portata degli avvenimenti che stava vivendo e l’unico giudizio che mi sento di condividere è quello dello studioso Antonio Sema[2] che scrisse : “ Graziani attuò, con determinazione, la controrivoluzione preventiva e non si curò nemmeno di minimizzare il suo compito”.



[6]Le fucilazioni sommarie nella prima Guerra Mondiale”, Gasperi Editore, Udine 2004
[7]La grande guerra sul fronte dell’Isonzo” (tre volumi), Editrice Goriziana, Gorizia 1995-1997


COMPARAZIONI CON ALTRI PAESI

Secondo Mario Isnenghi nel suo libro “La Grande Guerra”,  in Francia,” gli storici interessati alle forme di insubordinazione individuali e collettive e ai conseguenti processi nei tribunali militari hanno potuto accedere qualche anno fa alla consultazione di documenti ufficiali nei quali per mezzo secolo era stato custodito il segreto della portata degli ammutinamenti in particolare nella zona dello Chemin de Dame e dello Champagne nel periodo Maggio – Giugno 1917 si è così potuto constatare che nel semestre Giugno- Dicembre 1917 le condanne a morte effettivamente eseguite sono state 629, cioè un numero maggiore di tutte quelle registrate nel periodo precedente che pure è di 4 volte più lungo. Nel periodo Agosto 1914- gennaio 1917 si ha una media mensile di 22-23 condanne a morte di cui 7-8 effettivamente eseguite (le altre beneficiano di grazia e vengono commutate in pene detentive”). Risultati questi non molto dissimili da quanto aveva riscontrato il giornale Le Crapouillot, che con un’inchiesta pubblica condotta nell’agosto 1934, dimostrò che tra il 1914 e il 1918 erano stati giustiziati 1.637 soldati, di cui 528 solo nel 1917, dopo episodi molto estesi di rifiuto di combattere. Tenendo conto che la guerra in Francia durò circa 9 mesi in più e mobilitò un numero maggiore di militari (circa 7 milioni e mezzo contro i poco più di 5 milioni dell’Italia) sembrerebbe che la giustizia militare d’oltralpe avesse avuto più mano leggera che non la nostra. Addirittura nell’esercito Britannico risultano 306 soldati fucilati per codardia o diserzione (25 di loro erano canadesi, 22 irlandesi e 5 neozelandesi), mentre l’Australia non volle passare per le armi i suoi 129 militari condannati per simili reati. 
Personalmente, dato il lungo servizio trascorso con le forze armate britanniche, non ritengo i dati attendibili: sembra che fino a tutto 1916 i fucilati venissero riportati alle famiglie come “deceduti per ferite” e, per dare alcuni esempi sulla trasparenza dei dati britannici sui caduti, si ricorda che a tutt’oggi il numero dei caduti britannici nella guerra delle Falkland/Malvinas è ancora ignoto e che fino al 1987 il numero delle perdite causate dalle forze speciali italiane in Africa nel 1941-42 era ancora considerato “UK Secret” .
Lascia tuttavia estremamente perplessi che entrambe le nazioni non riportino alcuna esecuzione tra le truppe coloniali: nonostante, per i francesi, le forze coloniale abbiano assommato a circa il 30% del totale dispiegato (circa 135.000 tra fucilieri senegalesi e spahis marocchini) non sembra ci sia stato alcun caso di diserzione o codardia. A leggere i numeri, sembra che chi proveniva dal Senegal si trovasse molto più motivato a difendere la Patria francese di quelli che invece trovavano casa loro sotto la diretta minaccia: un argomento da approfondire bel futuro.

Ometto comunque le percentuali relative ai belligeranti dei Paesi Balcanici e dell’Est europeo in quanto non ritengo i sistemi giuridici comparabili: in ogni caso le percentuali sono circa 3-5 volte superiori a quelle italiane.
In conclusione, la disamina delle esecuzioni sommarie eseguite durante il primo conflitto mondiale offre una panoramica di motivazioni ben più ampia della contrapposizione Generali/carabinieri (a questi ultimi è stato attribuito un ruolo ben maggiore di quanto abbiano effettivamente svolto) - fanteria descritta piuttosto semplicisticamente (o gaglioffamente ?) da molti autori. Le contraddizioni e i conflitti che hanno caratterizzato il primo cinquantennio della vita del Regno, dalle rivolte selvagge delle popolazioni del Sud, stile Bronte, al contadino padano sobillato da un clero austriacante che cerca la “protezione” fra le file austro-ungariche e viene abbattuto dai compagni, al depravato che cerca uccide un allievo ufficiale che aveva rifiutato le sue avances e viene giustiziato sul posto. La guerra, contrariamente a quanto alcuni propalano, non genera “diritto”, ma risolve conflitti sia in positivo, cementando rapporti nati in combattimento come abbiamo visto in certe unità, o eliminando chi non si piega alla sua ferrea ed immutabile logica; non solo i grandi conflitti tra imperi, ma anche i “piccoli” conflitti tra classi sociali o individui che non condividono la stessa visione del mondo, come poi vedremo infinitamente in scala maggiore alla fine del secondo conflitto mondiale.

"Polizie Speciali - Dal fascismo alla repubblica"", di Vittorio Coco, edizioni Laterza 2017 - Recensione di Mauro Scorzato

Vittorio Coco, “POLIZIE SPECIALI “, ediz. Laterza 2017, recensione  di Mauro Scorzato Il volume scritto da Vittorio Coco ricercatore di Stor...