lunedì 2 settembre 2019

La battaglia di Sedan e le implicazioni successive - di Mauro Scorzato



Napoléon, cédant Sedan, céda ses dents ("Napoleone, cedendo Sedan, cedette i suoi denti") è uno scioglilingua che un tempo era ben noto a chi studiasse Francese.
La battaglia di Sedan avvenne fra il 31 agosto ed il 2 settembre del 1870 e fu clamorosamente vinta dai Prussiani. 
Insieme alla sconfitta della Francia segnò anche la fine del Secondo Impero di Napoleone III.


Nel quadro di Alphonse de Neuville troviamo rappresentati gli scontri di Bazeilles, che videro contrapposta la fanteria bavarese alla fanteria di marina francese.
Questo episodio fu detto anche delle "ultime cartucce", per via della resistenza eroica dei francesi. Questi ultimi si giovarono anche dell'aiuto dei civili, molti dei quali si videro le case incendiate o furono sommariamente passati per le armi dai soldati bavaresi in quanto ritenuti "franchi tiratori".
Inizia qui, per la Storia contemporanea, la prassi bellica che prenderà poi il nome di contro-guerriglia.


LA BATTAGLIA DI SEDAN : IMPLICAZIONI SUCCESSIVE AD UN EVENTO DIMENTICATO
di Mauro Scorzato

Ricade domani l’anniversario della battaglia di Sedan, una delle più brucianti sconfitte della Francia che dovrà aspettare ottant’anni circa per trovarne una di ancor più vergognosa in Vietnam a Dien Bien Phu. Questa battaglia, la cui conoscenza viene generalmente trascurata nelle nostre scuole, per noi italiani è ricca di spunti: innanzitutto fu una battaglia di “distruzione” che si poneva come obbiettivo la totale distruzione delle forze nemiche (francesi) per manovra costringendo quindi la capitolazione generale. Lo stesso fu tentato, cinquant’anni dopo, a Caporetto con esiti comunque non altrettanto felici, dal momento che il grosso del Regio Esercito Italiano riuscì a sgusciare dalla manovra a tenaglia sfruttando con più intelligenza i corsi d’acqua che si frapponevano al cammino degli attaccanti (anche in Francia vi erano corsi d’acqua rilevanti ma i Francesi non sembravano averci fatto caso, vista la riottosità tutta francese di presidiare ponti e guadi).
Nella battaglia prodromica di Sedan, a Gravelotte, nella località di Saint Privat, furono schierate per la prima volta in Europa le armi che tanto avrebbero fatto parlare nel futuro: le mitragliatrici, ancora comunque chiamate “cannon à balles” (cannoni a proiettili). Quest’arma, sviluppata dall’ing. Verchères de Reffye con fondi provenienti direttamente dalle tasche di Napoleone III per questioni di segretezza (la cosa riuscì talmente bene che ancora oggi molti storici “ruspanti” piazzano l’esordio delle mitragliatrici nella Prima Guerra Mondiale) fu usata in postazioni mimetizzate contro gli attacchi della Guardia Prussiana del Principe del Wuertemberg, con i risultati che ritroveremo amplificati nel primo conflitto mondiale. I tedeschi stessi (al tempo ancora Prussiani) rielaborarono il concetto tattico applicato dai Francesi a Saint Privat, lo inserirono nella loro dottrina integrandolo con le altre armi ed ostacoli (leggi : reticolato) e lo rivolsero contro gli inventori, nel conflitto successivo, con i risultati conosciuti.
Ma vi è un’altra innovazione di cui anche noi avremmo fatto le spese nel futuro: infatti la capitolazione di Napoleone III a Sedan, con i suoi 83.000 prigionieri (ovverossia una cifra spropositata per i tempi) non significò affatto la capitolazione della Francia, che in effetti avvenne all’inizio del 1871. Al contrario, il popolo francese decise di intraprendere quel tipo di combattimento che avevano visto svilupparsi e avevano tanto ferocemente represso in Spagna circa settant’anni prima: nascono così i “franc tireurs”ovverossia i “franchi tiratori”, cioè individui e/o piccoli gruppi di civili che svincolati da ogni gerarchia militare (“franchi”) aprono il fuoco con armi portatili (“tiratori”) contro le truppe di occupazione, al solo scopo di infliggere perdite umane: al termine dell’azione nascondevano le armi e si confondevano con la popolazione civile. Tra i “tiratori” si trovavano parecchi Garibaldini italiani, ex -combattenti inglesi ma anche molti briganti che così speravano di ottenere amnistia.
Tale tattica, che, a dire la verità trova il fondamento in un decreto imperiale del 28 luglio che incoraggiava la creazione di formazioni di civili in armi, faceva inorridire i tetragoni strateghi prussiani: per loro il conflitto era uno scontro di intelligenze, più che una mattanza di inconsapevoli. A dire la verità anche loro avevano pensato ad una tattica simile nel caso le sorti non fossero state favorevoli allo stato Prussiano, anzi l’idea di armare la popolazione civile in caso di invasione era già stata postulata da Bismark. In ogni caso tale tattica si dimostrò talmente efficace da meritarsi uno studio a parte in quello che oggi definiremmo il “ciclo delle lezioni apprese” al termine del conflitto. Quello che ne uscì lo ritoveremo nel Primo conflitto mondiale in Belgio, con la deportazione e la riduzione alla fame della popolazione civile, ma soprattutto nel Secondo Conflitto mondiale; le stragi che ancor oggi il Presidente Mattarella richiama alla memoria non furono un parto della Germania nazista ma furono teorizzate molti anni prima della nascita del partito Nazista e quasi in concomitanza con la nascita della Germania. E non a caso nelle Convenzioni dell’Aia (ben prima del Secondo Conflitto Mondiale) si pone l’accento sul “legittimo combattente” ovverossia il combattente che risponde ad una gerarchia riconosciuta e porta apertamente le armi (quindi non “franc”) e si legittima la rappresaglia fino a 10 a 1.
In conclusione, gli spunti per una revisione critica di quanto successo in seguito, in particolare con l’avvento delle armi automatiche (ricordiamo che nella stessa guerra ritroviamo il primo impiego di massa di armi a retrocarica, i notissimi Chassepots che già fecero strage di garibaldini a Mentana) dei primi cannoni a retrocarica a proiettile scoppiante (i famosi Krupp) ma soprattutto lo scottante argomento di guerriglia-controguerriglia che ancora oggi riscalda gli animi, facendo spargere molte parole e molto poco sapere. (M.S.)

domenica 1 settembre 2019

"Corruttori e corrotti" AAVV - Recensioni di Ettore Martinez e di Mauro Scorzato


di Ettore Martniez e Mauro Scorzato


"Corruttori e corrotti - ipotesi piscoanalitiche"


a cura di Laura Ambrosiano e Marco Sarno
Mimesis, 2015

Uscito nel dicembre del 2015, questo libro si compone di una serie di brevi saggi scritti da autori diversi, tutti psicanalisti di scuola freudiana, che cercano di cogliere le ragioni individuali profonde che predispongono alla corruzione e di descriverne quindi genealogia e manifestazioni. Ma non è che Il contesto socio-culturale venga lasciato sullo sfondo, anzi, se ne studiano attentamente le interazioni con la dimensione individuale. In questo bel lavoro sono così reperibili alcune risposte sul tema di una trasgressione positiva indispensabile per realizzare la costituzione della propria personalità originale nei confronti di famiglie dai ruoli confusi o di gruppi variamente compromessi con la corruzione. Ciò sembra anche significare che l'appiattimento del conflitto generazionale (a casa, a scuola, per esempio) contribuisce non poco a defraudare gli adolescenti del loro diritto a costituirsi una loro soggettività innovante passando attraverso salutari difficoltà strutturanti. C'è poi l'altro aspetto conseguente alla mancata assunzione di ruoli educativi che consiste nel rafforzare personalità a vario titolo narcisistiche. Vale a dire poco rispettose del prossimo e scarsissimamente empatiche e sociali, tendenzialmente predatorie anche nei confronti dell'Ambiente. Sono presenti nel testo anche aperture monografiche diverse, come il resoconto socio-terapeutico dell'auto-corruzione della comunità di Casale Monferrato e quindi del suo proprio auto-inganno in relazione alla produzione dell'Eternit - e ai suoi due indotti principali: il denaro e il cancro. Oppure la presa in esame di diverse letture psicoanalitiche di "Moby Dick". Certo, alcuni passaggi di questo libro risultano effettivamente un po' densi e fortemente connotati linguisticamente dal loro specialistico orizzonte di scuola; e sappiamo che non tutti accettano in tutto o in parte la dottrina originata da Freud come una Scienza esatta (ci viene in mente Popper, per esempio). Ma la ricchezza di questi contributi, ben scritti e tutt'altro che scontati -si veda quindi anche l'analisi lucidissima che vi viene svolta del "mammismo" da parte di donne psicanaliste - è notevole e stimolante a 360 gradi. Se vogliamo è anche un modo per (ri)prendere contatto teoretico con la Psicanalisi con un interessante "upgrade".

Ettore Martinez


Rispetto alla mia recensione di qualche tempo fa, l'intervento di Mauro Scorzato che pubblichiamo qui sotto, più che una integrazione sembrerebbe rappresentarne un superamento. (EM)
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"Timeo Danaos et dona ferentes"
Eneide (Libro II, 49)

Se nell'analisi dei micro fenomeni il libro risponde bene ai quesiti dei lettori, non altrettanto si può dire dell'analisi dei macrofenomeni, molto spesso portati ad esempio di "società corrotta". Si deve infatti giungere al saggio della D.ssa Manoukian per avere una visione degli aspetti corruttivi globali che noi definiamo come “mafia” e che spesso, in altri saggi che compongono il libro, vengono citati in modo che denota un conoscenza assolutamente superficiale del problema. Già vedo il sorriso condiscendente di un caro amico che indica chiaramente la parola “intornismo”, ma ritengo che l”intornismo” di uno studioso che parli di criminalità organizzata sia giustificato quanto l’intornismo di una terapia anti-tumorale. Quando si fa riferimento alle mafie in questo libro si nota infatti una informazione frutto delle letture di Sciascia e della visione dei film di Scorsese; i valori che sono attribuiti, anzi ritenuti parte integrante della mentalità mafiosa sono da tempo scomparsi, oppure relegati ai livelli minori della gerarchia. *Ciò che è molto più preoccupante è che aleggia la narrativa creata dalla mafia stessa nei tempi della cattura del capo Riina, tesa a far credere che l’”onorata società” fosse composta da rozzi bifolchi la cui unica concessione ai tempi moderni fosse la sostituzione della lupara con il Kalashnikov.*
Non me ne voglia il collega Di Caprio, ma generalmente la cattura di un capo è il tributo che la mafia paga alla creazione di una narrativa che tende a far concentrare l’opinione pubblica più sul passato che sul futuro dell’organizzazione. L’esibizione mediatica di un contadino attaccato ai santi e alle madonnine, che a stento comprendeva l’italiano delle domande del Pubblico Ministero certamente non faceva pensare che il suo successore stesse intessendo una rete che avrebbe portato la ‘ndrangheta a far incrementare la produzione di eroina in estremo oriente, per scambiarla con i cartelli della cocaina sudamericana tramite la mediazione della famiglia Gambino di New York.
Purtroppo in diversi momenti, nel libro, i caratteri psicologici del mafioso ricordano più il costruttore edile di Corleone che il CEO di una holding globale; come infatti dice appropriatamente la D.ssa Manoukian, il segreto della mafia (nel caso la ‘ndrangheta in Emilia) è stato quello di aver saputo approcciare il mondo del lavoro come provider di servizi infinitamente più efficienti e puntuali rispetto a quelli provvisti dallo Stato, facendo venire così meno la necessità della violenza per assicurarsi la connivenza. Non è un caso che allorquando ci si accorse che il successore di Totò Riina, Matteo Messina Denaro aveva investito buona parte dei proventi dell’operazione citata precedentemente nelle energie rinnovabili, chi si precipitò in Procura facendo pressioni per una “cautela nelle indagini” furono proprio parlamentari di chiaro indirizzo “verde”, che, fors'anche preoccupati per gli investimenti dei risparmi faticosamente acquisiti nelle aule parlamentari, si rifiutavano di credere che un mafioso “avesse a cuore le sorti del pianeta”, ovviamente trascurando la lucrosità dell’investimento.
Anche il denaro infatti non è più quello che usava essere nel passato delle cosche; contrariamente a quanto affermato nel libro, il primato delle mire mafiose è il “potere” e il denaro viene considerato solo il mezzo per acquisirlo o per mantenerlo. Non serve per costruire ville o tenori di vita stellari (tipo Casalesi, che infatti non sono sopravvissuti all’offensiva dello Stato) ma per porsi di fronte al potere costituito come interlocutori , anziché come inquisiti. Non sono di sicuro un cultore della psicanalisi, ho trovato in questo libro molti spunti di riflessione sulla educazione dei ragazzi, ma sicuramente non giustifico il “favoreggiamento dell’associazione a delinquere di stampo mafioso” (art. 416-bis CP) neanche in nome della scienza.

Mauro Scorzato

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Tradire la Madre
Torniamo ancora su questo libro. Questa volta per prendere in considerazione il capitolo a cura di Marta Bodoni, "Tradimento e corruzione", sottotitolo: "Sul potere corruttivo dell'amore materno e sul 'buon uso' del tradimento" (alle pagine 93-105 op.cit.).
Per confluire su alcune delle considerazioni che vi sono contenute non è necessario, ci pare, aderire agli attuali modelli epistemici della Psicologia Analitica. Il buon senso e l'esperienza ci rendono queste riflessioni comprensibili e credibili.
In soldoni qui si sottolinea il ruolo pernicioso che il Mammismo svolge nell'ostacolare la costituzione di una individualità autonoma capace di operare scelte proprie. Il tradimento allora consiste nell' "accorgersi", nel prendere le distanze da questo orizzonte di "amore che ricopre ogni colpa", che sana e perdona tutto ma che nel contempo soffoca l'innovazione.
Sorvoliamo per il momento sui danni nefasti del mammismo nella Scuola, dove si sta progressivamente perdendo il senso della responsabilità individuali.
Il riferimento di questo Mammismo alla Corruzione non è poi tanto peregrino se si considera come a fronte di un incredibile capacità di evoluzione organizzativa e tecnica, le varie mafie mantengano una relativa staticità sotto il profilo dei loro orizzonti di senso, quindi dis-valori, rituali iniziatici e rapporti parentali.
Non è poi un mistero come, assai singolarmente, il culto della Madonna sia così diffuso negli ambienti mafiosi. In uno sceneggiato televisivo di qualche anno fa il regista ha fatto baciare al killer una medaglietta religiosa subito prima di sparare ad un bambino indifeso, figlio del boss di un clan rivale.
Marta Bodonii auspica quindi un "buon tradimento" nella direzione del rinnegare questa dimensione stagnante. Il magistrato Nicola Gratteri, in prima fila contro la 'Ndrangheta ci conferma entrambe le cose: un familismo tradizionalista a fronte di una ormai evolutissima capacità di diffondersi in maniera quanto mai moderna come pure -per fortuna- l' esistenza del fenomeno della diserzione, prima impensabile, da parte di giovani che intendono "dire no" e sviluppare una loro individualità al di fuori di quell'ambiente e dei suoi dis-valori. "Negli ultimi dieci anni, però, i rampolli di alcune importanti famiglie hanno deciso di saltare il fosso. Fatto che non era mai successo" (Gratteri-Nicaso "La rete degli invisibili" 2019, pag.100.
Senza contare le donne che, anche a prezzo della vita, si sono ribellate a questo loro ruolo di proprietà assoluta del maschio e di riproduttrici educative dei disvalori mafiosi.

Ultima notazione. Inevitabile. Con la crisi della famiglia, l'atteggiamento genitoriale spesso volto a "comprare" l'amore dei figli rappresenta il primo momento di perdita della responsabilità. In ultima analisi è perdita del libero arbitrio perché in questa "pappa del cuore" tutto si sistema, tutto è perdonato e tutto viene però riversato e rovesciato, responsabilità comprese, sulla dimensione sociale.





mercoledì 21 agosto 2019

"Benedetto fra le spie" di A.Paloscia - una recensione


Questo è un libro (prima ediz. 2007) per molti versi sorprendente. Intanto perché ci parla molto e approfonditamente di papa Benedetto XV, un papa se vogliamo piuttosto "dimenticato"; se si eccettua papa Ratzinger che proprio a lui si è voluto a suo tempo in qualche modo idealmente riallacciare. Ma soprattutto perché il personaggio riconosciuto al centro dello spionaggio austro-tedesco in Italia è un suo ex allievo prediletto, cioè mons. Gerlach, nobile tedesco con importanti aderenze non solo in Germania ma anche alla corte imperiale di Vienna.


Come è noto l'Italia è entrata in guerra con la Germania solo nell'estate del 1916, quindi più di un anno dopo che contro l'Austria. L'Italia era stata pressantemente sollecitata in questo senso dagli alleati anglo-francesi dell'Intesa che la accusavano di volersi così mantenere una via d'uscita diplomatica per un trattamento mite in caso di sconfitta. Ma dell'Italia i Tedeschi non si fidavano e Gerlach e la sua rete, come tutto lo spionaggio germanico del resto, furono da subito (cioè dal 1915) attivamente impegnati contro l'Italia.

L'intraprendente monsignore, amante delle belle donne e della vita dispendiosa, utilizzava il Vaticano, che era Stato neutrale nel cuore di Roma, e quindi tutte le sue coperture diplomatiche per far giungere agli austriaci e ai tedeschi le informazioni che venivano raccolte dai suoi agenti e/o captate in Vaticano. Gerlach era infatti cameriere segreto del Papa e in quanto tale aveva accesso a informazioni di carattere strategico. Un personaggio rocambolesco, insomma, e spregiudicato. Ecco: fra le cose che colpiscono in questa dettagliata ricostruzione storica c'è soprattutto una piccola folla di spie, prevalentemente doppiogiochiste, quasi tutte persone amanti del lusso e in continua ricerca di avventura e -soprattutto- di denaro.

Occorre ricordare comunque che i rapporti fra il Regno d'Italia e la Santa Sede erano allora diffidenti e pessimi, mantenuti prevalentemente tramite canali sotterranei. Il Vaticano parteggiava apertamente per la cattolicissima Austria e così pure gran parte del clero delle zone di recente acquisizione italiana come il Veneto dove incrementava lo spionaggio austriacante che era floridissimo. Al riguardo si può consultare in questo stesso blog unbreve e incisivo saggio del col. Mauro Scorzato:

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Ricorderemo en passant anche il maresciallo dei (RRCC) Carabinieri di Borore Lussorio Cau (l'eroe di Morgogliai) che scoprì e smantellò al fronte una di queste reti spionistiche avviando un'azione di contro-spionaggio travestendosi da prete.
Il Vaticano e l'Italia erano allora molto lontani da una conciliazione e molto forte era nello stivale la presenza massonica, che sarà ovviamente in prima fila nell'agitare il caso Gerlach in chiave anti-clericale.

lunedì 29 aprile 2019

La guerra medioevale in Sardegna ai tempi di Mariano IV D'Arborea 




di Ettore Martinez




Andrea Garau, "Mariano IV D'Arborea e la guerra nel Medioevo in Sardegna", ediz. Condaghes, 2017.

giovedì 4 aprile 2019

IL FENOMENO DELLE ESECUZIONI SOMMARIE NEL PRIMO CONFLITTO MONDIALE 

di Mauro Scorzato


Alberto Monticone1, il più autorevole studioso della giustizia militare durante il primo conflitto mondiale, ci riporta che in quel periodo furono comminate dai tribunali militari circa 4000 condanne a morte di cui 750 eseguite. Tale numero non comprende le “esecuzioni sommarie”, ovverosia le esecuzioni avvenute per ordine dell’autorità militare sul campo, di militari colpevoli o “sorteggiati” come tali, non sottoposti al giudizio della giustizia militare. L’analisi delle condanne effettuate dai Tribunali deve per forza di cose essere effettuata da esperti del diritto e della giurisprudenza, pena il ricadere in discussioni più adatte alle trasmissioni pomeridiane di Barbara d’Urso che non ad un discorso di storia militare. Le esecuzioni sommarie invece si prestano maggiormente ad una traduzione in termini moderni in quanto totalmente, come vedremo, avulse da quello che è il concetto moderno della giurisprudenza.

1 Alberto Monticone, Il regime penale nell’Esercito Italiano durante la prima guerra mondiale, Gli Italiani in uniforme, 1915-18, Intellettuali, borghesi e disertori

Nel conflitto del 15-18 vigeva il “codice penale per l’Esercito” (la Regia Marina si avvaleva di una diversa regolamentazione) edito nel 1869; l’obbligo di reagire con la soppressione per impedire i reati  collettivi (e talvolta individuali) contro la disciplina, definiti di codardia, era sancito dall’art. 40, che imponeva a qualsiasi persona che rivestisse un grado di reagire contro l’abbandono del posto di combattimento, sbandamento, mancata possibile offesa (tipo il rifiuto di aprire il fuoco contro il nemico), rifiuto di marciare contro il nemico, rifiuto di compiere un servizio di guerra, rivolta, ammutinamento (la differenza tra la prima e il secondo è la presenza delle armi in mano ai colpevoli), forzata consegna, vie di fatto a mano armata contro sentinella o vedetta, attacco o resistenza alla forza armata, diserzione con complotto, ribellione alla giustizia, saccheggio, ammutinamento e rivolta di prigionieri. Condizione necessaria per l’esecuzione sommaria era la flagranza del reato; la “decimazione” (la designazione per sorteggio) era considerata legale quando il comandante non fosse riuscito ad individuare con certezza gli autori del delitto all’interno del reparto, ma fosse necessaria la repressione immediata del reato e sempre che il comandante ritenesse troppo sanguinosa la condanna di tutti i partecipanti. Sempre l’articolo imponeva che il sorteggio fosse preceduto da un coscienzioso accertamento delle colpe, estendendosi anche a coloro su cui gravavano semplici presunzioni o vaghi indizi o nessun sintomo di colpevolezza.
Tuttavia è l’art. 117 la chiave di volta dell’intera architettura: infatti esso puniva con le stesse pene (compresa la pena capitale) il militare che, presente ad un ammutinamento od a una rivolta, non facesse uso di tutti gli strumenti a sua disposizione per impedirla (fermarla o frenarla); in altre parole la reazione con le vie di fatto a tali tipi di reato non era solo consentita bensì imposta  sotto minaccia di soggiacere alla stessa pena. Ad informazione del lettore, anche  oggi il Codice Penale Militare prevede lo stesso (soggiacere alla stessa pena, capitale fino al 1985 in caso di omicidi compiuti al seguito) per i reati di collettivi contro la disciplina.
Ma da dove proveniva tale cura nel prevenire e reprimere tale tipo di reati? L’Esercito Italiano a cui faceva riferimento il codice penale del 1869 era un esercito    in cui erano confluite molteplici componenti ereditate dalle guerre del Risorgimento: ex repubblicani (ad esempio Garibaldini), spezzoni di eserciti di Stati annessi, tipo l’esercito delle due Sicilie, i cui componenti erano considerati ancora più infidi degli stessi repubblicani, visti i sanguinosi episodi in cui erano sfociate le rivolte contro la presenza di ufficiali “piemontesi”. La coscrizione obbligatoria, con cui si era cercato di risolvere il problema di fare “gli italiani”, non era entrata in esercizio  senza problemi: omicidi  e stragi furono abbastanza comuni nelle caserme dell’esercito post-unitario in particolare del ventennio 70-80. Tanto che quando Perocchetti postulò alla fine degli anni ’70  la creazioni di reggimenti con coscritti provenienti dalla stessa valle (gli Alpini) venne così commentato da un generale piemontese; [1]“se lo attuassimo non passerebbero sei mesi e i reggimenti romagnoli darebbero i pronunciamenti” .
Certamente quindi l’esercito che si apprestava a condurre il Primo conflitto mondiale era ben lungi dall’essere un esempio di coesione e saldezza adamantina, tenendo conto dei precedenti non assolutamente incoraggianti. L’impiego, con ingenti spese, delle truppe in Africa e quello contro i milanesi in occasione dei moti del 1898, certo non avevano contribuito a generare un facile ambiente. Cadorna se ne rese conto immediatamente e già la circ. n.1 del 24 Maggio 1915 (primo giorno di guerra) riteneva i comandanti di grandi unità responsabili qualora avessero indugiato, qualora il caso lo richiedesse, ad applicare misure estreme di coercizione e repressione.
Tuttavia la domanda di quanto fossero state  effettivamente le esecuzione sommarie durante il periodo rimane.
L’Ufficio per la giustizia militare nell’estate del ’19 ne elenca 141 mentre in un discorso al parlamento, l’on. Luciani ne indica 148 comprese delle 34 generate dal Gen. Graziani durante la ritirata di Caporetto, ma tali cifre sono largamente sottostimate. Il Pelagalli[2] indica due fonti ritenute più attendibili: una è il Faldella (del quale si parla più sotto), l'altra è la “relazione dell’Avvocato Generale Militare Donato Antonio Tommasi[3] che individua 183 esecuzioni sommarie di cui 64 classificate come “giustificate”(ovverosia compiute sulla base della vigente normativa), 8 “ingiustificate” e il rimanente non classificabili a causa di mancanza di dettagli o perché approvate incondizionatamente dai superiori che avevano esaminato il caso e quindi non perseguibili. Anche il Monticone (op. cit.) produce una lista largamente coincidente con quella di Tommasi e con una prodotta da Filippo Cappellano (Disciplina e giustizia militare nell’ultimo anno della grande guerra- Storia Militare n. 98, anno 2001). La Tabella di seguito ne indica il raffronto:




[1] Cfr. G. ROCHAT, G. MASSOBRIO, Breve storia dell’esercito italiano
[2] Sergio Pelagalli, Esecuzioni sommarie durante la Grande Guerra
[3] Donato Antonio Tommasi, Avvocato generale militare a ministro della Guerra, settembre 1919 (minuta non riportante la data di invio), oggetto “Esecuzioni Sommarie”, risposta a nota n.368 del 28 luglio 1919 presso Museo del Risorgimento -Milano

Anno
Mese
Monticone
Cappellano
1915
ottobre
1
1
1916
febbraio
2
2
maggio
11
11
giugno
1
7
luglio
9
9
agosto
5
5
ottobre
7
7
novembre
1
1
1917
Marzo
0
7
Maggio
5
5
Giugno
20
20
Luglio
28
28
Agosto
2
2
Settembre

7
novembre
49


141
112

Il Pelagalli integra le tabelle includendo altri procedimenti arrivando così ad una cifra approssimativa di 241 esecuzioni sommarie, riportando eventi narrati  dal Gatti e dall Faldella (altra fonte utilizzata dal Pelagalli) nonché atti ufficiali dei tribunali militari[1]; vengono inclusi anche episodi in cui alcuni  disertori vengono abbattuti dal fuoco dei commilitoni, tipo di evento, questo,  non precedentemente contemplato, arrivando così alla seguente tabella che allega al suo saggio




[1] Angelo Gatti, Caporetto. Dal diario di guerra inedito 1917 Bologna 1964
Emilio Faldella , La grande Guerra, volume II, Da Caporetto  al Piave Milano 1965



martedì 19 marzo 2019

La crudele amicizia fra tedeschi e italiani. . Frederick William Deakin, "La repubblica di Salò", 1962. - Einaudi




di Ettore Martinez





C'è da dire subito che, a dispetto del titolo italiano, la parte dedicata al fascismo repubblicano (la cosiddetta RSI, 1943 settembre - 1945 aprile) rappresenta soltanto una parte, quella finale, neanche la più cospicua, del testo. Il suo titolo originale invece, "La brutale amicizia" è assai più indicativo del contenuto, o meglio del taglio interpretativo che Deakin assegna alla sua ricostruzione storica facendo larghissimo uso di documenti scritti e di testimonianze uscite su libri e giornali, soprattutto italiani, nel secondo dopoguerra. In altri termini qui si parla dell' Asse, cioè dell'alleanza politico militare Italo-tedesca. Brutale amicizia, perché come a partire dall'estate del 1942 cominciano ad arrivare per tedeschi e italiani le cocenti sconfitte in Africa e Russia, l'atteggiamento tedesco è sempre più duro nei confronti del suo sempre più fragile alleato italiano. Dopo la famosa ultima riunione del Gran Consiglio del Fascismo del 24-25 luglio 1943 e il successivo arresto del Duce da parte dei Carabinieri per ordine del Re, poi, abbiamo un crescendo drammatico di asservimento fascista al nazismo che culminerà nella fosca atmosfera della RSI e nei reciproci tradimenti finali.

Questo libro è ormai datato e in certe parti anche superato e incompleto; per esempio su Galeazzo Ciano offre una ricostruzione estremamente incompleta degli eventi che portarono al suo sequestro a opera dei tedeschi. Altre parti ancora sono state decisamente meglio trattate da altri autori. Ciononostante le sue centinaia di pagine sono una miniera assai istruttiva non solo di informazioni storiche (fra l'altro, oltre alle note e alle citazioni sono presenti alcune appendici documentarie di grande interesse) ma anche di acute osservazioni di carattere militare, politico e diplomatico. Senza niente perdere in termini di acribia e scientificità Deakin fa proprio il richiamo di Dilthey all'Erlebnis, all'immedesimazione storica per la quale un evento e un contesto storico sono comprensibili solo se ci si cala nell'insieme dei valori e nell'orizzonte di senso dei protagonisti. 

L'analisi psicologica quindi serpeggia per questo libro fra rapporti diplomatici, resoconti di riunioni militari e narrazioni di eventi politici; e non mancano dei bozzetti suggestivi come quello che il Generale Rommel traccia di Mussolini dopo un colloquio con il Duce: non è un vero romano, annota, per quanto si sforzi, ma un grande attore.

martedì 19 febbraio 2019

"L'affondamento del Tripoli" di Alessandro Valsecchi


di Ettore Martinez


Enrico Alessandro Valsecchi è l'autore dell'ormai quasi introvabile "L'affondamento del Tripoli" (ediz. Frilli, Genova) nel quale viene ricostruito il siluramento, da parte di un sommergibile tedesco U-Boot, del piroscafo "Tripoli". 

Il fatto avvenne nella notte tra il 17 e il 18 marzo 1918. Per quanto la nave fosse adibita al trasporto postale e quindi non ufficialmente al trasporto truppe, a bordo i militari trasportati erano 379. la maggior parte dei quali appartenenti alla Brigata Sassari: 129 di essi persero la vita nelle acque gelide a 20 km da Golfo Aranci (a poca distanza da Capo Figari), mentre i civili scomparsi furono 47 e gli uomini della Marina Mercantile dell' equipaggio 63. Si salveranno in 185, molti dei quali a nuoto. 

La Germania, ormai prossima allo strangolamento economico, aveva decretato la guerra sottomarina indiscriminata dal 31 gennaio dell'anno prima. Tuttavia ad alcuni sembrava che esistesse una sorta di "tacito accordo" perché il Nord Ovest dell'Isola venisse risparmiato dai tedeschi. Così si pensava anche per la tratta Civitavecchia-Golfo Aranci, che assicurava anche la corrispondenza ai prigionieri austriaci detenuti all'Asinara. 

Forse perché l'ammiraglio Von Tirpitz, approdato a suo tempo ad Alghero vi si era a lungo trattenuto sposando una signora olandese ivi residente, grazie alla dote della quale Von Tirpitz (il grande promotore dell'armamento navale e sottomarino tedesco prima della Grande guerra) aveva proprietà in Sardegna, proprio da quelle parti. 

Case ad Alghero, terreni e (almeno) una miniera; dalla quale anni fa il giornalista sassarese de "La Nuova Sardegna" e della RAI Bruno Merella -che si è già occupato a suo tempo sia del "Tripoli" che del libro di cui stiamo parlando- mandò un servizio proprio su questo argomento. C'è da ricordare anche che l'Italia (dove nelle alte sfere esisteva un influente partito filo-tedesco), in guerra con l'Austria dal 1915, entrerà in Guerra con la Germania solo a fine agosto del 1916. 

Ma ci risulta anche che Von Tirpitz si fosse dimesso e fosse stato sostituito e spostato ad altro incarico già nel marzo del 1916. Cioè qualche mese prima che l'Italia dichiarasse guerra alla Germania. Quanto alle proprietà sarde di Von Tirpitz sembra che siano state requisite, non subito dopo l'affondamento del "Tripoli" (avvenuto nel 1917 peraltro davanti alla costa nord-orientale della Sardegna), come qualcuno ha scritto, ma a fine guerra nel 1918.

Ai tempi, vista la scarsa autonomia dei sottomarini correva  pure la voce che nella zona nord-ovest della Sardegna esistesse o fosse esistita una base tedesca per sottomarini fissa o mobile. 

Le fasi del naufragio del "Tripoli", durato almeno 4 ore, come pure dei lacunosi interventi di salvataggio, sono descritte nel libro piuttosto accuratamente e non manca un resoconto delle interpellanze dei deputati sardi al riguardo. Quanto ai militari sopravvissuti al contrario dei loro commilitoni "scomparsi in mare" (l' equivalente dei "dispersi" in terra), diversi di essi, presentatisi alle caserme in ritardo oltre i 5 giorni stabiliti, furono inizialmente presi per disertori e alcuni dovettero anche sopportare un processo prima di essere liberati da questo incubo. 

Nel 2004 succederà che le ricerche del cacciamine Vieste della Marina Militare porteranno all'individuazione del relitto.

Fra gli eroi di questa tragedia, tutti menzionati dall'autore, ricordiamo:il radiotelegrafista Carlo Garzia, annegato per essere rimasto a trasmettere il suo SOS fino alla fine e il vicebrigadiere dei carabinieri Angelino Anedda, tornato dentro la nave per recuperare vestiti per delle donne semi-assiderate che si trovavano su di una zattera non ancora calata in mare. 

Questo libro è piuttosto agile e apre (note comprese) diversi scenari meritevoli di approfondimento storico e giornalistico. Per i ricercatori: il fatto è documentato nella busta 16/2,fila R/51, Archivio di Stato di Sassari. Ringrazio per l'aiuto il giornalista Bruno Merella e il già direttore del Museo storico della Brigata Sassari, col. Mauro Scorzato.


"Polizie Speciali - Dal fascismo alla repubblica"", di Vittorio Coco, edizioni Laterza 2017 - Recensione di Mauro Scorzato

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