martedì 19 marzo 2019

La crudele amicizia fra tedeschi e italiani. . Frederick William Deakin, "La repubblica di Salò", 1962. - Einaudi




di Ettore Martinez





C'è da dire subito che, a dispetto del titolo italiano, la parte dedicata al fascismo repubblicano (la cosiddetta RSI, 1943 settembre - 1945 aprile) rappresenta soltanto una parte, quella finale, neanche la più cospicua, del testo. Il suo titolo originale invece, "La brutale amicizia" è assai più indicativo del contenuto, o meglio del taglio interpretativo che Deakin assegna alla sua ricostruzione storica facendo larghissimo uso di documenti scritti e di testimonianze uscite su libri e giornali, soprattutto italiani, nel secondo dopoguerra. In altri termini qui si parla dell' Asse, cioè dell'alleanza politico militare Italo-tedesca. Brutale amicizia, perché come a partire dall'estate del 1942 cominciano ad arrivare per tedeschi e italiani le cocenti sconfitte in Africa e Russia, l'atteggiamento tedesco è sempre più duro nei confronti del suo sempre più fragile alleato italiano. Dopo la famosa ultima riunione del Gran Consiglio del Fascismo del 24-25 luglio 1943 e il successivo arresto del Duce da parte dei Carabinieri per ordine del Re, poi, abbiamo un crescendo drammatico di asservimento fascista al nazismo che culminerà nella fosca atmosfera della RSI e nei reciproci tradimenti finali.

Questo libro è ormai datato e in certe parti anche superato e incompleto; per esempio su Galeazzo Ciano offre una ricostruzione estremamente incompleta degli eventi che portarono al suo sequestro a opera dei tedeschi. Altre parti ancora sono state decisamente meglio trattate da altri autori. Ciononostante le sue centinaia di pagine sono una miniera assai istruttiva non solo di informazioni storiche (fra l'altro, oltre alle note e alle citazioni sono presenti alcune appendici documentarie di grande interesse) ma anche di acute osservazioni di carattere militare, politico e diplomatico. Senza niente perdere in termini di acribia e scientificità Deakin fa proprio il richiamo di Dilthey all'Erlebnis, all'immedesimazione storica per la quale un evento e un contesto storico sono comprensibili solo se ci si cala nell'insieme dei valori e nell'orizzonte di senso dei protagonisti. 

L'analisi psicologica quindi serpeggia per questo libro fra rapporti diplomatici, resoconti di riunioni militari e narrazioni di eventi politici; e non mancano dei bozzetti suggestivi come quello che il Generale Rommel traccia di Mussolini dopo un colloquio con il Duce: non è un vero romano, annota, per quanto si sforzi, ma un grande attore.

martedì 19 febbraio 2019

"L'affondamento del Tripoli" di Alessandro Valsecchi


di Ettore Martinez


Enrico Alessandro Valsecchi è l'autore dell'ormai quasi introvabile "L'affondamento del Tripoli" (ediz. Frilli, Genova) nel quale viene ricostruito il siluramento, da parte di un sommergibile tedesco U-Boot, del piroscafo "Tripoli". 

Il fatto avvenne nella notte tra il 17 e il 18 marzo 1918. Per quanto la nave fosse adibita al trasporto postale e quindi non ufficialmente al trasporto truppe, a bordo i militari trasportati erano 379. la maggior parte dei quali appartenenti alla Brigata Sassari: 129 di essi persero la vita nelle acque gelide a 20 km da Golfo Aranci (a poca distanza da Capo Figari), mentre i civili scomparsi furono 47 e gli uomini della Marina Mercantile dell' equipaggio 63. Si salveranno in 185, molti dei quali a nuoto. 

La Germania, ormai prossima allo strangolamento economico, aveva decretato la guerra sottomarina indiscriminata dal 31 gennaio dell'anno prima. Tuttavia ad alcuni sembrava che esistesse una sorta di "tacito accordo" perché il Nord Ovest dell'Isola venisse risparmiato dai tedeschi. Così si pensava anche per la tratta Civitavecchia-Golfo Aranci, che assicurava anche la corrispondenza ai prigionieri austriaci detenuti all'Asinara. 

Forse perché l'ammiraglio Von Tirpitz, approdato a suo tempo ad Alghero vi si era a lungo trattenuto sposando una signora olandese ivi residente, grazie alla dote della quale Von Tirpitz (il grande promotore dell'armamento navale e sottomarino tedesco prima della Grande guerra) aveva proprietà in Sardegna, proprio da quelle parti. 

Case ad Alghero, terreni e (almeno) una miniera; dalla quale anni fa il giornalista sassarese de "La Nuova Sardegna" e della RAI Bruno Merella -che si è già occupato a suo tempo sia del "Tripoli" che del libro di cui stiamo parlando- mandò un servizio proprio su questo argomento. C'è da ricordare anche che l'Italia (dove nelle alte sfere esisteva un influente partito filo-tedesco), in guerra con l'Austria dal 1915, entrerà in Guerra con la Germania solo a fine agosto del 1916. 

Ma ci risulta anche che Von Tirpitz si fosse dimesso e fosse stato sostituito e spostato ad altro incarico già nel marzo del 1916. Cioè qualche mese prima che l'Italia dichiarasse guerra alla Germania. Quanto alle proprietà sarde di Von Tirpitz sembra che siano state requisite, non subito dopo l'affondamento del "Tripoli" (avvenuto nel 1917 peraltro davanti alla costa nord-orientale della Sardegna), come qualcuno ha scritto, ma a fine guerra nel 1918.

Ai tempi, vista la scarsa autonomia dei sottomarini correva  pure la voce che nella zona nord-ovest della Sardegna esistesse o fosse esistita una base tedesca per sottomarini fissa o mobile. 

Le fasi del naufragio del "Tripoli", durato almeno 4 ore, come pure dei lacunosi interventi di salvataggio, sono descritte nel libro piuttosto accuratamente e non manca un resoconto delle interpellanze dei deputati sardi al riguardo. Quanto ai militari sopravvissuti al contrario dei loro commilitoni "scomparsi in mare" (l' equivalente dei "dispersi" in terra), diversi di essi, presentatisi alle caserme in ritardo oltre i 5 giorni stabiliti, furono inizialmente presi per disertori e alcuni dovettero anche sopportare un processo prima di essere liberati da questo incubo. 

Nel 2004 succederà che le ricerche del cacciamine Vieste della Marina Militare porteranno all'individuazione del relitto.

Fra gli eroi di questa tragedia, tutti menzionati dall'autore, ricordiamo:il radiotelegrafista Carlo Garzia, annegato per essere rimasto a trasmettere il suo SOS fino alla fine e il vicebrigadiere dei carabinieri Angelino Anedda, tornato dentro la nave per recuperare vestiti per delle donne semi-assiderate che si trovavano su di una zattera non ancora calata in mare. 

Questo libro è piuttosto agile e apre (note comprese) diversi scenari meritevoli di approfondimento storico e giornalistico. Per i ricercatori: il fatto è documentato nella busta 16/2,fila R/51, Archivio di Stato di Sassari. Ringrazio per l'aiuto il giornalista Bruno Merella e il già direttore del Museo storico della Brigata Sassari, col. Mauro Scorzato.


martedì 15 gennaio 2019

I Carabinieri in Sardegna - di Alessandra Argiolas



di Alessandra Argiolas


I Carabinieri in Sardegna.


Con la regia patente del 12 ottobre 1822, il re Carlo Felice stabilì che dal 1° gennaio 1823 il Corpo dei Cacciatori Reali di Sardegna venisse incorporato in quello dei Carabinieri Reali di Sardegna.
La nuova forza che andava a stanziarsi nell’isola doveva articolarsi in due Divisioni, una a Cagliari e l’altra a Sassari, 5 Compagnie, 12 Luogotenenze e 57 Stazioni.
Un successivo provvedimento del 22 luglio 1823 fissò in 550 il numero dei militari da destinare in Sardegna: 25 ufficiali e 525, tra sottufficiali e carabinieri, di cui 100 a piedi e 425 a cavallo.
Le divisa, di colore turchino, consisteva in una giubba a falde lunghe con cordelline bianche, alamari e bottoni d’argento sul davanti, pantaloni di lana per l’inverno e di nanchino per l’estate; la completava un cappello a due punte laterali su cui spiccava un pennacchio di piuma liscia e sulle falde la granata con la fiamma che diverrà nel tempo il distintivo dell’Arma.
Il comando delle Divisioni venne affidato al colonnello Luigi Richeri di Monticheri che stabilì il suo quartiere generale a Cagliari, in un vecchio e malandato edificio, situato in Santa Croce, di cui l’alto ufficiale ebbe a lamentarsi perchè privo di camera di sicurezza e con una angusta camera di disciplina.
Non furono poche le difficoltà che il nuovo Corpo incontrò per potersi organizzare nel territorio, anche a causa della scarsa disponibilità di alloggi, soprattutto nei piccoli centri, dove sistemare le Stazioni. Quando si riusciva a trovare una qualche sede, questa era per lo più in condizioni disastrose.
Nel giro di pochi anni però la consistenza dell’organico andò via via assottigliandosi: i conflitti a fuoco con i banditi, l’imperversare della malaria e la decisione di sottrarre uomini al contingente impegnato nell’isola, ridussero il numero dei Carabinieri presenti nel territorio a 367, tra i quali se ne contavano 88 tra ammalati, piantoni e scritturali.
La prima fase di attività in Sardegna del Corpo dei Carabinieri si avviava al suo epilogo. Con la regia patente del 9 febbraio 1832 furono soppresse le Divisioni di Cagliari e Sassari.
L’ultimo contingente lasciò l’isola alla fine dell’aprile 1833. Il controllo della criminalità venne affidato al corpo dei Cavalleggeri di Sardegna.
Bisognerà attendere il 1841 anno in cui con il regio decreto del 29 novembre, il governo piemontese decise di ripristinare le due Divisioni soppresse ed inviare un nuovo contingente di Carabinieri in Sardegna. Si trattava di un numero piuttosto esiguo, appena 17 sottufficiali e 24 militari: i cosìdetti Carabinieri Veterani. Erano uomini in età avanzata e malandati che non davano sufficienti garanzie sull’esito delle operazioni di controllo e di repressione della delinquenza che si presentava sempre più rinvigorita. La legge dell’11 luglio 1852 sopprimeva anche questa forza.
L’opinione pubblica reclamava il ritorno dei Carabinieri in Sardegna la cui fama era accresciuta in seguito al loro valoroso comportamento nella battaglia di Pastrengo, episodio saliente del Risorgimento italiano.
Con il decreto del 21 aprile 1853 veniva istituito il Corpo dei Carabinieri Reali di Sardegna, composto da 32 ufficiali e 823 uomini, 500 dei quali a cavallo, ripartito in due Divisioni (Cagliari e Sassari), 6 Compagnie, 12 Luogotenenze e 114 Stazioni, e al comando del colonnello sassarese Antonio Massidda.
Il Corpo veniva assimilato ai Carabinieri di Terraferma, ma dotato di un ordinamento autonomo. L’uniforme era quella dei Cavalleggeri di Sardegna: giubbotto turchino scuro, pantaloni e berretto celesti.
Solo con l’Unità d’Italia si arriverà al potenziamento dell’Arma ed alla sua progressiva estensione a tutto il Regno. Il 24 gennaio 1861 venivano create 13 Legioni Territoriali ed una di Allievi con sede a Torino.
Il 16 agosto 1861 si istituiva definitivamente la Legione di Cagliari, che «porta il numero tre». Essa si articolava nelle due Divisioni di Cagliari e di Sassari.
Scompariva così il Corpo Carabinieri Reali di Sardegna e l’Arma ebbe da allora un assetto unitario in tutto il territorio italiano.
Alessandra Argiolas


Stupinigi, 16 ottobre 1822. Il re Carlo Felice ordina che a partire dal 1 gennaio 1823 il Corpo dei Cacciatori Reali di Sardegna sia incorporato in quello dei Carabinieri Reali e si costituiscano le Divisioni di Cagliari e Sassari.
Archivio di Stato di Cagliari, Atti amministrativi e governativi.

Cagliari, 6 febbraio 1823. Il comandante del Corpo dei Carabinieri Reali del Regno di Sardegna, colonnello Richeri, invia al viceré l’elenco nominativo degli ufficiali presenti a Cagliari al 1° febbraio 1823 con il prospetto dei relativi stipendi annuali e mensili.
Archivio di Stato di Cagliari, Segreteria di Stato e di Guerra.

Cagliari, 4 marzo 1823. Il viceré del Regno di Sardegna, Giuseppe Maria Galleani D’Agliano, emana un pregone con il quale rende noti i provvedimenti del re Carlo Felice relativi al Corpo dei Carabinieri Reali, tra i quali la regia patente del 12 ottobre 1822, contenente le norme circa l’istituzione, le prerogative, la composizione, il reclutamento, le attribuzioni, le gratificazioni e le indennità spettanti all’Arma.
Archivio di Stato di Cagliari, Atti amministrativi e governativi.

Rapporto periodico della Luogotenenza di Sassari sui fatti successi tra il 10 e il 13 maggio 1823.
Archivio di Stato di Cagliari, Segreteria di Stato e di Guerra.

Cagliari 10 giugno 1823. Il Comando delle Divisioni del Corpo dei Carabinieri Reali inoltra al viceré il resoconto degli avvenimenti accaduti nella prima decade del mese di Giugno, tra cui alcuni fatti di sangue a Orgosolo e nel Supramonte.
Archivio di Stato di Cagliari, Segreteria di Stato e di Guerra.

Govone, 22 luglio 1823. Il re Carlo Felice dispone che venga aumentato il numero dei Carabinieri a cavallo e siano complessivamente 550 gli uomini in forza alle due Divisioni del Regno di Sardegna.
Archivio di Stato di Cagliari, Atti amministrativi e governativi

Cagliari, 14 novembre 1823. Estratto matricolare di Domenico Franchini di La Maddalena, classe 1795, maresciallo d’alloggio, ucciso il 7 settembre 1823 da alcuni malviventi nelle campagne di Tempio, mentre si recava con una pattuglia a Santa Teresa di Gallura per assistere e mantenere l’ordine durante lo svolgimento di una festa che si teneva in quel villaggio. Il Franchini, sposato da appena un anno, lasciava la moglie incinta di tre mesi.
Archivio di Stato di Cagliari, Segreteria di Stato e di Guerra.

Resoconto trimestrale degli arresti effettuati dai Carabinieri delle Divisioni nel periodo gennaio-marzo 1824.
Archivio di Stato di Cagliari, Segreteria di Stato e di Guerra.

Genova, 7 maggio 1824. Il re Carlo Felice emana dei provvedimenti economici (soprassoldo anticipato) a favore dei Brigadieri e dei Carabinieri che, allo scadere del loro primo reclutamento, intendono rimanere nell’Arma per altri 5 anni.
Archivio di Stato di Cagliari, Atti amministrativi e governativi.

Cagliari, 21 dicembre 1824. Il colonnello Richeri trasmette al viceré l’elenco degli ufficiali delle Divisioni che, secondo quanto disposto dall’articolo 5 del Regolamento di disciplina militare, devono prestare giuramento di fedeltà al re.
Archivio di Stato di Cagliari, Segreteria di Stato e di Guerra.

Cagliari, 1 agosto 1825. Il colonnello Richeri presenta lo stato della forza del Corpo dei Carabinieri esistente in ogni Stazione delle Divisioni di Cagliari e di Sassari e gli ufficiali componenti lo Stato Maggiore
Archivio di Stato di Cagliari, Segreteria di Stato e di Guerra.

Cagliari, 3 giugno 1831. Il colonnello Richeri informa il vicerè che gli ufficiali, i sottufficiali ed i carabinieri delle Stazioni hanno giurato fedeltà al re Carlo Alberto.
Archivio di Stato di Cagliari, Segreteria di Stato e di Guerra.

Cagliari, 3 agosto 1831. Il colonnello Richeri, rispondendo alla richiesta di un aspirante carabiniere, é del parere che gli uomini di questo Corpo debbano rimanere celibi e precisa che, in base all’articolo 488 del Regolamento generale, potrebbero sposarsi solo se la futura moglie, oltre ai buoni costumi, dimostrerà di possedere una dote di almeno 5.000 lire nuove.
Archivio di Stato di Cagliari, Segreteria di Stato e di Guerra.

Torino, 9 febbraio 1832. Il re Carlo Alberto emana una patente regia con cui modifica l’ordinamento del Corpo dei Carabinieri Reali, sopprime l’Ispezione Generale dell’Arma e le due Divisioni di Sardegna.
Archivio di Stato di Cagliari, Atti del Governo.

Cagliari, 21 marzo 1832. Il maggiore Giacinto Cottalorda, comandante interinale le Divisioni transitorie dei Carabinieri, fa presente al vicerè che Giovanni Porru non può essere riammesso in servizio per la sua condotta.
Archivio di Stato di Cagliari, Segreteria di Stato e di Guerra.

Cagliari, 27 marzo 1832. Il comandante Cottalorda comunica al vicerè che, dopo aver assunto le dovute informazioni, non esiste alcun impedimento all’arruolamento di Matteo Muzzetto di Tempio
Archivio di Stato di Cagliari, Segreteria di Stato e di Guerra.

Cagliari, 5 aprile 1832. Attestato di servizio del carabiniere Giuseppe Pizzorno, rilasciato alla vedova Francesca Debernardi.
Archivio di Stato di Cagliari, Segreteria di Stato e di Guerra.

Cagliari, 4 giugno 1832. Il comandante Cottalorda comunica al viceré che è stata accolta la richiesta di congedo inoltrata dall’appointé a cavallo Michele Cortazza, in servizio presso la Stazione di Cagliari.
Archivio di Stato di Cagliari, Segreteria di Stato e di Guerra.

Cagliari, 17 marzo 1833. Il comandante Cottalorda invia al viceré il resoconto dei fatti criminali accaduti in Sardegna nel mese di Marzo.
Archivio di Stato di Cagliari, Segreteria di Stato e di Guerra.

Torino, 21 aprile 1853. Il re Vittorio Emanuele II emana un decreto con cui istituisce ed organizza il Corpo dei Carabinieri Reali di Sardegna.
Archivio di Stato di Cagliari, Atti del Governo.


venerdì 11 gennaio 2019

"Damnatio ad metalla" - Storie di prigionieri austro-ungarici in Sardegna durante la prima guerra mondiale



di Ettore Martinez


Una pagina di Storia regionale strettamente connessa a quella italiana ed europea è quella dei prigionieri austro-ungarici e tedeschi detenuti in Sardegna. Per essi le condizioni di vita furono tutt'altro che facili. A cominciare dal loro arrivo all'Asinara a ondate, a migliaia, dall'agosto del 1915 con successiva fortissima accelerazione a partire dal dicembre dello stesso anno. A seguito dell'evacuazione dal porto di Valona delle migliaia di prigionieri che l'esercito serbo si era tirato dietro durante la sua ritirata (che per i prigionieri fu piuttosto una vera e propria "marcia della morte"). Fra questi divampava il colera. Come ha illustrato il col. Scorzato nel corso di una conferenza tenuta tempo fa (13 aprile 2018) sull'argomento presso la Biblioteca di Poggio dei pini (Capoterra, CA), si trattò della prima operazione umanitaria dell' Esercito italiano. Ora la storia della Sardegna sin da tempi remoti è stata sempre anche storia di miniere e Giorgio Madeddu vi inserisce con virile compassione anche quella dei prigionieri di guerra nostri nemici che furono destinati ad una loro specifica vera e propria "damnatio ad metalla". Questo libro, come sostenuto nella ricca introduzione storica di Stefano Pira, è anche un libro di grande umanità. In questo ambito morale trova posto, en passant, anche la sportiva rievocazione della fuga romanzesca di un gruppetto di astuti ufficiali austriaci. Essendo in piena ripresa il settore minerario e quello carbonifero per via delle esigenze belliche ed essendo carente la manodopera, in gran parte richiamata alle armi, si pensò dopo molte esitazioni e perplessità, di fare ricorso ai prigionieri di guerra. Qui veramente Madeddu ci apre in sovrapposizone interattiva fra di loro una serie di inaspettati spaccati di storia militare, politica, economica e materiale. Non tutti i prigionieri austro-ungaici finirono a lavorare nei giacimenti: molti di loro vennero impiegati in opere pubbliche, in agricoltura e addirittura in servizio presso privati. In generale le nostre comunità rurali,
quando non restarono indifferenti alla loro presenza, trovarono con essi un modus vivendi basato sul rispetto reciproco e anche sull'accoglienza ospitale. Veniamo così a sapere molte cose sulle modalità della loro prestazione d'opera, regolata da convenzione internazionale, su quanto percepissero per il loro lavoro, sulla corrispondenza che intrattenevano con i familiari, etc.. Madeddu ci racconta insomma molte cose sulla loro vita e sulla loro frequente morte. Il contesto è soprattutto quello dei bacini minerari sardi, con i loro problemi di gestione e organizzazione, con i rapporti che intrattengono con l'apparato burocratico dello Stato,etc. Ma l'autore, di questi prigionieri dell'Imperial-regio esercito austro-ungarico (fatto anche di polacchi, cechi, italiani, etc.) ci racconta anche, finché può, il destino post mortem, le modalità e i luoghi di sepoltura. Il libro, ricco di bellissime e nitide foto a colori comprende un'appendice ricca di tavole contenenti dati e statistiche. Si tratta quindi di un volume seriamente realizzato, di letteratura scientifica, che apre la strada -come auspicato dall'autore- ad altri lavori sull'argomento. Madeddu, sicuramente equanime nella
sua trattazione, ha anche modo di sottolineare la diligenza con la quale l'Italia volle rispettare attentamente le norme stabilite circa il trattamento dei prigionieri di guerra. L'apprezzamento della Croce nera austriaca a questo suo lavoro, insieme a tante iniziative bilaterali, giunge quindi oltre che gradito, bene a proposito.
Giorgio Madeddu, "La damnatio ad metalla – storie di prigionieri dell'impero austro-ungarico nella Sardegna della prima guerra mondiale" 2018, ediz. Gaspari, collana "Leggiamo la grande guerra", pp. 191, € 24,00.

venerdì 14 dicembre 2018

La "decimazione" della Brigata Sassari nella ricostruzione storica di Lorenzo Cadeddu


di Ettore Martinez

L' "Accabadora" di Michela Murgia, come è noto, è un romanzo, quindi un'opera letteraria di grande successo ispirata a un mito che però a molti ha fatto credere che questa antica figura femminile dispensatrice di eutanasia a colpi di mazzuola sul cuore o sul capo del malato terminale sia effettivamente esistita. Eppure sembra che gli ultimi studi accurati sull'argomento abbiano demolito questo mito sul piano storico -senza con ciò niente togliere all'opera letteraria. Allo stesso modo la descrizione romanzata, contenuta nel film antimilitarista "Uomini contro" (1970) di Francesco Rosi, dei fatti di monte Zebio sull'altopiano di Asiago che hanno visto coinvolto un reparto della Brigata Sassari, ricostruzione ispirata al racconto che ne fa Emilio Lussu, è stata per decenni considerata storicamente veritiera. I fatti in sintesi. Una compagnia di sassarini si trovava rifugiata il 10 giugno del 1917 in una grotta perché la linea veniva fatta segno a bombardamento in attesa di andare all'attacco. Era soprattutto "fuoco amico", sembrerebbe proveniente da artiglierie alleate francesi, insistito e massiccio. Su di esso non si è mai indagato. I soldati preferiscono, nonostante gli ordini, abbandonare il rifugio, che dà vistosi segni di cedimento, uscirne e andare a rifugiarsi in un avvallamento contiguo. Un maggiore che comandava il battaglione e che stava in una grotta vicina, informato della cosa, ne pretende la decimazione per ammutinamento. Seguono fasi concitate con gli ufficiali inferiori che si rifiutano di assecondarlo e il sopraggiungere di altri uomini inviati dal Comando di reggimento. Siccome il maggiore dà segni di squilibrio e non vuole sentire ragioni, nessuno gli obbedisce; apre allora il fuoco con la sua pistola su alcuni soldati freddandone uno e ferendone un altro. Viene poi, a sua volta ucciso. L'episodio è raccontato, con i nomi delle persone e della compagnia cambiati ma riconoscibili, da Emilio Lussu ne "Un anno sull'Altopiano" (1936/37). Il col. Lorenzo Cadeddu ha voluto dimostrare con questo suo libro che mentre Lussu ha raccontato i fatti in maniera corretta, Rosi li ha invece piegati agli intenti antimilitaristi del suo film. La pellicola ha una sua coerenza argomentativa e si spiega anch'essa nel suo contesto immediatamente successivo a piazza Fontana (Dicembre 1969); è un film che intende denunciare le crudeltà e le assurdità della guerra e ci riesce bene - ma non è certamente un resoconto storico fedele di quegli avvenimenti. Infatti sul monte Zebio non ci fu nessuna decimazione. Ci fu però, dopo i fatti, un processo militare del quale Lussu nel suo libro non parla. Di questo processo il col. Cadeddu invece ha recuperato non senza difficoltà la sentenza (tutti gli atti processuali di questo genere,eccettuate le sentenze, per disposizione superiore furono distrutti) e ha ovviamente svolto accurate indagini storiche. La sentenza mandò, e per quei tempi non era poco, tutti assolti: il maggiore era stato ucciso dai suoi stessi uomini perché fuori di sé, aveva già sparato su di loro uccidendone uno e ferendone un altro, stava ricaricando l'arma per sparare ancora, rappresentava per la truppa un pericolo; si trattò di legittima difesa. Il libro, denso e agile nello stesso tempo, contiene alcune schede personali una delle quali è dedicata al Generale Andrea Graziani, il tristemente famoso fucilatore della ritirata di Caporetto. Vi troviamo anche riportate delle testimonianze, una delle quali inedita; ed è corredato di un'appendice contenente documenti originali di notevole interesse per gli appassionati di Storia.

martedì 11 dicembre 2018

Perché questo blog


Il mondo storico può essere "rivissuto" (ted. erlebt) dal soggetto che lo conosce, il che non accade per il mondo naturale.” 
 Wilhelm Dilthey (1833 - 1911).

Qualunque sia il nostro orientamento politico, le strutture e le operazioni militari fanno parte integrante dello studio della Storia. Per quanto riguarda la Brigata Sassari, esiste sicuramente un forte legame, anche tradizionale, fra questa formazione militare e la gente sarda -e non solo perché i reduci della '15-'18 andavano a votare in plotoni e hanno dato vita al Sardismo. Gioverà sempre ricordare che tutti speriamo sempre di non dovere mai vivere la terribile esperienza della guerra. In ciò siamo e restiamo umili allievi di Erasmo da Rotterdam.

Sembra necessario valutare gli eventi di Caporetto e in generale tutta la Grande Guerra tenendo presenti valori, mentalità e orizzonti di senso del periodo. Non per sposarle acriticamente ma per non sovrapporci il nostro modo di pensare di adesso. Per capire, quindi -e imparare.

Le considerazioni che propongo hanno a che vedere con il modo che noi italiani abbiamo di rapportarci alla Storia del secolo XX. Chiaramente non si vuole qui pervenire ad un giustificazionismo acritico ma semplicemente esaminare storicamente anche la successiva storiografia dei fatti e delle interpretazioni.

L’ "Erlebnis" di Dilthey è appunto il vissuto di coscienza grazie al quale è possibile immedesimarsi nella mentalità e nei suoi riferimenti, cioè nei Valori che danno significato alla vita in un determinato momento storico. Al di fuori del sistema di Valori di una data epoca risulta impossibile cogliere pienamente azioni storiche, che risultano essere decisamente poco comprensibili alla luce dei nostri. La Psicologia diventa così per Dilthey, fondatore dello Storicismo tedesco, scienza ausiliaria della Storia. Ovviamente i valori sono relativi al loro contesto: per Dilthey quindi non esistono valori assoluti e anche quelli del presente sono destinati a tramontare.

Molti italiani hanno ancora difficoltà ad ammettere che il nostro Paese, come tutti gli altri, ha necessità di una Difesa -e che questa (oltre ad avere rilevanza costituzionale) ha le sue tradizioni. Le ragioni di ciò sono in gran parte storiche: il fascismo è arrivato al potere egemonizzando la memoria della grande Guerra. Qualcuno ricorderà la frase di Mussolini al re dopo la marcia su Roma: "Maestà vi porto l'Italia di Vittorio Veneto", come pure che per tutta una serie di motivi, militari e reduci finirono letteralmente fra le braccia del fascismo. Con il fascismo al potere e la disastrosa Seconda Guerra Mondiale questo fatto si è aggravato e nel secondo dopoguerra, con la Guerra Fredda, si sono condensate e in parte separate, da un lato improprie egemonizzazioni della tradizione patriottico-militare, dall'altro di quella democratico-resistenziale. Nel suo ridicolizzare la retorica e il formalismo, l'onda lunga del Sessantotto ha finito per gettar via il bambino con l'acqua sporca. Adesso però ci accorgiamo della necessità di una operazione di sintesi storica e d'identità collettiva che attui un superamento delle precedenti calcificazioni. Tanto più necessaria perché la nostra Società sta vivendo un brutto momento di crisi dei Valori. E se è vero che questi sono sempre relativi, come ben avevano capito Nietzsche e poi Dilthey- senza di essi non si può decentemente vivere..



"Polizie Speciali - Dal fascismo alla repubblica"", di Vittorio Coco, edizioni Laterza 2017 - Recensione di Mauro Scorzato

Vittorio Coco, “POLIZIE SPECIALI “, ediz. Laterza 2017, recensione  di Mauro Scorzato Il volume scritto da Vittorio Coco ricercatore di Stor...