venerdì 8 dicembre 2023

I Mille di Bandi, una recensione di Mauro Scorzato


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Giuseppe Bandi , l’estensore de “I Mille” è il classico toscano dell’800. Nella sua biografia si legge che fu laureato in Giurisprudenza ma non praticò mai,e che da buon repubblicano e mazziniano, dopo la galera di prammatica, preferì arruolarsi subito in un battaglione di volontari toscani (erano quelli tempi in cui gli studenti non irridevano i militari ma ne traevano esempio) per poi transitare nell’esercito dei Savoia (allora Armata Sarda) dopo l’annessione del Granducato.

Durante la sua prima esperienza militare ebbe a conoscere Garibaldi, di cui subito si innamorò, subendone il fascino nel modo in cui solo un uomo d’azione può subirlo. Infatti alla prima occasione preferì abbandonare L’Armata Sarda per l’avventura che lo vide, al fianco del suo leader, portare forse la più grande delle vittorie alla casata per la quale non avrebbe dovuto avere grandi simpatie. La narrazione dell’avventura dei “Mille” avviene, per sua stessa ammissione, in forma memorialistica ma, assai spesso, fa riferimento a fatti e conversazioni di cui gli venne riferito da persone, come egli stesso le definisce, “a me fidate”.

Il ritratto che ne esce dell’impresa dei Mille è senz’altro il ritratto dei personaggi che la condussero, al di là di tutte le difficoltà e di tutte le volontà avverse, di una fede ferrea che oggi, affetti come siamo dal relativismo filosofico, ci risulta incomprensibile. Smontati tutti gli dèi, con un anticlericalismo acerrimo, ma che non disdegna di assorbire quei religiosi che credano anch’essi nella causa ( all’arrivo in Sicilia tutti gli ordini religiosi, con particolare riferimento ai gesuiti, furono sciolti col primo editto), l’unica vera religione diventa la riuscita dell’impresa.

Invano il lettore cercherà dettagli militari che possano spiegare come una masnada di personaggi male in arnese, male armati, con un addestramento approssimativo, scarsi di tutto tranne che di nemici siano riusciti a sbaragliare uno degli eserciti meglio equipaggiati ed addestrati del tempo nella penisola. Ricordiamo infatti che l’esercito Borbonico fu il primo a praticare il tiro mirato anziché le “volate”, cosa di cui anche il nostro farà le spese. Sembra che tutto possa essere risolto con una carica furiosa, con una mischia feroce purché benedetta dalla presenza dell’Eroe dei due Mondi, divinizzato,ancor più che ammirato per le sue capacità di condottiero.

Solo con l’apparire di Mazzini, che ricorda a Bandi, repubblicano della prima ora, che Vittorio Emanuele II rimane pur sempre un sovrano, la fede comincia a mostrare qualche timida crepa subito ricoperta dallo stucco della fiducia sull’unità del Paese.

Solo verso la fine del libro alle formazioni garibaldine si affiancano le più ordinate e disciplinate unità dell’Armata Sarda, che in fondo snobbano (quando non proprio disprezzano) quei militari fai-da-te indisciplinati, scalcagnati ma costantemente pronti al combattimento. Pur sapendo che alla fine quelle strane figure in camicia rossa sarebbero state assorbite in quello che diverrà dopo il 1861 il Regio Esercito Italiano e sarebbero quindi ritornati ad essere “colleghi”, gli ufficiali sabaudi trovavano forse più affinità con gli sconfitti ufficiali borbonici che con quegli ufficiali parte raccolti dalla politica senza alcuna cultura militare, parte addirittura disertori dell’Armata Sarda. Rimane interessante vedere con quanta allegria venisse interpretata la diserzione a quei tempi, quando solo pochi anni dopo i disertori fronteggeranno i plotoni d’esecuzione e non a caso viene spesso citato come esempio Giovanni delle Bande nere, al secolo Giovanni de’Medici, noto Capitano di ventura).

Solo chi ha conosciuto forse più nel dettaglio la Storia dell’Esercito Italiano vedrà la nascita di quei caratteri che da allora fino ad oggi lo caratterizzeranno; da un lato gli ufficiali “sabaudi” ligi all’autorità costituita, e vicini al potere che genereranno negli anni personaggi quali Badoglio e Diaz, dall’altra i “garibaldini” che nel proseguo diverranno gli Arditi nella Prima Guerra Mondiale o gli ufficiali coloniali e le forze speciali italiane che tanto diedero filo da torcere agli anglo americani nella Seconda guerra mondiale.

Il Bandi alla fine diverrà giornalista, fonderà il quotidiano di Livorno “il Telegrafo” (che oggi si chiama “il Tirreno”). Utilizzò tutte le energie fisiche e morali per continuare a difendere quell’ideale di Italia, anche senza rifuggire da quei compromessi che nel divenire di quegli anni si rendevano necessari per perseguire il suo fine ultimo. Come tutti gli idealisti di quel tempo, gli occhi rimanevano fissi sul fine e come dirà qualcuno se mantenendo gli occhi sul fine si calpesta qualcosa di sporco, pazienza.

Terminerà la sua vita accoltellato a morte da due anarchici per la strenua difesa dei valori del Risorgimento che aveva condotto dalle colonne del suo giornale: chi prima di assassinarlo, lo aveva minacciato di morte non aveva capito il calibro dell’uomo che aveva di fronte. Se le pagine del suo libro hanno descritto la sua personalità fedelmente, non avrebbe voluto morire in nessun altro modo.

Mauro Scorzato


domenica 23 luglio 2023

"Hitler’s U-Boat war" di Clay Blair. Recensione di Antonio Ruscazio.


 

Clay Blair (1925 – 1998)                                                                                                      Hitler’s U-Boat war

Vol I – The Hunters                                                                                                                  Vol. II – The Hunted

Ed. 1997

Grazie alla generosità dell’amico Ettore sono entrato in possesso dell’ edizione cartonata di questi volumi, testi che rappresentano, a parte quelli ufficiali, uno tra i più completi resoconti della guerra sottomarina condotta dalla Kriegsmarine (citata, solo di sfuggita, la Regia Marina) contro gli Alleati nella IIa G.M.

Quella che W. Churchill, abilissimo oratore e propagandista, definì la “Battaglia dell’Atlantico”, fu la più lunga campagna della IIa G.M.: iniziò poche ore dopo la dichiarazione di guerra nel 1939 e, anche se gli Alleati poterono considerarla vinta già nel maggio 1943, finì solo con la disfatta nazista nel 1945.

L’autore, Clay Blair (1925 – 1998), lui stesso un sommergibilista che prestò servizio nella U.S. Navy, è stato un giornalista e scrittore americano.

Senza voler entrare troppo nel dettaglio, la Seconda Guerra Mondiale iniziò dove era finita la Prima, vale a dire con gli Inglesi che tentavano di affamare la Germania con un blocco navale e con la Germania che tentava di affamare gli Inglesi tramite la guerra sottomarina.
In effetti l’idea di Hitler, prima dello scoppio del conflitto, era quella di costruire una enorme flotta in grado di aprirsi la strada con la forza nel Mare del Nord contro la Royal Navy. Vedasi Piano Z

https://it.wikipedia.org/wiki/Piano_Z 

Ma l’Inghilterra, dichiarando la guerra il 3 settembre 1939, per così dire “rubò il tempo” ai tedeschi, che si videro così costretti ad archiviare questo piano grandioso.

La forza sottomarina prevista in questo piano era relativamente ristretta, in quanto lo Stato Maggiore della KM giustamente riteneva che il passaggio degli U-boot attraverso il mare del Nord o, ancora di più, nel canale della Manica, sarebbe stato particolarmente pericoloso, dati i nuovi mezzi di scoperta ( ASDIC per gli inglesi, SONAR per gli americani).

https://it.wikipedia.org/wiki/Sonar

Inoltre il lungo percorso da effettuare dalle basi germaniche verso le “zone di caccia”, situate in mezzo all’Atlantico , avrebbe consentito ai battelli sottomarini una permanenza operativa in queste zone relativamente breve.

Ma due fatti vennero a mutare questa situazione: con l’ausilio fondamentale della Luftwaffe, la Wehrmacht poté occupare nell’aprile del 1940 la Danimarca e la Norvegia, consentendo così un transito sicuro verso l’Atlantico e, cosa che neppure il più ottimista dei componenti dello SM tedesco avrebbe ritenuto possibile in tempi così rapidi, nel giugno del medesimo anno, addirittura la Francia, assicurandosi in tal modo le basi direttamente sulla costa atlantica.

In questa situazione gli scenari relativi alla guerra sottomarina cambiarono radicalmente: in particolare i tedeschi si videro aprire la possibilità, con la costruzione una numerosa flotta sottomarina, di tagliare definitivamente il flusso di rifornimenti verso la Gran Bretagna.

Da questo punto in poi si può dire si aprì da una parte una guerra propagandistica, con gli Inglesi che accentuavano la minaccia sottomarina tedesca con la scopo di far intervenire gli Stati Uniti nel conflitto, dall’altra con la propaganda tedesca che gonfiava i risultati ottenuti dai sommergibili, risultati a cui lo stesso Comando della KM finì per credere.

A questo punto, come accadde anche nella Ia G.M., si ebbe uno scontro tra la cocciutaggine britannica e la testardaggine tedesca.


La cocciutaggine britannica consistette nel fatto che, già da prima dello scoppio del conflitto, seguendo teorie di “guerra aerea totale” del gen. Giulio Douhet (Caserta, 30 maggio 1869 – Roma, 15 febbraio 1930) in Italia e dell’A.M. H. Trenchard (Taunton, 3 febbraio 1873 – Londra, 10 febbraio 1956) in Inghilterra, l’unico modo di vincere una guerra moderna era considerato quello di polverizzare con massicci bombardamenti, anche con fine terroristico, le città nemiche.

Pertanto in Inghilterra la stragrande maggioranza delle risorse venne allocata al Bomber Command, trattando come il parente povero il Coastal Command, che aveva lo scopo di proteggere i convogli marittimi, lesinandogli, perlomeno sino agli inizi del 1943, uomini e mezzi.

La testardaggine tedesca consistette invece nel non tenere conto del fatto che, sostanzialmente, i sommergibili della IIa G.M. erano praticamente identici a quelli della Ia: una velocità massima di 17 nodi ( 32 km/h circa, la velocità di un modesto ciclista), ottenuta a prezzo di un insostenibile consumo di carburante ed una in immersione di soli 8 nodi (anche qui con una autonomia limitata a poche ore), con un’arma, il siluro, del tutto inaffidabile (si veda “Crisi dei siluri”), non adatta a una guerra moderna.

Per non parlare della decrittazione dei codici tedeschi, che i la KM riteneva assolutamente invulnerabili (vedi Alan Turing).

I tedeschi tentarono spasmodicamente di migliorare i loro mezzi subacquei, con i tipi XXI e XXIII, ma l’armistizio li trovò ancora nei cantieri.
Come si è detto, la guerra sottomarina venne praticamente vinta dagli Alleati nel maggio del 1943, mese in cui la KM perse oltre quaranta sommergibili.

Questo sia per l’enorme superiorità di mezzi messa in campo dagli Alleati, sia perché, vennero destinate al Costal Command sufficienti risorse sottraendole al Bomber Command, in particolare i grandi bombardieri quadrimotori B-24 VLR (Very Long range) muniti di radar particolarmente avanzati operanti su banda centimetrica, di cui i tedeschi non sospettavano neppure l’esistenza, e il cui utilizzo permetteva di scoprire un sommergibile in emersione anche di notte, quando i sommergibili erano soliti agire.

Certamente la guerra sottomarina provocò enormi lutti sia tra i cacciati che tra i cacciatori ( di tutte le Forze Armate, di qualsiasi nazione, i sommergibilisti patirono le percentuali di perdite più elevate, e gli equipaggi delle marine mercantili subirono perdite paragonabili a quelle dei sommergibilisti) ma, fortunatamente per il mondo libero, come questi libri dimostrano, mai i sommergibili misero in pericolo i rifornimenti: al culmine della loro attività (fine 42-inizio 43) i sommergibilisti tedeschi riuscirono ad affondare solo il 5% del tonnellaggio navale da e per l’Inghilterra.

Nella foto: il Sottocapo sommergibilista Luigi Pitzalis, nato a Cagliari nel 1901.

venerdì 10 marzo 2023

Robert B. Stinnet, “ Il giorno dell'inganno - Pearl Harbor un disastro da non evitare”, 2001. Recensione di Antonio Ruscazio


 


Robert B. Stinnet, “ Il giorno dell'inganno - Pearl Harbor un disastro da non evitare”, 2001. 

di Antonio Ruscazio

Per le feste natalizie l’amico Ettore mi ha fatto dono di questo libro, non solo straordinariamente interessante, ma direi anche assolutamente attuale.

Negli Stati Uniti ci sono tre parole che non possono, in nessun caso, essere pronunciate: la prima è “negro”, le altre due sono “Pearl Harbor”.

Negli Stati Uniti la vicenda che causò il loro ingresso nella IIa G.M. viene molto sbrigativamente definita come il “proditorio attacco giapponese a Pearl Harbor”, e tutte le commissioni di inchiesta che si sono succedute dal 1942 al 1996 ben si sono guardate dallo scavare a fondo sull’argomento.

In particolare, in queste commissioni, mai fu discusso il fatto che F.D. Roosevelt non solo avesse perfetta conoscenza di ciò che stava per accadere, e men che meno venne mai adombrato il fatto che avesse posto in atto una serie di strategie perché ciò accadesse.
Eppure era noto a tutti che il Giappone era rimasto molto scontento delle concessioni ottenute dopo la fine della Ia G.M. e le tensioni nel Pacifico erano roventi, già da molti anni.

Nel bellissimo libro “La coda di Minosse” scritto dall’Ing. Felice Trojani, collaboratore dell’ing. Umberto Nobile (quello della spedizione del dirigibile “Italia” al Polo Nord, di cui l’ing. Trojani fu uno dei sopravvissuti), si racconta questo interessate episodio.

L’ing. Trojani si recò in Giappone nel 1926-7 per provvedere al rimontaggio di un dirigibile italiano acquistato dalla Marina imperiale giapponese. “Gli ufficiali giapponesi che seguivano il nostro lavoro” racconta Trojani, “non facevano mistero che una guerra con gli S.U. sarebbe sicuramente scoppiata. Ed ecco perché volevano i dirigibili: li volevano per l’esplorazione sul mare. Sarebbe stato sufficiente trovare la flotta americana riunita, anche una sola volta, e la guerra sarebbe stata vinta”. (Cit.)

Durante la IIa G.M., nella notte tra l’11 e il 12 novembre 1940 ,venti obsoleti aerosiluranti britannici misero in ginocchio la flotta italiana ancorata nella base di Taranto (3 corazzate danneggiate di cui una, il Cavour, in maniera tanto grave che non riprese più servizio, 1 incrociatore e 2 cacciatorpediniere). La cosa, da tutti gli “Alti Gradi” delle Marine Militari delle grandi Potenze (tranne la Gran Bretagna..) non veniva creduta possibile a causa del comportamento dei siluri nei bassi fondali.

Naturalmente tutti gli addetti militari presenti in quel periodo a Roma furono interessatissimi all’azione, e c’è da credere che la relazione inoltrata dall’Addetto navale giapponese non sia rimasta in un cassetto del suo Ministero a prendere polvere.

È noto che, negli anni immediatamente successivi alla fine della Ia G.M. la stragrande maggioranza della popolazione statunitense professava sentimenti fortemente isolazionisti: Franklin D. Roosevelt venne eletto in base all’esplicita dichiarazione in campagna elettorale di tener fuori gli S.U. dalla guerra.

Ma le classi dirigenti statunitensi sapevano benissimo che tenersi fuori dal conflitto sarebbe stato non solo impossibile, ma anche nocivo per gli interessi statunitensi, per molte ragioni, e si mossero lungo due direttrici, dirette e indirette.

Venne mandato in Giappone un ufficiale con una vasta conoscenza dell’Oriente, il Com. Arthur H. McCollum (August 4, 1898 – April 1, 1976), il quale era nato a Nagasaki, parlava il giapponese ed era un profondo conoscitore del mondo asiatico.

Il Comandante stilò un documento, definito appunto “memorandum McCollum” in otto punti, che prevedevano:

A. Stabilire un accordo con la Gran Bretagna per l'utilizzo delle basi britanniche nel Pacifico, in particolare a Singapore.

B. Stabilire un accordo con i Paesi Bassi per l'utilizzo delle strutture di base e l'acquisizione di rifornimenti nelle Indie orientali olandesi.

C. Dare tutto l'aiuto possibile al governo cinese di Chang-Kai-Shek.

D. Inviare una divisione di incrociatori pesanti a lungo raggio in Oriente, Filippine o Singapore.

E. Inviare due divisioni di sommergibili in Oriente.

F. Mantenere la forza principale della flotta statunitense ora nel Pacifico in prossimità delle Isole Hawaii.

G. Insistere affinché gli olandesi si rifiutino di accogliere le richieste giapponesi di indebite concessioni economiche, in particolare il petrolio.

H. Mettere completamente sotto embargo tutto il commercio degli Stati Uniti con il Giappone, in collaborazione con un simile embargo imposto dall'Impero britannico.

Tutti questi punti vennero puntualmente soddisfatti.

Dal punto di vista diretto venne sostituito il Comandante della Flotta del Pacifico, l’Amm. Richardson, che si era strenuamente opposto al riposizionamento della flotta da San Diego a Honolulu, con l’Ammiraglio H. Kimmel mentre, nello stesso periodo, il comando delle forze di terra e delle forze aeree (l’aviazione era ancora sotto il comando dell’Esercito) venne affidato al Generale Short.

Tutta la storiografia statunitense si basa su fatti che Sinnet dimostra chiaramente essere falsi, in particolare che i servizi di informazione statunitensi non fossero in grado di intercettare e decrittare i codici giapponesi, mentre la documentazione raccolta dall’autore dimostra il contrario: inoltre sia l’Amm. Kimmel che il Gen. Short vennero sistematicamente tenuti all’oscuro degli importantissimi contenuti di queste intercettazioni.

Quando poi l’Amm. Kimmel, che era un ottimo professionista, e che sapeva che un eventuale assalto sarebbe venuto dal nord, come in effetti avvenne, organizzò una ricognizione in forze in quella direzione, venne “redarguito” da Washington con l’affermazione che “il governo statunitense non voleva creare provocazioni”.

Era infatti esplicita dichiarazione del governo statunitense (leggi: F.D.R.), alla luce delle crescenti tensioni: “Gli S.U. desiderano che il Giappone compia il primo atto diretto”.

Sempre da Washigton pervennero solo vaghi accenni sulla possibilità di eventuali “atti di sabotaggio” e di prendere “provvedimenti senza allarmare la popolazione”.

Pertanto le corazzate, tutte di vecchia concezione, perché costruite durante la Ia G.M., anche se successivamente rimodernate, ma del tutto inadatte ad una guerra moderna perché troppo lente e quindi incapaci di stare al passo con le nuove portaerei, rimasero tranquillamente ancorate in quello che a Honolulu veniva chiamato il “viale delle corazzate”.

Le portaerei invece, che l’episodio di Taranto prima e della Bismark poi avevano dimostrato essere le sole navi veramente importanti in un conflitto navale moderno, vennero su ordine di Washington allontanate con scusa varie da Pearl Harbor. “Ma dove sono le portaerei?” chiesero concitatamente per radio gli equipaggi degli aerei nipponici all’attacco su Pearl Harbor.

Da notare che già al 1939, in risposta sia alle violazioni giapponesi del “Trattato di Washington” (peraltro già ampiamente dimostratosi “carta straccia” per tutte le maggiori Potenze dell’epoca), sia al “Piano “Z” della Kriegsmarine, gli S.U. avevano impostato un piano di riarmo navale di entità colossale, e le vecchie corazzate costruite nella Ia G.M. sarebbero state presto sostituite delle nuovissime corazzate veloci classe “Iowa” il cui servizio proseguì addirittura sino alle Guerre del Golfo.

L’Amm. Isoroku Yamamoto, comandante della “Flotta combinata”, era un ottimo conoscitore degli Stati Uniti, e sapeva quindi perfettamente che una guerra prolungata del Giappone contro gli S.U. era improponibile, per cui ideò un piano alla “o la va, o la spacca”, mirante a infliggere alla U.S. Navy un colpo talmente duro da costringere gli americani a venire perlomeno a patti.

Viceversa, la segretezza con la quale i militari giapponesi circondavano le loro esercitazioni, condotte in isole remote lontane da sguardi indiscreti, cosa facilissima in Giappone, fece probabilmente sottostimare ai militari americani i danni che un attacco giapponese avrebbe potuto provocare, anche se, come detto, la segretezza nipponica, come quella germanica, veniva meno quando si trattava di comunicazioni radiofoniche.

Il resto è Storia.

Come afferma Stinnet “..può darsi che Roosevelt avesse ragione nel comportasi in questo modo…” (cit.).

Può essere questo libro riportato all’attualità? Penso proprio di si, ma lascio ogni ulteriore considerazione al lettore di questi brevi e incomplete note.


lunedì 12 settembre 2022

Il cippo di Posina, di Giorgio Madeddu, con una prefazione del Col. Mauro Scorzato



Prefazione

"Il Veneto e i Sardi"

di Mauro Scorzato


Difficile stabilire cosa sia nato in quei brutti (sia per le vicende che per la meteorologia) giorni della primavera del 1916 tra veneti ( in particolare vicentini) e i sardi. Si stavano compiendo gli ultimi sforzi della Strafe expedition, operazione che poi scopriremo non si è mai effettivamente chiamata “spedizione punitiva” bensì “Nach Po” ossia “al Po “ a designare l’obbiettivo finale della spedizione Vicenza e con essa la ferrovia che riforniva le armate del Carso, era già visibile alle truppe austro-ungariche. Ed ecco che quell’ultimo sforzo si infrange sulle Melette,ultime propaggini dell’altipiano di Asiago prima dell’agognata pianura. A difendere con successo quell’ultimo bastione, oltre alle truppe di “casa”, autoctone, gli alpini, c’è una brigata di gente che ha ben poco a che fare con gli altipiani, le montagne e il clima gelido: sono i sardi della “Sassari”. A quei tempi, poche persone si avventuravano sulle montagne e gli unici “meridionali” che quelle popolazioni avevano conosciuto prima della guerra erano i militi della Guardia di Finanza, che erano visti come fumo negli occhi. Erano considerati corrotti e donnaioli, capaci di trasformare ogni sequestro di merce di contrabbando in bottino e quindi spinti più dalla avidità di generi a buon mercato che dal senso del dovere; oltretutto incapaci di confrontarsi con i locali qualora dovesse sorgerne la necessità.

Anche le truppe che venivano fatte affluire sull’Altipiano nel 1915 non brillavano proprio per spirito combattivo, quantomeno rispetto alle truppe alpine.

Ma improvvisamente, quando tutto sembra perduto arrivano dei “meridionali” che del meridionale hanno poco: combattono con una ferocia da intimidire anche i bosniaci che si trovano di fronte, muoiono come le mosche e non si lamentano. Quando scendono a valle per i turni di riposo se ne stanno tra di loro cantando strane melodie e facendo stani giochi con le mani; chi fra loro avvicina le donne locali cerca più un calore familiare che non una torrida avventura, e aiuta al lavoro col bestiame se glielo chiedono.

No, decisamente sono diversi, anche se sono scuri allo stesso modo e non vengono capiti quando parlano fra di loro. I vicentini conoscono anche gli austro-ungarici; sono stati sudditi dell’Aquila Bicipite per circa 150 anni e sanno che i vecchi padroni non dimenticano e, soprattutto, non perdonano. Erano felici cittadini della Repubblica di Venezia e prosperavano prima dell'arrivo dei vecchi padroni. Ma all’arrivo di questi ultimi, col trattato di Campoformio, si sono ritrovati succubi della Lombardia, a cui gli austriaci attribuivano la massima importanza in quanto provvedeva i filati per tutto l’impero. Al Veneto era rimasto il compito di provvedere al sostentamento alimentare della Lombardia e questo anche a scapito del proprio. Con le rivolte del 1848-49 avevano fatto sputare pallini alle truppe di Radetzky, resistendo testardamente in assedi estenuati da parte di forze superiori sia in numero sia quanto a esperienza bellica e ne avevano ottenuto degna retribuzione: meno cibo e soprattutto niente istruzione, dal momento che i più indomiti combattenti si erano proprio dimostrati quegli studenti che sarebbero dovuti essere il nerbo della efficientissima burocrazia dell’Aquila Bicipite. Le uniche scuole ammesse erano quelle religiose, in cui si insegnava come prima materia la fedeltà al Sacro Romano Imperatore, Francesco Giuseppe.

Poi a partire dal dal 1861 le cose non erano migliorate granché, col clero che fomentava la rivolta contro i sovrani Savoia “apostati e massoni”, avendo buon gioco sul neonato Regno d’ Italia che aveva bisogno sia di soldati che di denari. Ma adesso sembrava che il Re avesse veramente mandato qualcuno che ci sapeva fare, non solo a combattere ma anche a costruire gallerie per le strade, cosa veramente difficile in montagna. E così ancora oggi , dopo più di cento anni da quei momenti , quel legame tra Veneti e Sardi non solo è rimasto, ma si è rinsaldato. Prova ne sia l’ammirazione, sentimento di cui i Veneti sono particolarmente sparagnini, verso i Sardi, specialmente quando vestono una uniforme.

In questo ambito, di condivisioni di un passato che moltissimi sentono rivivere ogni qual volta le vicende permettono a coloro che hanno valori comuni di riunirsi, si svolge la vicenda del cippo di Posina narrata dall’amico Madeddu.

Il riapparire di un cippo che riporta alla superficie eroi oramai, purtroppo, dimenticati e anonimi nella loro grandezza. Ragazzini appena ventenni (ma allora a vent’anni si era uomini), padri di famiglia provenienti da zone lontane se non geograficamente quanto meno culturalmente dalle montagne venete, appartenenti a unità non certo blasonate (tutti i reggimenti iniziano col due, a significare: formati con i riservisti che non avevano precedentemente svolto servizio) ma determinati a non “mollare”, a non farsi soverchiare dalle persone che avevano di fronte. Momenti di cui , insieme a tanti altri, abbiamo perso la memoria e non solo. Con la memoria abbiamo perso l’orgoglio di essere quello che siamo e quelli a cui ciò piace ne vanno fieri. Per chi ancora ha coscienza dei tempi in cui vive, lo squarcio nella storia che ci riporta alle vite di questi soldati genera un momento di forte riflessione, specialmente di questi tempi in cui lo scontro di civiltà ( ma qualcuno direbbe “di civiltà contro barbarie” trasponendo in un quadro ideologico il conflitto) che non sarebbe più dovuto esistere sta ritornando prepotentemente nelle nostre vite. La domanda egoista che ne scaturisce è: “Ma di gente così ne abbiamo ancora??”.



Il cippo di Posina
di Giorgio Madeddu

Alcuni giorni fa, dopo quasi tre anni, il ritorno a Posina (VI) paese del vicentino gemellato con Iglesias in virtù della partecipazione dei soldati – minatori sardi alla realizzazione delle 52 Gallerie sul Pasubio e alla guerra di mine sulla cima del conteso massiccio montuoso. In particolare, domenica 31 luglio si è partecipato alla tradizionale cerimonia in onore dei caduti della Valposina, conclusasi con la celebrazione della Messa e deposizione delle corone ai caduti italiani e austro ungarici nella chiesetta della Madonna del Monte Maio. 

Alla cerimonia hanno partecipato, tra gli altri, il labaro della sezione di Valli del Pasubio – Torrebelvicino dell’Istituto del Nastro Azzurro, fregiato di Medaglia d’Oro al Valore Militare. Conclusa la cerimonia, gli ospiti hanno preso parte al pranzo conviviale a base di prodotti tipici locali, tra essi i rinomati gnocchi di Posina. Chiacchierando con il sindaco del paese Adelio Cervo, si toccava l’argomento del recupero degli ex cimiteri di guerra, il sindaco ricordava un pezzo di cippo con dei nominativi, ritrovato pochi anni fa, durante i lavori di rifacimento degli argini del torrente Posina.

Il cippo si trovava certamente nel cimitero di militare di Posina di cui oggi non vi è più traccia. Subito dopo pranzo si è raggiunto il luogo dove si trova il cippo che risulta poggiato per terra e parzialmente inglobato nel muretto che corre lungo la strada che fiancheggia il torrente. Sul cippo, parzialmente danneggiato, sono visibili dieci cognomi, alcuni di essi non interamente leggibili. Alcune lettere poste alla base del cippo indicano l’esistenza di un undicesimo cognome, affianco a ciascuno cognome i numeri 18/10. Di cosa si tratta? 

Il presente contributo individua esattamente i nominativi dei caduti e ne rievoca il fatto d’armi che il 18 ottobre 1917 sul Monte Maio, ne determinò la morte. L’ordine di operazioni n. 1 del 16 maggio 1915, prevedeva lo schieramento della 1a Armata, al comando del Ten. Gen. Roberto Brusati, dal Passo dello Stelvio alla Valle del Cismon; la 1a Armata risultava originariamente ordinata in due Corpi d’Armata, il III° Corpo d’Armata al comando del Tenente Generale Vittorio Camerana e il V° Corpo d’Armata al comando del Tenente Generale Ottavio Zoppi. Nel mese di maggio 1916 il Tenente Generale Guglielmo Pecori Giraldi subentra nel comando della 1a Armata.

Compito preciso della 1a Armata era quello di “Costituire una barriera insormontabile per il nemico ed impedirgli ad ogni costo di sboccare in piano” con ordine perentorio di difesa ad oltranza sulle linee principali di resistenza che dovevano essere difese sino all’ultimo uomo. 


Dal 19 settembre 1917 il settore del Trentino afferente alla 1a Armata veniva riordinato in: – XXIX° Corpo d’Armata, con le divisioni 37a e 27a, al comando del Ten. Gen. De Albertis, dispiegato dalla sponda orientale del Lago di Garda alla Vallarsa; – V° Corpo d’Armata, con le divisioni 55a e 69a, al comando del Ten. Gen. Zoppi, schierato, dalla Vallarsa alla Val di Posina; – X° Corpo d’Armata, con le divisioni 32a e 9a, al comando del Ten. Gen. Bloise, che occupava la linea dalla Val Posina alla Val d’Astico; – XXVI° Corpo d’Armata con le divisioni 12a e 11a, al comando del Ten. Gen. Fabbri, dispiegato dalla Val d’Astico alla Val d’Assa; – XXII° Corpo d’Armata con le divisioni 57a e 2a, al comando del Ten. Gen. Gatti, impegnato nella linea dalla Val d’Assa alla Val Frenzela; – XX° Corpo d’Armata con le divisioni 29a e 52a, al comando del Ten. Gen. Ferrari schierato dalla Val Frenzela alla Valsugana. I tre Corpi d’Armata XX°, XXII° e XXVI° andarono a formare il ricostituito Comando Truppe Altipiani, disciolto dopo l’arresto della Strafexpedition. La Ia Armata poteva così contare su: – 122 battaglioni di cui 29 di alpini e 3 di bersaglieri; – 1483 pezzi di artiglieria di diverso calibro; – 17 squadriglie di aeroplani Per un totale di 12.000 ufficiali e 322.000 uomini di truppa. Di contro lo schieramento avversario era costituito da: – 56a Divisione Schutzen da cui dipendevano l’88a, 28a e 141a Brigate fanteria; – XIV° Corpo “Edelweiss”, costituito dall’8a Divisione Kaiserjäger e dalla 15a Brigata fanteria; – III° Corpo costituito dal Gruppo Vidossich e 19a e 6a Divisione; – 18a Divisione e Gruppo Schönner. Per i nostri scopi è utile descrivere anche l’ordinamento della 69a divisione incardinata nel V° Corpo d’Armata italiano, comandata dal Magg. Gen. Giovanni Croce, così costituita: – Brigata Piceno, 235° e 236° reggimenti fanteria, comandata dal Col. Brig. Battista Gagliardo; – Brigata Pallanza, 249° e 250° reggimenti fanteria, al comando del Brig. Gen. Giovan Battista De Angelis; – Battaglione alpini Monte Saccarello, (compagnie 107a, 115a, e 120a); – 9° Reparto d’assalto; – CCXXXV° Battaglione di Milizia Territoriale; – 11 compagnie mitragliatrici; – 31° reggimento artiglieria da campagna; – 2 batterie someggiate; – 1 batteria mortai da 149 – XVIII° Battaglione genio zappatori (20a, 44a, 50a compagnie) A disposizione del comando di settore anche il LXIX° Battaglione genio con la 113a, 120a e 160a compagnia. Fig. 2 – Posizionamento del V° e X° Corpo d’Armata e della 69a Divisione La notte del 18 ottobre 1917 il nemico si lanciava in tre successi attacchi sulla linea Monte Maio – Cavallaro, coinvolgendo la linea del X° Corpo d’Armata, respinto tornava all’attacco una quarta volta riuscendo, questa volata, ad infiltrarsi nella Selletta dei Roccioni di Monte Maio. 

L’immediato contrattacco eseguito dal 1° Battaglione alpini Monte Saccarello e dalla 7a compagnia del 249°, appartenenti al V° Corpo d’armata (69a divisione), chiamati a rincalzo, consentiva agli italiani di riprendere la Selletta e catturare 40 prigionieri, tra essi 3 ufficiali. Negli scontri cadeva sul campo anche il comandante della 7a compagnia del 249°. Gli scontri della mattina del 18 ottobre furono durissimi e spesso corpo a corpo, alcuni soldati italiani perirono sotto le baionette del nemico, altri, nonostante le soverchianti forze nemiche rifiutarono di arrendersi, finendo freddati dalle revolverate degli ufficiali nemici. 

La consegna della difesa ad oltranza delle linee veniva rispetta sino all’estremo sacrificio, consentendo agli italiani di respingere il nemico e riprendere i tratti perduti. Le salme dei caduti del 236° Reggimento della Brigata Piceno, del 249° della Brigata Pallanza e del Battaglione Monte Saccarello del 1° Reggimento alpini, furono portate a valle e sepolte a Posina. Anche il Comando Supremo, nel Bollettino n. 915 del 19 ottobre 1917, riferiva che: “Nella notte sul 18 lungo le fronti Tridentina e Carnica si ebbe un vivace risveglio di attività combattiva locale; l’azione nemica fu specialmente accanita contro la nostra linea tra la valle del Posina e quella del Rio Freddo, dove, dopo ripetuti attacchi in forze e parecchi concentramenti di fuoco riuscì all’ avversario di occupare un nostro posto avanzato a nord di Monte Majo e di irrompere in un altro ad est di Cagliari. Lo sloggiammo dal primo con energico contrattacco e lo ricacciammo col fuoco dal secondo.” In merito alla località Cagliari citata dal Bollettino, trattasi di un errore in quanto è da intendersi Monte dei Calgari e Calgari, località in comune di Arsiero, posta ad est del paese di Laghi, nella linea di Rio Freddo e Monte Maio. Per il fatto d’arme del Monte Maio del 18 ottobre 1917, le gesta di eroismo di ben sei caduti furono ricompensate con la Medaglia d’Argento al Valore Militare. Si presenta l’elenco dei caduti i cui nominativi sono ancora presenti sul cippo e quelli che presumibilmente sono andati perduti con la distruzione di parte di esso. 

lunedì 25 gennaio 2021

"LEVEL ZERO HEROES": COME CI VEDONO LE FORZE SPECIALI DEI MARINES recensione di Mauro Scorzato

Difficile trovare un libro che descriva, visto dal basso, ciò che tu hai vissuto dall’alto. Un libro che parli dei momenti e delle esperienze di chi ha usato dei mezzi che tu, distante centinaia di chilometri, senza averlo mai conosciuto e senza nemmeno avere l’idea di chi possa essere, gli hai messo a disposizione. Noi viviamo in un mondo di conoscenza diretta e lo vediamo oggi che la sorte di chi non è a nostro diretto contatto non vale nemmeno la nostra attenzione, per non dire la nostra preoccupazione. Il libro “Level zero heroes” è infatti la storia di una battaglia, vista dagli occhi di un JTAC (Joint Terminal Attack Controller) ovverossia di quella persona che guida la parte terminale di un attacco aereo, dirigendo il fuoco direttamente sull’obbiettivo. In particolare, l’autore è un JTAC che appartiene ad una unità di élite, i ricognitori del Corpo dei Marines o “Pathfinders”. 

La battaglia di cui si parla è la battaglia di Bala Murghab, una sperduta valle afghana nei pressi del confine col Turkmenistan ma con una caratteristica ben precisa. Si trova infatti su una delle principali arterie del traffico di stupefacenti dall’Afghanistan al Turkmenistan, una specie di autostrada “Modena-Brennero” dell’oppio. Pur trovandosi nel settore tenuto dal contingente spagnolo, Bala Murghab venne abbandonato dall‘ unità spagnola del genio che lo presidiava dopo alcuni attacchi e venne rioccupata l’anno seguente da una compagnia del Reggimento Lagunari “Serenissima” che, dopo un breve scontro, occupò il “Castello” (una costruzione che in passato aveva alloggiato la polizia di frontiera) con il supporto di unità americane. Sostituiti a loro volta, nella primavera del 2009 dai paracadutisti del Generale Castellano. Gli insorti che occupavano il villaggio e le valle vennero presto edotti del fatto che la musica era cambiata rispetto ai tempi della presenza iberica. Numerosissimi e accaniti scontri fecero sloggiare gli insorti dal villaggio ma fu soltanto con l’arrivo del 151° reggimento della brigata “SASSARI”, nel tardo autunno del 2009, che la situazione venne sbloccata. Il giorno dopo S.Stefano del 2010, iniziò l’operazione “Buongiorno”(notare l’ironico nome coniato per l'occasione dal V.comandante della Brigata) con una compagnia della 82^ Divisione aerotrasportata USA, una compagnia di fanti del 151° Sassari, e un distaccamento di forze speciale dei Marines (i Pathfinders appunto, oppure più tecnicamente MSOT 8222). Queste forze all’alba occuparono due alture denominate “Prius ” e “Pathfinder”, tagliando di fatto definitivamente la strada e precludendone ogni uso. Qui infatti inizia anche la trattazione dell’autore (a dir la verità inizia con la ricerca dei corpi di due paracadutisti americani affogati pochi giorni prima nel torrente Murghab). Per tutto il libro, Michael Golembesky non risparmia una cattiva parola per nessuno tranne forse per il Ten. Col. Francesco Bruno (Comandante del distaccamento del 151° Sassari) e pochi altri. La leadership del Colonnello americano in comando, che non viene mai citato per nome bensì con la sua sigla radio (callsign) viene letteralmente fatta a pezzi e criticata in ogni suo aspetto. Bisogna specificare, che come avevo già notato durante il mio lavoro al Quartier Generale di ISAF (il comando delle forze NATO in Afghanistan) dove ero il rappresentante del Comandante della regione Militare Ovest, a guida italiana (carica in quel periodo rivestita dal comandante della brigata “SASSARI”), Marines e paracadutisti della 82^ si possono vedere come il fumo negli occhi. L’autore critica la visione prudenziale nella gestione dell’operazione, che tendeva a ricercare i “danni collaterali 0” (zero vittime civili durante le operazioni), sistema che di fatto imbrigliava l’uso sia del fuoco terrestre che del fuoco aereo mettendo a serio repentaglio le vite dei nostri militari sul terreno. Per tre giorni infatti, ondate di insorti si erano scagliate senza successo contro le due alture cercando disperatamente di riacquistare la libertà di movimento. Circa 500 insorti si erano riversati su Bala Murghad anche dai settori contermini (specificatamente dal settore tedesco) e in alcuni momenti si era temuto di perdere il controllo delle alture; solo il fuoco aereo ci aveva permesso di mantenerne il possesso. Io rimasi al mio posto per 36 ore consecutive, convogliando su tutta quell’area ogni aereo che si potesse trovare a disposizione nell’Afghanistan da parte di qualsiasi nazione e l’autore descrive che uso aveva fatto dei mezzi che gli avevo così faticosamente messo a disposizione. Dopo 2 giorni di combattimento e gravissime perdite (l’autore ne cita una cinquantina circa, ma furono ben di più), gli insorti rinunciarono alla riconquista ma continuarono a infastidire i difensori con fuoco intermittente e colpi di mortaio sporadici. In sintesi è questo un libro che parla di un fatto d’armi che ci ha visti come comprimari ma che in Italia è stato completamente cancellato dagli annali, eliminandone ogni traccia quasi fosse una vergogna. I nostri alleati lo celebrano come forse la più grande vittoria su una fazione che, ben lungi dall’esprimere un partito, rappresenta in realtà il fior fiore del narcotraffico Afghano; anche se gli insorti vengono definiti Talebani. Guarda caso questo libro non è stato tradotto in italiano mentre altri dello stesso autore, sempre su Bala Murghab ma meno coinvolgenti la nostra presenza, hanno trovato una casa editrice che ha curato la versione italiana. Comunque buona lettura a chi è in grado di leggere l’inglese. 

Col. Mauro Scorzato E.I., ora in pensione [La foto in alto è di ale226, pubblicata su fai.informazione.it]

mercoledì 1 aprile 2020

"La guerra di Corea" di Steven Hugh Lee, Il Mulino 2016





Professore universitario alla British Columbia University di Vancouver Canada. Steven Hugh Lee, sembrerebbe di origine coreana, ha scritto questo libro nel 2001 (edizione italiana Il Mulino, 2003). Non è un libro molto ponderoso: in tutto 211 pagine. Molto essenziale e documentato nei punti che intende approfondire. Diciamo subito che gli aspetti militari sono trattati quasi sempre in maniera estremamente generale se non sommaria; mentre il nocciolo di questo lavoro è rappresentato dalla ricostruzione degli aspetti socio-politici e diplomatici, anche in chiave geopolitica.

La guerra di Corea (1950-53) viene così inserita nel contesto della cosiddetta Guerra fredda e l'autore ne valuta le conseguenze in merito, sia in termini di riarmo dei rispettivi campi contrapposti (compresi la Germania e il Giappone) che in termini di strutturazione delle rispettive sfere d'influenza. Il libro si conclude prendendo atto del fatto che la divisione delle due Coree, nonostante alcune distensioni prodottesi negli anni '90 è ancora (cioè, quando lui scrive, nel 2001) una zona critica fra le superpotenze assai pericolosa per il mondo. Gli avvenimenti di questi ultimi tempi dimostrano che, per quanto la Guerra Fredda sia tecnicamente finita e il contesto internazionale molto modificato, quel 38º parallelo rappresenta ancora un problema.

La guerra di Corea è però una "guerra dimenticata" velocemente archiviata dalla memoria storica più generale. Il 38° parallelo, dopo la cacciata dei Giapponesi, rappresentava una linea di divisione fra il Nord comunista, legato a URSS e Cina popolare e il Sud capitalista, legato agli USA. Nel 1950 il Nord invase il Sud e ci volle l'intervento USA (sotto l'ombrello ONU) per riportare i comunisti al di là della linea di demarcazione violata. Il successivo tentativo di invadere il Nord comportò l'intervento dei "volontari" cinesi; una valanga umana che costrinse gli alleati a ripiegare nuovamente. Alla fine si tornò al 38° parallelo.

L'Italia partecipò con la Croce Rossa dell'Esercito. La guerra fu terribile sotto ogni aspetto. I Cinesi dimostrarono di poter tenere testa all'esercito americano, che era il più moderno del mondo ma lasciarono sul terreno un milione di caduti. I morti civili e militari nelle due Coree si contano in quattro milioni di uomini circa. Essendo questa anche una guerra civile fra coreani comportò delle terribili atrocità.

martedì 17 marzo 2020

Marcello Flores, "Il genocidio degli Armeni", Il Mulino 2006


Ho saputo di quel che era successo agli Armeni durante la Grande Guerra, nel 1915, quando mi capitò di leggere con grande partecipazione, "I quaranta giorni del Moussa Dagh" di Franz Werfel. Si tratta di un romanzo, ricco però di riferimenti storici reali che narra di un fatto realmente avvenuto. Quello che c'è di bello in questa epopea è che gli armeni che si erano rifugiati sul Moussa Dagh non solo riuscirono a evitare la deportazione e l'eliminazione fisica delle marce nel deserto ma addirittura seppero tenere valorosamente testa ai Turchi e riuscirono infine a salvarsi in gran numero.
Quello toccato agli Armeni è un genocidio, che per varie ragioni viene ricollegato alla Shoah degli Ebrei. "Il genocidio degli Armeni" di Marcello Flores ricostruisce assai bene le due principali persecuzioni turche anti-armene: quella del 1894-96, quando al potere dell'Impero ottomano c'era il sultano Abdul Hamid II e quella del 1915-16 a opera del governo dei Giovani Turchi. A suo avviso si può parlare di genocidio solo in riferimento a quest'ultima, avvenuta durante la prima guerra mondiale.
Le ragioni del "Grande Male" (così lo chiamano gli Armeni, che lo ricordano il 24 aprile di ogni anno), gli avvenimenti, gli schieramenti politici, le idee politiche e le relazioni internazionali del genocidio vengono ricostruiti e messi in rapporto alle diverse interpretazioni storiografiche. Queste ultime sono andate nel tempo evolvendosi e maturando sotto il profilo sia metodologico che epistemologico. A parte quella negazionista, le più varie interpretazioni convergono comunque sul fatto che di genocidio si sia trattato; per quanto differiscano fra loro in riferimento alla datazione del suo inizio e all'individuazione delle motivazioni e delle intenzionalità dei responsabili.
Un'appendice fotografica, compresa di ricostruzione storica specifica, chiude il libro.
Marcello Flores, "Il genocidio degli Armeni", Il Mulino 2006.
Pagine 295, costo € 12,00.

"Polizie Speciali - Dal fascismo alla repubblica"", di Vittorio Coco, edizioni Laterza 2017 - Recensione di Mauro Scorzato

Vittorio Coco, “POLIZIE SPECIALI “, ediz. Laterza 2017, recensione  di Mauro Scorzato Il volume scritto da Vittorio Coco ricercatore di Stor...