L’atteggiamento
poco conciliante non solo nei confronti della truppa, ma anche degli ufficiali che non si dimostravano all’altezza, gli
alienò pure molte simpatie tra gli Alti
Comandi. Ma fu con la ritirata di Caporetto, quando divenne Ispettore Generale
per il Movimento di Sgombero che accaddero i fatti più controversi.
Graziani imperversò a bordo di una autovettura che
portava anche 5 carabinieri per tutto il settore affrontando gli sbandati con rivoltella
alla mano e rimandandoli indietro nei reparti di appartenenza, reprimendo tutti
gli atti criminosi che venivano compiuti. Il 2 novembre 1917, presso Noventa
Padovana, il soldato
Alessandro Ruffini, di 23 anni, originario di Castelfidardo (Ancona) in
servizio nella 10a Batteria del 1° Reggimento di Artiglieria da montagna, che fu fatto da lui fucilare per non aver tolto il sigaro di bocca mentre
passava davanti a lui. La cronaca
dell’accaduto è stata così descritta, nel Liber Chronicus della Parrocchia di Noventa Padovana, dal
Parroco Don Carlo Celotto, che benedisse con gli Oli sacri la salma di Ruffini
e l’accompagnò al cimitero della cittadina padovana. “Novembre. La ritirata. Caporetto. La II Armata passa per le
vie del nostro paese. I soldati presentano un aspetto compassionevole.
Senz’armi, vestiti male, affamati. Ufficiali e soldati domandano ricovero e
pane. Lì 3 novembre il Generale Graziani comandante le retrovie fa fucilare
presso la casa Miari, abitata dal Comm. Suppiei, il soldato Ruffini Alessandro
da Castelfidardo. Sembra che il Ruffini abbia tenuto un contegno provocante
davanti il generale. Il Comm. Suppiei cercò di difenderlo e salvarlo, ma nulla
fece: fra la costernazione dei presenti e lo spavento dei soldati l’esecuzione
ebbe seguito”. L’episodio è stato anche citato nella relazione dell’Intendenza Generale inviata il 3 novembre 1917 (lo
stesso giorno del fatto) al Comando Supremo e firmata dal Gen. Graziani.
Ancora oggi questa è senz’altro la fucilazione più famosa della storia
dell’Esercito Italiano; iniziando dall’Avanti nel 19, nel Corriere e nel Reato del Carlino per
arrivare ai saggi di Loverre e del
giornalista Aldo Cazzullo, questo episodio venne portato come esempio di cosa
sarebbe accaduto nel periodo della ritirata di Caporetto; probabilmente, fra
cent’anni, il caso Cucchi verrà trattato ugualmente per descrivere l’operato
dell’Arma dei Carabinieri in questi anni.
La mattina del 13 novembre 1917, Graziani ordinò la fucilazione a S.
Maria della Rovere (Treviso) di 13 militari: 7 soldati per aver usato “violenza entro le case abitate”, in sintesi rapina e stupro accaduti nei pressi
di Portogruaro (i Caporali Augusto Pieralli e Salvatore Trigliaro ed i soldati
Oreste Bigi, Adolfo Gigli, Giuseppe Pintapoli, Vincenzo Scudella e Bruno
Vancalli); 5 soldati per saccheggio (i soldati Felice Cremaschi, Carlo
Giavotto, Battista Monti, Pietro Pastorino e Carlo Paveri); il Caporale Lidio
Benzi per “ribellione e
minaccia amano armata ai Carabinieri”.
Il manifesto informativo di questa fucilazione fu pubblicato su l’Avanti!
del 13 agosto 1919, che conteneva anche l’articolo di Armando Paleso “Altri manifesti patriottici del generale
Graziani!” e che titolò l’intera prima pagina con questa frase: “Caporetto vergogna del militarismo nell’inchiesta
parlamentare ed in quella socialista”. Tale testata aveva avviato una vera e
propria campagna contro il Generale Graziani, ritenuto il tipico esempio del
cadornismo da estirpare, invitando i genitori del Ruffini a chiamare a giudizio
l’ufficiale per omicidio.
Questo drammatico episodio è stato riportato dal Colonnello Angelo
Gatti, Dirigente dell’Ufficio Storico del Comando Supremo, che il 13 novembre
1917 annotò nel suo ”Caporetto. Diario
di guerra (maggio-dicembre 1917): “Il Generale Graziani… ha fatto affiggere nelle vie di Padova un avviso
che diceva che era stata pronunciata la sentenza di fucilazione nella schiena
di 13 soldati per violenza”.
L’episodio è stato citato anche nella lettera inviata il 14 novembre
dal Vescovo di Treviso, Mons. Andrea Giacinto Longhin (di cui si è già
descritta l’opera in un nostro
recedente articolo), a Mons. Giuseppe Furlan, prevosto di Montebelluna, nella
quale scrive: “Ieri vi furono qui ben
13 esecuzioni capitali contro quelle jene che svaligiavano le case e si
gettavano sulla roba del prossimo. Quale obbrobrio!”
Il 16 novembre 1917, sempre
Graziani ordinò la fucilazione nella schiena di 21 persone: 18 militari e tre
civili. Al riguardo,l’Avanti! il 10 agosto 1919, pubblicò un manifesto,
datato 16 novembre, ma senza indicazione del luogo di stampa, che informava
della fucilazione di 12 soldati per violenza in case abitate; di 5 soldati per
saccheggio e scassinamento; di 1 soldato per saccheggio e uso di della divisa
da Ufficiale, con abuso del grado; di tre civili per saccheggio. Sempre durante
la “ritirata di Caporetto”, Graziani fece fucilare, vicino a Schio (Vicenza), i
soldati Adalberto Bonomo,
di Napoli, e Antonio Bianchi,
di Gallarate (Milano) che non
lo avevano salutato nel modo prescritto dal Regolamento militare portando a 36
le vittime totali.
L’11
aprile 1918 il Ministero della Guerra incaricò il Gen. Graziani di costituire
un “Corpo Czeco-Slovacco in Italia”.
I soldati cechi però non dimostrarono molta volontà di combattere,
alimentando il sospetto che molti di loro si fossero arruolati per evitare le
difficili condizioni della prigionia. Si verificarono numerose proteste ed
anche molti casi di diserzione, non adeguatamente repressi dagli Ufficiali,
anche in relazione al vitto che non era ritenuto adeguato, ma si ritiene che i
soldati cecoslovacchi, disertori dall’esercito Austro –Ungarico non gradissero
il reimpiego.
In quelle occasioni, anche il Gen. Graziani si dimostrò clemente, per
cercare di costruire la partecipazione attiva dei soldati cechi ai
combattimenti. Pertanto, soldati che erano in attesa di processo per diserzione,
furono scarcerati. Però, quando i Reparti arrivarono nella Zona di operazioni,
la situazione precipitò perché ci furono molti altri casi di diserzione: ben 39
tra l’8 e l’11 giugno.
Giunto sul
posto il 12 giugno, il Generale cercò di
convincere i cecoslovacchi a mantenere
un contegno adeguato, ma avendo
riscontrato una ulteriore riottosità ad ubbidire, rientrò nei soliti sistemi:
chiamato il Comandante di Reggimento, fece fucilare 8 disertori colti in
flagrante e deferire al Tribunale Militare Speciale il resto.
Al termine della guerra il Generale fu
messo a riposo per essere poi richiamato in servizio come Luogotenente Generale
della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e trovo la morte nel 1923, in un discusso
incidente ferroviario sulla linea Prato Firenze. Gli appassionati fan della
D’Urso nazionale e della fida inviata Ilaria potranno trovare interessante
l’analisi che di tale incidente è stata fatta da Cesare Alberto Loverre nel saggio “Al muro- Le
fucilazioni del Generale Andrea Graziani nel Novembre del ‘17” su tale incidente.
Con quest’ultimo fatto si concluse la carriera di
quello che fu definito il “più grande fucilatore della Prima Guerra Mondiale. Gli studiosi Marco Pluviani e Irene Guerrini,
però, ritengono che le fucilazioni ordinate da Graziani siano state di numero ben superiore, ma a loro dire, i relativi casi non sono documentati per cui non
li hanno citati nel loro libro. Non si deve però essere degli psicologi per
scoprire che nella sua opera il Gen. Graziani non ha mai cercato di nascondere
gli atti che compiva, anzi ne cercava la massima risonanza (come di sopra
abbiamo visto) convinto com’era della importanza del valore “mediatico” della spietatezza
dimostrata. Egli
stesso, in relazione alla fucilazione dell’art.
Ruffini, affermerà:”
…Valutai
tutta la gravità di quella sfida verso un generale… L’atto del soldato Ruffini
distruggeva in un solo istante l’azione morale che io avevo svolto e il
prestigio della disciplina davanti a tutto il reparto. …Valutai la necessità di
dare subito un esempio atto a persuadere i duecentomila sbandati che da quel momento
vi era una forza superiore alla loro anarchia…”. Come ebbe a dire un suo dipendente, l’alpino Palmiro Togliatti “la
ritirata di Caporetto fu una occasione persa per il partito Socialista per
spingere la rivoluzione e firmare una pace, tipo quella di Brest-Litovsk, per far uscire l’Italia dalla guerra”. Ancorché
questo giudizio fosse stato espresso quasi vent’anni dopo, sembra che il Graziani avesse compreso
immediatamente la portata degli avvenimenti che stava vivendo e l’unico
giudizio che mi sento di condividere è quello dello studioso Antonio Sema
che scrisse : “ Graziani attuò, con
determinazione, la controrivoluzione preventiva e non si curò nemmeno di
minimizzare il suo compito”.
“La grande guerra sul fronte dell’Isonzo”
(tre volumi), Editrice Goriziana, Gorizia 1995-1997
COMPARAZIONI CON ALTRI PAESI
Secondo
Mario Isnenghi nel suo libro “La Grande Guerra”, in Francia,” gli storici interessati alle
forme di insubordinazione individuali e collettive e ai conseguenti processi
nei tribunali militari hanno potuto accedere qualche anno fa alla consultazione
di documenti ufficiali nei quali per mezzo secolo era stato custodito il
segreto della portata degli ammutinamenti in particolare nella zona dello
Chemin de Dame e dello Champagne nel periodo Maggio – Giugno 1917 si è così
potuto constatare che nel semestre Giugno- Dicembre 1917 le condanne a morte
effettivamente eseguite sono state 629, cioè un numero maggiore di tutte quelle
registrate nel periodo precedente che pure è di 4 volte più lungo. Nel periodo
Agosto 1914- gennaio 1917 si ha una media mensile di 22-23 condanne a morte di
cui 7-8 effettivamente eseguite (le altre beneficiano di grazia e vengono
commutate in pene detentive”). Risultati questi non molto dissimili da quanto
aveva riscontrato il giornale Le Crapouillot, che con un’inchiesta pubblica condotta nell’agosto 1934,
dimostrò che tra il 1914 e il 1918 erano stati giustiziati 1.637 soldati, di
cui 528 solo nel 1917, dopo episodi molto estesi di rifiuto di combattere.
Tenendo conto che la guerra in Francia durò circa 9 mesi in più e mobilitò un
numero maggiore di militari (circa 7 milioni e mezzo contro i poco più di 5
milioni dell’Italia) sembrerebbe che la giustizia militare d’oltralpe avesse
avuto più mano leggera che non la nostra. Addirittura nell’esercito Britannico
risultano 306 soldati fucilati per codardia o diserzione (25 di loro erano
canadesi, 22 irlandesi e 5 neozelandesi), mentre l’Australia non volle passare
per le armi i suoi 129 militari condannati per simili reati.
Personalmente, dato il lungo servizio
trascorso con le forze armate britanniche, non ritengo i dati attendibili:
sembra che fino a tutto 1916 i fucilati venissero riportati alle famiglie come “deceduti
per ferite” e, per dare alcuni esempi sulla trasparenza dei dati britannici sui
caduti, si ricorda che a tutt’oggi il numero dei caduti britannici nella guerra
delle Falkland/Malvinas è ancora ignoto e che fino al 1987 il numero delle
perdite causate dalle forze speciali italiane in Africa nel 1941-42 era ancora
considerato “UK Secret” .
Lascia tuttavia estremamente perplessi
che entrambe le nazioni non riportino alcuna esecuzione tra le truppe
coloniali: nonostante, per i francesi, le forze coloniale abbiano assommato a
circa il 30% del totale dispiegato (circa 135.000 tra fucilieri senegalesi e
spahis marocchini) non sembra ci sia stato alcun caso di diserzione o codardia.
A leggere i numeri, sembra che chi proveniva dal Senegal si trovasse molto più
motivato a difendere la Patria
francese di quelli che invece trovavano casa loro sotto la diretta minaccia: un
argomento da approfondire bel futuro.
Ometto comunque le percentuali relative
ai belligeranti dei Paesi Balcanici e dell’Est europeo in quanto non ritengo i
sistemi giuridici comparabili: in ogni caso le percentuali sono circa 3-5 volte
superiori a quelle italiane.